L’omino con l’abaco

‘Sta cazzo d’insonnia…
Cosa non provai a fare per scacciarla, ferirla, insinuarle un dubbio, almeno…
Provai a convincerla di farsi da parte con fare assertivo, poi la minacciai con lame di cicuta e valeriana…
Mi faceva caldo contare le pecore… sarà che ho un debole per quelle in cashmere, sicché mi misi a contare identità.
Iniziai che avevo vent’anni anni, mi sa.
Mamma, papà, fratello… 1, 2, 3 zii, cugini… 4, 5, 7, 11…
La mia era una famiglia numerosa, ché ci misi le prime due notti per scorrerla tutta.
Gli amici, pochi in verità, e le storie d’amore… 45, 46, 49, 58… macché, state serene: molte meno… i miei compagni di classe, di scuola, di giochi… e continuai con persone nuove, investigate nelle profondità o solo sfiorate in superficie… 221, 222…
Mi ritrovai sui mille che ancora contavo gente del mio paese, Onarevel, e poi finii, finì che più non ne trovavo: 14.267.
E continuai per la provincia, d’oltre 100 paesi, e segnavo: Roccu, ‘Nzinu, Ucciu, vecchi dai nomi radicali, finiti, immediati, adulti, bambini dai nomi esterofili, Christian, con l’acca, Alex, con la ics, Kevin, con la cappa. Che diventavano sovente nelle bocche eleganti di genitori, parenti ed affini Christia e Kevi, tronco, oppure Christianna e Kevinni; il richiamo vocale è sempre troppo forte, ggiùalsuddu: abbiamo talmente tante cose in sospeso che non sopporteremmo un consonante lasciata lì, al vento, al limite di qualcuno.
E continuò, il mio censimento onirico, tra donne e uomini, mescolati nelle piazze meridionali, tra nomi e cognomi, segni d’inchiostro dimenticati dentro fogli di fatiscenti uffici anagrafe.
E proseguì, la faticosa conta, nei campetti di periferia e nei grandi stadi… Giulio, Andrea, Antonio, Diego, Armando… nei teatri e dietro le quinte, al di qua, tra le maschere, e fin dietro i sipari… 203381, 203382… di città in città: prendevo treni ed aerei velocissimi (perché non c’erano, nei sogni, le Ferrovie dello Stato né l’Alitalia), e sognavo e segnavo… e a Roma contai due grandi camere piene di gente che mangiava e dormiva, e mangiavano e dormivano i loro amici, e mangiavano e dormivano gli amici dei loro amici… e a Milano tutta la gente a spasso d’uomo… e a Bologna i musicanti in piazza Maggiore… e chi c’era nelle piccole province, nei piccoli paesi, nei rioni e sotto i ponti… e trascrissi, trascrissi tutte le identità d’Italia…
E poi svelto passai a tutte le identità d’Europa, dall’est povero all’ovest che si credeva ricco… 730.999.999, 731.000.000, 731.000.001…
E scorrevano le notti, e traversai gli oceani, e giunsi fino alle Americhe, in navestop sulle caravelle del Vespucci, che ancora castimava le fortune storiche di Colombo che, ma Indie di cosa, Cristo’?!? e contai il suo equipaggio…
E tornai, sulle righe del Milione, verso le terre dell’est… e scrivevo, scrivevo milioni di identità diverse, dagli occhi sempre più stretti, fino al punto più alto, nel Tibet… e poi nel medio Oriente tra le guerre di religione e di altre cose scure in barile… e poi giù, in groppa ad un antilope velocissimo, nella più nera delle Afriche, dove c’erano guerre meno interessanti, e gente talmente scura che compariva solo quando sorrideva…
Altre manciate di nomi le trovai negli igloo, che sarebbero dei trulli più freddi, unico riparo dai soffi del polo, dove fui trascinato in volo dalle renne di Santa Claus, quando lui fece fortuna in occidente e poté permettersi una motoslitta.
Tanti tratti e incroci di razze, che in tante notti fermai. 7.033.348.798. Li avevo contati tutti.
E m’addormii.

