Archivio dell'autore: michele fiore

Alla fine delle pizze (io li-evito)

Perché, scusate, voi avevate dei dubbi?
Di nuovo troppo, troppo umani.
Perché, scusate, voi pensavate ad un rinascimento della nostra emotività?
Perché, scusate, voi pensavate che a star lontani saremmo diventati tutti oculati filantropi? Pizze.
Pensavate che questa nuova primavera del genere umano ci avrebbe visti nuotare coi delfini trai canali di Venezia, passeggiare coi cinghiali giù dall’entroterra sardo, zompettare grati coi daini affacciatisi alle viuzze deserte d’Abruzzo? Pizze.
E l’aria limpida, e i mari tersi… Pizze.
Tutta questa umanità alla rinfusa, mascherine come caschi a mo’ di girocollo quando si andava in tre sulla vespa.
Ma io, io lo sapevo. Lo sapevo quello che eravamo. Lo capii un giorno lontano dei miei anni di grembiuli blu col fiocco celeste.
Un pomeriggio di quelli come questi, ma senza paura di quello che sarebbe stato. Di quelli che finivano la scuola. Dentro quel sole che profumava di un’estate che, sicuramente, non sarebbe mai finita.
Avevo appena convinto i miei a lasciarmi andare in bici dai nonni. Avevo un’Atala cross. Tre marce e sellone. Casa dei miei nonni era una base spaziale su cui atterravano i miei amici. Quel pomeriggio però erano tutti chiusi in casa: era stato il giorno delle pagelle, lockdown decretato a schiaffi. Io no: io ero bravo. Bravissimo. Quel voto con la penna rossa che fluiva dalla mano della maestra Maria sempre uguale, pie’ di pagina dopo pie’ di pagina.
Gli altri erano dentro, quel giorno, e io fuori. Per tutto l’inverno era stato spesso il contrario.
C’era però anche F.N., sorprendentemente sopravvissuto alle pagelle perché i suoi genitori erano di turno dai suoi nonni, dirimpettai dei miei.
Era un mio compagno di classe, F.N.; avrebbe fatto un dignitoso mestiere di fatica manuale: nessuno gli avrebbe mai detto “è intelligente ma non si applica”.
La nostra maestra ci aveva suggerito di lasciare due paginette in bianco da riempire, nell’estate infinita tra la terza e la quarta elementare, di stelline: una per ogni azione buona. Prodromi dell’autovalutazione.
F.N. mi venne incontro portandosi dietro il quadernino a righe con le pagine vuote e la sorellina con la gonnellina a quadretti, di due anni più giovane.
-Miche’- mi fece all’orecchio -ho un’idea: perché non buttiamo mia sorella sott’a Patula Cupa e poi la riprendiamo!?! Così mettiamo una stellina a testa-.
Io pensai che la somma algebrica degli eventi, pari a 0, non giustificasse il merito.
E che l’umanità non aveva scampo.
Patula Cupa, per i non autoctoni, è un vasto territorio palustre, moderatamente depresso, sovente umido e teatro di malriusciti tentativi di bonifica. Mi ci rivedo molto.


