E= mc²

Ed ora corri, che aspetti?

Che senso avrà mai cercare sé stessi?

Fattelo dire da mille tuoi incontri: sarai mille persone diverse.

E allora corri, più forte!

Che importa delle macerie che lascia il tuo vento?

Ti basta non guardare: nemmeno tu saprai.

Forza, più forte… non vedi che è tardi?

Cosa mai sarà una vita al cospetto di quest’ora da succhiare?

Veloce, di più… c’è carne da muovere, materia da plasmare!

Cosa contano i solchi dell’anima?  

Nessun codice mai potrà contemplarne reato,

nessuna formula descriverli mai.

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Allivederci

Flebile il tuo respiro senza parole
Sottile la tua pelle senza più umidità

Quella tua mano stretta, diventando carezza,
mi diceva mi resti anche se te ne vai

Ho percorso stazioni, ma ero fermo a un’estate
Mentre tu eri già in viaggio dove niente si sa
 
E ho dormito la mia ultima notte di bambino
E tu la tua prima d’eternità


Posture

A ‘na certa, da essere un competitore seriale cronico a fare sport per sé stessi è un attimo. Da qui a muoversi solo per riacquisire una posizione eretta è ancor meno.
Ma tant’è.
Bisogna dotarsi di pazienza, accettare il normale corso delle cose, anche quando sono tue, le cose, cercare il buono che c’è, e continuare a chiedere al proprio corpo, solo con più gentilezza.
Togliamo di mezzo il lattosio, un mese di trattamento detox, sedute di neural e ozonoterapia infiltrate con materno sadismo lungo la mia dorsale, le mani sapienti del mio operatore di fitness di fiducia e la sua panca posturale.
Rimettere bacino e vertebre in asse, dice.
Epperò, pianopianopiano, devo dire… ma non lo dico, eh…
Con nuove e sorprendenti sembianze da bipede, dopo l’ultima seduta, puntando sui gradini inaspettato vigore, risalgo le scale ed entro in macchina. A cigolare è solo la portiera, per una volta. Le mie giunture restano sorprendentemente mute. Mi giro a destra e a sinistra con sufficiente disinvoltura. Ed è pure una giornata di quelle da passeggiarci sopra. Lecce soleggiata e fresca, i caffè aperti.
“Prenditi cura di te”, dice alla televisione una pubblicità di prodotti che non posso più usare.
Me la prendo, allora, un’ora di passeggio. Silenziosa.
Non c’è moltitudine informe che scorre, ma il giusto compromesso di presenze, discrete, identificabili, e senza fretta.
Mi affaccio a qualche vetrina, fingendo di non sapere che siamo a ridosso dei saldi, mi fermo in liberrima, fingendo di saper leggere. Entro in gelateria: ananas e mango, ché alla frutta sono senza lattosio.
-Vuole assaggiare il fico?- mi fa la gelataia. Oggi mi sento che potrei dirle altrettanto, ma ometto.
Riparto. Via Trinchese, direzione Mazzini. Una leccata e un passo. In asse. Postura scrupolosa e fiera. Fino alla macchina.
16.05. Perfetto orario grattino.
Saranno stati anni che non mi permettevo passeggiate pomeridiane per il gusto in sé di farne.
Bene.
Accontentarsi, d’accordo.
Di quattro passi.
Appunto.
Passi che l’incedere non era quello deciso e sprezzante dei vent’anni.
Passi che a Lecce ci sono finito per correggere le mie errate convinzioni posturali.
Passi che alla ricercatezza celata del lino ho dovuto sostituire onesta maglietta traspirante e sneakers con solette plantari in silicone.
Passi che un po’ di tempo fa il gelato l’avrei preso solo dopo un minimo sindacale di birre pomeridiane.
Passi.
Però, cazzo: Piazza Mazzini-Piazza Duomo. Andata e ritorno. L-e-n-t-a-m-e-n-t-e.
E degli sguardi in opposto senso di marcia ai miei occhiali da sole non mi ha fissato nemmeno una donna dai 18 ai 50 anni!
Non mi era mai successo, mai! Fino a due-tre anni fa. Facciamo quattro, sì.
Che cazzo di vita insopportabile, l’età adulta: dover per forza parlare per risultare interessante.


Ogni 4 anni, piccola storia dei mondiali di calcio (stralcio…)