Fu strano, ma presto mi svegliai, perché mi comparse un faccione dentro un casco gigante che si chiamava Gagarin Jurij, e che non avevo ancora, in verità, catalogato.
M’invitò, ridendo di una risata cosmica: “Monta su, genio… ché non siamo a nulla! Davvero pensi d’aver ultimato l’album? E chi siamo noi umani, i soli abitanti di questo universo? Siamo solo i più presuntuosi…”
E mi portò in alto, a bordo del suo iperultrasonico Vostok1, lì da dove la terra era più bella, senza frontiere né confini, trai satelliti e sugli altri sette pianeti del sistema solare (Plutone è stato catalogato come pianeta nano, per chi storce il naso di saccenza pure di fronte ai sogni!), e poi più lontano, nelle orbite galattiche, tra nane rosse e giganti bianche, e dentro mille universi e verso miliardi di stelle per ogni universo, e biliardi di persone per ogni stella…. e ne scrissi i nomi, e ne segnai le identità.
Esausto m’abbandonai, perché tutto lo spazio siderale avevo contato, perché tutti erano sul mio enorme taccuino. 34.536.858.574.524.735.787.983.238.576.498.989.899 (trentaquattromila miliardi di biliardi di triliardi… sussidio alla lettura).
E m’addormii.

Mi svegliò il fragore di una risata baffuta.
– Piacere, Albert…-  mi disse un uomo -Io scrissi d’una teoria che se hai bisogno di fartela spiegare allora non la puoi capire…-
E rise, rise ancora di una risata relativa. Solo mi disse che non potevo pensar di un’opera finita spostandomi solo in questo spazio siderale. E mi condusse a bordo della sua “Bianchina del Tempo” in altre cose che chiamerò posti. Ed in effetti era pur vero: non certo bastano le identità contate se sono solo quelle di questo rintocco.
E m’arrampicai allora alle radici dei miei ulivi, di querce e sequoie genealogiche vedendo nonno, nonna, le gesta dei miei avi… e al mio catalogo aggiunsi un signore fiorentino col naso aquilino e tutta la gente dei suoi gironi, due ometti goffi coi baffetti, Charlie ed Adolf, aggiunsi Miles e John, due che suonavano la tromba, Mozart Wolfgang Amadeus, Chopin, Schopenhauer, Friedrich Wilhelm, un altro filosofo tedesco col cognome a forma di codice fiscale, un pittore che chiamavano Pablo, fissato coi cubi, Cleopatra, George Washington, William Shakespeare, e Sigmund, uno maniaco dei sogni che voleva uccidere Marzullo, e tale Martin Luther che continuava a strillare “I have a dream” (e subito di nuovo ‘sto Sigmund a rompere i coglioni) e Federico Fellini, James Dean, Audrey, che m’offrì la colazione, tre di Manchester con delle chitarre, i mille di Garibaldi, che raccontavano barzellette su Renzo Bossi, Napoleone, che mi chiese “Ma ‘sti posteri, poi, che hanno sentenziato?”, il sosia di Osama Bin Laden, che non mi ricordo come si chiama, gli eserciti dei Romani, Attila, i popoli Greci, Socrate e i presocratici, che mal sopportavano questa dipendenza e vollero scritti i loro nomi per esteso, Assiri, Babilonesi, e Bereghesi, Banatù, Munclassen, Xananà, Tinnini ed Antienterprise, altri popoli dell’intespazio avantiCristo (A proposito: lui non si fece trovare manco ‘sta volta!), il sig.Rossi, Rossana Alberti, Jacques Bordeaux, Elmut Lang, Ivan Petrov, Yoseph Ismael, Abdul Assan, Kim jun-wo, Evaristo de las Casas.
135.998.785.983.429.598.698.269.862.983.897.678.648.699.768.975.489.768.976.894.509.896. 897.328.934.686.874.386.778.689.743.986.026.034.949.986.897.687.498.896.769.440.405.096
(centotrentacinquemila miliardi di biliardi di triliardi di quadriliardi di quadriliardi…)
Avevo contato tutte le identità di tutti i luoghi e di tutti i tempi.
E m’addormii.
Avevo finito…
credevo…

-Salve, son Luigi-
Mi svegliai ancora, riconoscendo un uomo già registrato in sulla metà.
Continuò: -Io son padre di questo teatro, pensi al disegno com’ultimato? Folle tu sei, ma limitato-
Risposi: -Perdonerà il mio estro maldestro: lei mi conduca, caro maestro-
E per vero così fu al che, arricciando un sorriso, questo mi disse, qui per inciso:
-Davvero no, non si può credere che per ogni esistito ci sia un’identità sola: siam uno, nessuno e centomila. E per ogni identità d’ogni spazio ed ogni tempo ve n’è una per ogni istante vissuto, una per ogni persona incontrata.
Siamo moltitudini.
Infiniti punti d’infinito spazio d’infinito tempo, che si fondono in ognuno. Perfetta armonia di imperfezioni senza numero.
Dormi, dormi… e non metterti a contare, ché ognuno già conta, se ogni parte di sé impara ad amare-

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