Quaranteena ed altre chiusure

Io penso di essere piccolo e inadatto ogni volta che inizio qualcosa, in qualsiasi ambito. Faccio i conti con le mie ansie, le mie inabilità, le mie insufficienze.
Raccolgo, pondero, setaccio al vaglio dei miei dubbi l’esiguo materiale di cui dispongo ogni volta che devo esprimere una mia personale opinione, coprendola, cagionevole qual è, con duettré preamboli e altrettanti “premesso che”…
No, aspe’, questo non c’entra… Voglio dire…
Ricapitolando.
Se ho ben capito, partendo dall’indice, perché il medio è inelegante:
C’è D’Urso Barbara, conduttrice sparaflashata specializzata in seminari sul lavaggio delle mani, che manda l’inviata in elicottero, o a piedi, non so, all’inseguimento di un impavido runner da spiaggia tipo CSI, o Mic Biuchennon. Come non sapete chi è Mic Biuchennon?
Ah…  si scrive Mitch Buchannon.
Sì, ho fatto una rapida ricerca online. Visto? A volte basta wikipedia. Facile, no?
Che poi, D’Urso Barbara, non so se prima o dopo, si mette a pregare in diretta tv con Salvini Matteo, di mestiere politico d’opposizione (è un mestiere), uno che dice cose e indossa felpe. Cambiandole ogni giorno. Entrambe.
“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.
Questa cosa scritta storta poco sopra è parte dell’articolo 7 della Costituzione, che enuncia il principio di laicità dello Stato.
La laicità dello Stato è sacra. E non è qualcosa di anticlericale. Men che meno di anticristiano. Servirebbe a garantire rispettiva autonomia a ordinamento statale e fenomeno religioso, a non dare in pasto la spiritualità ad appetiti pubblici. Scusate, mi perdevo in piccolezze…
Poi c’è Giordano Mario, direttore delle strategie e dello sviluppo dell’informazione delle reti mediaset. Giordano Mario, con voce piritata, inscena una gag esilarante facendo finta di non gradire un raffinato parere di un signore ben vestito rispondente al nome di Feltri Vittorio, direttore del quotidiano Libero e che taluni hanno proposto alla carica di Presidente della Repubblica per il mandato più recente.
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”
.
Questo è parte dell’articolo 21 della Costituzione, che enuncia il principio della libertà di stampa.
La libertà di stampa è sacra. E non vuol dire che ognuno possa scrivere e dire quel che gli pare. Tutt’altro: nella scrittura cresce il peso delle parole, perché delle stesse parole di cui siamo padroni quando appartengono al nostro pensiero, diveniamo servitori, una volta divenute inchiostro e significato. Scusate, mi riperdevo in piccolezze…
Ma, sapete?, io, a loro, non ho niente da dire.
Perché bisogna tessere, aldilà dell’essere, per partecipare. Con caustica costanza capire da chi, e mai dove, andare. Bisogna chiedere, per partecipare. Con insistenza. Senza vergogna. Promettere, se del caso, contropartite, anche se indisponibili.
E a bussare tante volte, alla fine, vi verrà aperto.
Io, a loro, non ho niente da dire. Niente. Perché sono nostra degna, e più alta, rappresentanza. Per voto, somiglianza o aspirazione.
Io a loro, a quelli di prima, non ho niente da dire. Perché sono ciò che gli permettiamo d’essere, e ciò che ci permettiamo d’essere noi, nel nostro più striminzito epilogo di dispensatori d’opinione.
L’opinione aprioristica e oppositiva di chi non sa.
Perché per farci un’opinione, su qualsiasi cosa, abbiamo smesso il fardello del pensiero, dell’informazione. Basta un copia incolla senza ricerca delle fonti. Sul grande fratello come sulla crisi mediorientale, sul campionato di calcio come sulle tematiche razziali, sulla microbiologia come sull’economia internazionale. E questo è il terreno insalubre su cui fonda la propria solidità l’impianto politico, dirigenziale, comunicativo. Del resto, se loro, quelli di prima, sono arrivati dove sono arrivati opinando senza opinione, perché dovrei farlo io, comune plebeo della rete?
Io non ho mai creduto nella meritocrazia, non l’ho mai creduta umanamente conciliabile. Non sarà così nemmeno per quei cristi che bardati delle mancanze degli ultimi vent’anni di gestione pubblica sopravviveranno ai loro colleghi di corsia.
Io non ho mai creduto nella meritocrazia. Ma ho sempre creduto nel merito. Di entrarvi, nel merito. Discutere. Capire. Provarci, almeno.
Vorrei andarmene a farmi sbranare da qualche leone connivente nella savana.
O su Marte per sentirmi meno alieno.
O ventimila Leghe sotto i mari, minimo.
Ma la verità è che mi manca il coraggio per non essere, così come quello per essere. E rimango nel limbo, amorfo e basito. Perché qui, se non sei un coglione o un tifoso, e nemmeno un impavido bombarolo, sei solo un disadattato.
E per quanto la probabilità che io sia destinato a intercettare imbecilli per strada si è notevolmente abbassata a causa del distanziamento sociale, per quanto, per decreto, pare siano attualmente sospese le sedute di laurea presso l’università della strada, basta un clic, e ci sono tutti lo stesso. Dietro a qualunque schermo.
E non c’è bisogno neppure di fare i conti col pudore residuo. Ci sentiamo… a casa.
E loro, quelli di prima, sono la visibilità che noi pagheremmo per avere. Perché questo, la nostra clausura forzata, ci ha detto: noi non siamo in grado di tenere a bada la nostra famelico volontà di mostrarci. Non abbiamo bisogno di uscire, ma di comparire. A qualunque costo, in qualsiasi veste: scienziati ed economisti, virologi e politologi, biologi e statisti. Con sfondi di librerie reali quanto il Vesuvio dietro a Felice Caccamo in Mai dire gol.
Pur senza presunzione di verità, e riservandomi di attendere i dati, anche i morti vostri mi paiono sottostimati.