(…)
Nel 2006 i mondiali si giocavano proprio in Germania.
Allaggermania.
Per un mese siamo di nuovo popolo di emigranti.
Era il decennio breve, (…) la velocità delle innovazioni ci fa sembrare tutto più rapido e sfuggente.
Non scriviamo lettere, ma mail. Non leggiamo pagine ma pdf.
Non c’è nulla da toccare.
Anch’io cedo alla tecnologia.
Quella mattina che si trasformò in pomeriggio impiegai la mia preziosa giornata montando tutto ciò che poteva assecondare la mia fantozziana sete di calcio da italiano medio: televisore al plasma 42 pollici hd, poltrona reclinabile massaggiante, frigo portatile per non abbandonare la postazione, lettore dvd per eventuali repliche, pc desktop con modem e pen drive per le ultime news dalla rete. Tutto accuratamente collegato in modalità wireless.
Dopo 8 ore, 47 primi e 58 secondi di tentativi, è comparso Osama Bin Laden in videoconferenza che vendeva elettrostimolatori su telerama…
Fanculo la tecnologia.
Risuonano The White Stripes, “Seven Nation Army”.
E st’americanismo, l’ennesimo, diventa l’inno dell’Italia.
Del resto cosa puoi aspettarti da un popolo che crede che Po-poropo-poropoppoppoppopo siano parole del testo di Goffredo Mameli…
Saviano scrive Gomorra, e Veronesi col suo “caos calmo” prende il premio Strega.
Uno Strega speciale va alla nostra Costituzione del ’48.
Attualmente più un romanzo di fantascienza che un’opera di saggistica.
Quest’anno ha festeggiato il suo settantesimo.
E infatti. La trattano un po’ da vecchia rincoglionita.
La nonna che si fa finta d’ascoltarla e poi, invece, si fa sempre come si vuole.
Sì nonna, sta’ tranquilla: non faccio tardi… Sì sì, certo, la sovranità popolare…
Il saldo artistico è pesantemente negativo: ci lasciano James Brown, Bruno Lauzi, poeta genovese a cui piaceva cantare, e Syd Barret, fondatore, voce e mito dei Pink Floyd.
Nel 2006 mutano ancora gli orizzonti della storia: Saddam Hussein, che nel ’90 si fece conoscere dal mondo, viene giustiziato.
Giustiziato.
Mi viene sempre strano usare qualcosa con l’etimo simile a Giustizia quando si tratta della morte di un uomo per mano di un uomo.
L’Italia “entra” in un periodo buio, politicamente instabile.
Calcisticamente veniamo dalla disfatta del mondiale del 2002.
Usciamo contro il paese ospitante, la Corea del Sud, che massimizza l’abominio del Golden Gol e passa il turno.
Introdotta nel 1994, e bandita da ogni competizione dal 2004, la regola del Golden Gol è un’invenzione della Fifa mutuata dal calcio di strada che, sostanzialmente, dice che, nei supplementari, “ci segna ince”.
Era una cosa che succedeva per qualsiasi strada del paese quando si giocava per strada, ed era ormai troppo buio per continuare.
Corea del Sud.
La faccia di quella disfatta è la faccia, disfatta, di Byron Moreno.
Una faccia, perché dire viso sarebbe troppo generoso, che Lombroso avrebbe cestinato alla nascita se avesse fatto l’ostetrica.
Sguardo intelligente, aria arguta.
Un corpo che gli Spartani avrebbero consegnato immantinente al dirupo.
Nel credo popolare diviene il nemico di una nazione.
E fa soldi, perché poi, noi italiani, a volte, siamo davvero idioti, con delle comparsate nelle nostre televisioni.
Dopo una breve carriera politica in Ecuador, viene beccato con 6 kg di eroina all’aeroporto JFK di New York.
Quando uno è sveglio.
L’Italia “esce” da Calciopoli.
Uno scandalo che ancora adesso ha i suoi strascichi.
In Italia siamo sempre i più bravi a trovare i capri espiatori.
Ci fa sentire meglio.
Lo faremo anche lì, cercando di smacchiare con una centrifuga per colorati a mezzo carico un fiume di fango.
C’è sempre bisogno che ci sia uno a cui dare la colpa se non ci siamo qualificati all’ultimo Mondiale, se il calcio italiano non produce talenti, se i nostri stadi sono vecchi, se c’è violenza sugli spalti, se la mia ragazza mi ha lasciato…
E poi sempre più su, di colpa in colpa, fino al buco dell’ozono, e alla criminalità organizzata.
Salvo poi che non si vinca.
E allora… abbiamo scherzato.
Le vittorie cancellano tutto, garantiscono l’impunità.
E ce lo insegna la democrazia, a ben pensarci.
O quello che ci fanno credere sia, la democrazia.
(…)

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Portato in scena da Gustavo D’Aversa, Piergiorgio Martena. Musiche a cura di Domenico Protino, Marco Scarciglia.
Alle mie parole piace stare in buona compagnia.


Cose da sistemare

Chissà che forma nuova avrà la mia malinconia,

la strada che ha sbucciato ginocchia e poesia.

Chissà se queste rime saranno porcheria,

se poi lascerò in ordine prima di andare via.


Caffè macchiato

Che bel sole, stamattina!
hashtag buonacolazione,
metto una maglietta fina.

Scrivo a caso un’opinione
per sentirmi intelligente.
Siamo uomini, dispiace,

non possiamo farci niente:
bombardiamo per la pace,
un ossimoro vivente.