 


Il gioco del dottore

E che culo, finalmente

dopo anni da studente

m’han chiamato immantinente!

Pare ci volesse gente…

 

Questo è il gioco del dottore

Si ricerca chi è l’untore

 

Il mio sogno nel cassetto!

Io ci sono: è presto detto!

Come un solo posto letto?!?

E quest’altro ‘ndo lo metto?

 

Questo è il gioco del dottore

“Fa’ qualcosa, per favore!”

 

I più bravi domattina

vincon tuta e mascherina!

 

Non ci son per tutti quanti,

garantiamo solo guanti:

c’eran cose più importanti.

Tocca a te, dai, fatti avanti!

 

Questo è il gioco del dottore

Si fa a tocco per chi muore.

 

Vince chi non ha giocato,

perché già così abituato,

per politiche d’umani,

a lavarsene le mani.


Strani giorni

S’allungano giornate che vorresti accorciare

La luce delle cinque ha poche ombre da schivare

Poggiati in una maschera che non fa che mostrare,

siam numeri di un abaco che non si vuol fermare.

 

Guardammo con sospetto

un nero che scappava

un giallo in un quartiere

un bimbo che annegava

un vecchio dentro a un letto

Guardiamo con sospetto

i prossimi vicini

 

Si raccontò diversa

la fiaba dei confini

 

Si ruppe senza avviso

la campana di vetro

Ci ritrovammo soli

distanti circa un metro

 

Lo spazio dentro a un atomo

è il cosmo che si espande

Più grande sembrò il piccolo

e più piccolo il grande

 

 

 

 

 


(la vera) Storia di Babbo Natale, 2019 (appendice)

Ma voi, come ve lo immaginate Babbo Natale?

Questa era solo la mia storia.
La vostra dove l’avete messa?
In quale cartone è finita?
Cercate ancora qualcosa in soffitta, ogni tanto?
O con la scusa della polvere si diventa allergici ai ricordi,
Che poi, sapete, non c’è cosa più futuribile, dei ricordi…
Istruire al prevedibile
O coltivare la fantasia
Essere sempre logici, perfettamente in ritardo
O disordinati creatori di piccole trasgressioni alla contemporaneità
Vivere lo stesso giorno per settant’anni, senza sbagliare mai
O inventare quello che sarà, dentro un pacco da ricevere o in un fremito non consegnato.
Realtà
O immaginazione
Realtà e(è) immaginazione.

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Portato in scena da Francesco Zecca. Musiche a cura di Martina Zecca, Marcovalerio Sabato.
Alle mie parole piace stare in buona compagnia.


Fine mese

Le hai mai contate le facce che hai attorno?
Ci sono, spariscono, in base all’età.
Li hai mai contati gli amici che hai?
Che cambiano spesso con l’umidità.
Lo hai mai contato il livello d’amore?
Che cambia in base al bisogno che si ha.
E la somma di padri e di madri?
Che forse non cambiano, ma bene non fa.

Ci fosse un posto per stare da solo,
ma solo che solo si sia per davvero.
Provare a far niente che possa cambiare,
provare a far niente, senza fare del male.

 


U COME AMORE (tesi)

C’è una cosa che accomuna chi lo ha provato e chi no: non saperlo definire.
L’Amore, dico.
Capossela non ebbe risposte dal vento.
Uno ancora più bravo usava dividerlo in sacro e profano.
Che sia cieco pare pacifico, certo, ma l’attributo non vale, da solo, esaustiva definizione.
Accantonate velleità d’inquadramento linguistico da Devoto-Oli, Zanichelli, o piccolo Palazzi, mi piace credere che il punto più alto, in letteratura, del termine in analisi (e che, in analisi, spesso, finisce per mandarci/vi-ci… vabbè, insomma, tendo all’inclusione), sia stato raggiunto da un tale nel canto V dell’Inferno allorché parlò di “Amor ch’al cor gentil ratto s’apprende”.
Il punto più basso lo si toccò molti anni dopo (ancora convinti dell’evoluzione della specie?) con l’assioma della TV commerciale “L’amore è… Scavolini”.
E anch’io, che di certo non son Dante, ma nemmeno Lorella Cuccarini, m’azzarderei, senza dirlo, a definirlo:
l’Amore è felicità. O meglio, sono. Perché di felicità diverse si tratta.
E di tre tipi:
a) È la felicità di essere felice con chi ti sta accanto
b) È la felicità di essere felice di sapere felice la persona che ti rende felice
c) È la felicità di essere felice se chi ti tradisce muore, leggete pure ‘trapassa’ se la mia crudezza ha urtato la vostra sensibilità di lettori; a patto che non sia ‘a miglior vita’, ché, se no, piacere al cazzo.
“Eccolo, lu curnutone…”, desumerebbe il lettore disattento prendendo in prestito un titolo degli insuperati Squallor…
E no, caro lettore di superficie, perché tutto sta nel significante, e significato assunto, del termine ‘tradimento’. Concetto da intendere in senso lato, appunto. E lato assai.
Ripercorrendo la via della tripartizione:
a) Vi è tradimento retroattivo, che si consuma già prima che lui/lei ti abbia conosciuto
b) Vi è tradimento in costanza di rapporto (o tradimento strictu sensu)
c) Vi è tradimento posteriore, postumo per i più foscoliani, che si consuma ad abbandono avvenuto.
Orbene, chi è d’accordo con questa ardita tesi è pazzo…
e neppure spero di trovarvi d’accordo, ché già non so se lo sia io, con me.
Ma se mi date del pazzo, smettetela, per dio, di parlar d’amore eterno!