 


Loggione state of mind

Te ne sei accorto, sì?!?
Hai la doccia già fatta e la fortuna di una rapidissima gestione tricologica: sono opportunità da prendere al volo, di questi tempi.
Ti fa bene, ogni tanto, una serata in cui lo svago non preveda rosticceria d’asporto.
Un piccolo sforzo: devi solo salire in macchina, trovare parcheggio libero su precisa indicazione abusiva, fare la fila ad un botteghino confidando di non incrociare gente che ti imponga un saluto che non avete la minima intenzione di scambiarvi, metterti seduto, spegnere suonerie e silenziare pensieri e aspettare che il sipario si alzi. Sulla vita degli altri eh…
Devi farti platea. Ascoltare se vuoi, gradire se puoi.
Platea, asettica e controllata platea. O moderatamente interessata, al più.
Platea, elegante e raffinata platea. Accavallare le gambe concedendo il giusto risalto al calzino abbinato, disporre il tuo palmo destro per accogliere la cadenza intermittente delle quattro dita dell’altra mano, in segno convenzionale d’apprezzamento.
Essere, se proprio d’essere non può farsene a meno, al di qua: laggiù note svolazzanti, di qua consumo rilassato, laggiù parole ben disposte, di qua matura fruizione postlavorativa.
Sì.
Eppure ce l’ho messa tutta la cura possibile per creare sufficiente distanza emotiva, ieri, al Politeama, tra me e il palco. Ma il loggione no, non è bastato.
Sarà una questione anagrafica, sarà la cura delle parole, sarà che l’ironia mi commuove sempre più del melodramma, sarà la geografia dei contenuti, sarà la somiglianza di eredità e retaggi, sarà l’intolleranza al raffermo e l’idiosincrasia alla novità, sarà che anche per me scrivere cose tristi è più naturale che scrivere cose brutte, saranno Pavese, Dalla e un po’ Jannacci, sarà che mi ci vuole un paese e le profondità del mare, nonostante tutto, sarà che anch’io mi divido cercando di mantenermi integro, sarà la vita troppo pensata, sarà che, ci mancherebbe, so benissimo che il rimpianto è solo un altro modo un po’ infantile per sentirmi intelligente, sarà che nemmeno io so rinunciare a quelle quattro cinque cose a cui non credo neanche più, sarà che limuertitua, Brunori.

dig

 

 

 


Pesci d’aprile

Ma come fanno i pesci del mare
a non perdersi senza segnali,
quando si trovano soli a cercare
la preda giusta per non morire.
Avranno antenne, occhiali efficaci?
Lunghi binocoli, navigatori?
Mappe d’abissi sempre aggiornate?
Ecco: frequenze da catturare.
 
Ma come fanno, allora, le angosce
a nuotare seguendo identica rotta,
senza sentire nulla vibrare.

Sono pozzanghere mari profondi.
Riflessi pigri livree scintillanti.
Si sentono solo gli scrosci del vento,
ma forse è troppo, troppo banale
chiedergli di portarti lontano.


Popolo

Ma già a leggere più volte consecutivamente il nome…
Popolo… popolo… popolo…
po-po-lo
Po
Po
Lo
È l’onomatopea del pantano.
Di piedi dentro scarpe appesantite dal fango
in cui sguazziamo
come porci malnutriti da qualcuno
che ci getta mangime da una finestra
a cui regaliamo il nostro grugnito di gratitudine
Po
Po
Lo


Lo smartfon (effetti collaterali)

Che uno poi mica può sempre rimaner fermo. Ci si deve muovere, smuovere se si fa più fatica, adeguare perfino.
E per esempio capita che, nonostante il mio pressappochismo tecnologico, la mia collaudata avversione a tutto ciò che si regga su bit & byte, nonostante il mio sudato status di tecnoleso sia trascritto sulla mia carta d’identità di nuova stampa, io decida di prendere uno smartphone…
Nulla di straordinario: il più scamuso degli smartphone, il flop della gamma top; giusto per riconsegnare un cellulare avuto in prestito dopo aver distrutto il mio vecchio e rassicurante nokia 81 15-18 per aver sopravvalutato la mia balistica ed aver centrato con lo stesso il pavimento limitrofo al morbido divano ecopelle della dimora cesarina obiettivo della mia rivedibile mira e dei miei inguardabili pomeriggi estivi…
E capita che io ed il più scamuso degli smartphone si provi, seppur entrambi piuttosto dubbiosi ed armati di onesta diffidenza, a far conoscenza… E che io, più a tentoni che a tentativi, provi, come dire, ad intuirne, come dicono, le intuitive funzioni di base; le sole che userò: sms… molto eventualmente bluetooth… contatti e chiamate… chiamate…. ehm chiamate… sì ma… porc… come cazzo è che è partita ‘sta chiamata adesso, e cosa cazzo devo schiacc… quale tasto devo clicc… con quale dito devo touch… come porcoddue la fermo ‘shtachiamata, crishtoiddio!?!?!
Dal mio nuovo smartphone parte la prima chiamata, sprovvista del coessenziale estremo della volontà. Al numero di casa. Sono le 03.15 di una tranquilla notte, secondo più, secondo me-no.
I miei dimostrano ottima reattività catapultati tachicardici fuori dal letto dal gradito trillo.
La tecnologia migliora la vita(?).