P.S.:  Visto che, con la maturità anagrafica, mi sono imposto di produrre quote, a me sconosciute, di pragmatismo, propongo allora, onde evitare spiacevoli fraintendimenti, un utile Vademecum delle frasi da preferire in costanza di coppia:
“Sei l’uomo/la donna (vale ambosessi) più importante della mia vita da marzo 2008 a gennaio 2010 (le date sono commutabili ad uso e consumo personale)”
“Sei il mio 3° o 4° amore eterno”
“Come te nessuno mai, da quando ho cambiato residenza”
“Ti amerò per sempre negli anni bisestili”
“Non ti dimenticherò, fino alle 8/8.30”

P.P.S.: Il Vademecum può avere effetti collaterali. L’autore declina da ogni responsabilità.

 

 

 


A sette miglia (o anche più)

Mi son fermato troppo tempo a pensare
Ero io, disperso a sette miglia nel mare
Ero curioso di chi mi venisse a cercare,
per quanto dissi -a me lassatime shtare-

Mi son fermato troppo tempo a pensare
Ero disperso a venti miglia nel mare
Una sirena nuda stava a cantare
Una murena cruda lì ad ascoltare

Mi son fermato troppo tempo a pensare
Ero disperso a cento miglia nel mare
S’avvicinò uno squalo per pasteggiare
Ma carne bianca e solo se regolare

Mi son fermato troppo tempo a pensare
Ero disperso a mille miglia nel mare
S’avvinghiò un polpo col suo viscido fare
-Ogni pensiero- disse -è tentacolare-

Mi son fermato troppo tempo a pensare
Ero disperso non so dove nel mare
Mi ritrovai due branchie per respirare
M’avevan detto -in fondo è bello cambiare-

Mi son trovato a stare senza pensare
Ero finito nei fondali del mare
Sembrava bello il mondo unicellulare
Fu come un ballo lento anche annegare

sdr


Il sabato sera

Il sabato sera non esco. Da tempo immemorabile ormai se devo farmi a cimitero lo faccio nel feriale. Il sabato sera non esco. Sto a casa. Leggo. Faccio cose. Non vedoggente.
Sabato scorso ho finito di (ri)leggere il Simposio di Platone. Platone l’ha scritto quando ancora non sapeva che sarebbe diventato un aggettivo. Lui, dico.
Poi mi è venuta fame. Casa era vuota. Il frigo era vuoto. Un po’ pur’io.
Vestito della mia Panda bianca sono uscito e ho imboccato la strada di una pizzeria qualsiasi. In questa pizzeria qualsiasi c’era un sabato sera. Con della gente da sabato sera. Non avete idea di quanta gente del sabato sera mi sia passata davanti mentre aspettavo la mia pizza da portare in salvo a casa. Gente soprattutto femmina con tacchi alti e strass. Molti strass. Penso che queste esemplari si comprino proprio le cose per uscire il sabato sera. E si concino per sembrare ragazze del sabato sera. E sono ammirevoli: rischiano lo shock anafilattico sotto quel trucco da far invidia a Moira Orfei; rischiano femori ad ogni passo sopra certi tacchi da far invidia a Moira Orfei. Ai sui trampolieri intendo. Io le guardavo. Forse avranno pensato che fossi interessato a loro. Che gli strass avessero fatto il loro bell’effetto. Vero, comunque: le ho notate.
Sono tornato a casa con la mia pizza. Platone mi ha guardato schifato. Socrate ha vomitato.
Ho pensato che Platone ha scritto il Simposio nel IV secolo a.C.. Ho pensato che questo sabato sera, in quella pizzeria, sia accaduto nel 2019 d.C.. Ho pensato che il tempo si usa chiamarlo progresso.

 


Piccolo manuale della dipendenza

Ci siamo: il Luglio è finalmente fuori dalle palle e tra un po’ si ricomincia.
E allora, che aspetti?
Sei un inguaribile adrenalinico e ti piace scommettere? vaiallaSNAI
Ti piace perdere facile? vaiallaSNAI
Vuoi vedere tutte le partite fino alla serie c inglese con lo stesso interesse dell’elezione di Obama o dell’attacco alle torri gemelle? vaiallaSNAI
Ti senti solo e non ti va di uscire? vaiallaSNAI
Vuoi rivedere le partite dei mondiali Italia 90, Usa 94 e Francia 98 incazzandoti di nuovo per i rigori sbagliati e fottendone dell’anacronismo? vaiallaSNAI
Sei assalito da misoginia galoppante e non vuoi saperne più nulla delle donne preferendo che la più vicina stia ad oltre quattro ettari di distanza? vaiallaSNAI
Vuoi inventare liberamente ogni sorta di sproloqui e bestemmie suscitando la sentita ammirazione dei presenti perché hai perso la schedina nel tempo di recupero? vaiallaSNAI
Vuoi leggere la gazzetta per la formazione del fantacalcio mentre a casa ci sono 2000 pagine da studiare per l’esame della settimana prossima? vaiallaSNAI
Vuoi condividere gioie e dolori con persone che non ti conoscono ma che ti danno sempre ragione? vaiallaSNAI
Vuoi una televisione con 5 telecomandi e schiacciare tasti a cazzo? vaiallaSNAI
Vuoi poter controllare sul televideo di un altro schermo la partita Mezzocorona-Rodengo Saiano perché hai giocato over? vaiallaSNAI
Vuoi mettere a sistema tutte le tue intuizioni calcistiche investendo barbaramente per la tua vita futura ma con la possibilità di prendersela con chi cazzo ti pare? vaiallaSNAI
Vuoi rimanere con la tuta acetata anni ottanta tutto il giorno perché te ne sbatti le palle della movida? vaiallaSNAI
La domenica hai perso il sistema e vuoi sputtanarti gli ultimi 10 euro live col posticipo? vaiallaSNAI
Il lunedì vuoi rinviare l’inizio della settimana lavorativa puntando sulle uniche due partite di calcio(finlandese) che si giocano nel mondo? vaiallaSNAI
Vuoi trasferirti e non tornare più a casa nutrendoti solo dalle macchinette self service? vaiallaSNAI
Vuoi diventare l’idolo dei ragazzini bulli del paese perché giochi nella squadra locale che ti salutano orgogliosi senza sapere che sei un povero coglione senza prospettive? vaiallaSNAI
Vuoi parcheggiare proprio sotto il segnale divieto di sosta e fermata con le quattro frecce per giocare due minuti salvo rimanere fino a quando non si scarichi la batteria tanto il vigile è amico mio? vaiallaSNAI
Vuoi seguire la finale di Champions tra Manchester e Barcelona mentre il tuo unico pensiero è la vittoria esterna del Poggibbonsi pagato 6 a 1? vaiallaSNAI
Vuoi vivere momenti indimenticabili di costruttivo scambio di idee circa il fuorigioco sbandierato da quel bastardo del guardalinee Tagliavento mentre la tua vita rotola a puttane? vaiallaSNAI
Vuoi partecipare all’incontro tra popoli, incontrare persone di razza, religione e ceto sociale diversi e mandarli a cacare tutti indistintamente con lo stesso slang locale perché non si tolgono davanti al televisore? vaiallaSNAI
Vuoi farti 14 scommesse a incrocio con copertura bilaterale impiegando 89 ore settimanali di rilevamenti statistici manifestando un orgoglio non secondo alla consegna di un nobel per la fisica? vaiallaSNAI
Vuoi rivedere alla moviola per la 1648esima volta il fallo da rigore che ti ha fatto perdere 20 euro mentre i tuoi genitori sperperano i guadagni di una vita per darti un futuro migliore che hai già abbondantemente eluso? vaiallaSNAI.
Per questo, e per mille altri motivi, non esitare: vaiallaSNAI.
Scommetto che non potrai più farne a meno. A 1.25.