Archivi categoria: Poesie d’amore e d’altre cose sopravvalutate

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Nel mio giardino

Nel mio giardino ci sono un cane, un ranocchio che non sarà principe e un pensiero che non sarà principio.
Mi stanno lì, tutto il tempo ad aspettare,
nello spicchio di sole tra l’inizio e il rumore.

Io sto lì a guardarli per un po’,
alla finestra di un altro giorno come un altro giorno.

Tocco il vetro con un’unghia per farli voltare.
Poi preparo qualcosa da mangiare:
una ciotola, il bacio di una principessa inventata e un altro giorno come un altro giorno.


Allivederci

Flebile il tuo respiro senza parole
Sottile la tua pelle senza più umidità

Quella tua mano stretta, diventando carezza,
mi diceva mi resti anche se te ne vai

Ho percorso stazioni, ma ero fermo a un’estate
Mentre tu eri già in viaggio dove niente si sa
 
E ho dormito la mia ultima notte di bambino
E tu la tua prima d’eternità


Cose da sistemare

Chissà che forma nuova avrà la mia malinconia,

la strada che ha sbucciato ginocchia e poesia.

Chissà se queste rime saranno porcheria,

se poi lascerò in ordine prima di andare via.


Caffè macchiato

Che bel sole, stamattina!
hashtag buonacolazione,
metto una maglietta fina.

Scrivo a caso un’opinione
per sentirmi intelligente.
Siamo uomini, dispiace,

non possiamo farci niente:
bombardiamo per la pace,
un ossimoro vivente.

 


Pesci d’aprile

Ma come fanno i pesci del mare
a non perdersi senza segnali,
quando si trovano soli a cercare
la preda giusta per non morire.
Avranno antenne, occhiali efficaci?
Lunghi binocoli, navigatori?
Mappe d’abissi sempre aggiornate?
Ecco: frequenze da catturare.
 
Ma come fanno, allora, le angosce
a nuotare seguendo identica rotta,
senza sentire nulla vibrare.

Sono pozzanghere mari profondi.
Riflessi pigri livree scintillanti.
Si sentono solo gli scrosci del vento,
ma forse è troppo, troppo banale
chiedergli di portarti lontano.


Corpi contundenti

M’immaginai
una tenda bianca gonfia di brezza scivolare le sue gambe setose.
Sue non so di chi. O non ricordo.
M’immaginai
le sue terga morbide scoperte a metà dalla mia maglietta da notte.
M’immaginai
chiavi di violino disegnate dall’arco della sua schiena spigolosa.
M’immaginai
aprirsi il sipario dei suoi capelli sulla piccola nuca chiara, preclusa al sole, nuda ai raggi di luna.
M’immaginai
i suoi seni strizzati dalla tramontana e da bikini insufficienti emergere orizzontali sospinti poco più in alto della marea da sensuali applicazioni di princìpi d’Archimede
Colpito da troppi corpi contundenti m’interruppi i pensieri alticci.
Bevvi due olive.
Arrossii.
M’immaginai solo sfiorare con la lingua furtiva il tuo broncio addormito.


Mi concedo congedo

Tappatevi le bocche
con le rimanenze dei panettoni
d’uva, e tempo che, passa,
di modo che non abbia strada
l’ennesimo sproposito
da ultimi rintocchi.
Come flatulenza silenziosa
troverà sbocco dall’orifizio meno nobile
allo scoccar di mezzanotte,
quando baci un po’ unti
schiaffeggeranno guance a caso
stando attenti ai doppioni.
Nel fumo di necessitate interazioni
nessuno farà caso a un sigaro acceso
allontanarsi dalla moltitudine augurale
per trovarsi meno solo.


Poco oltre la finestra

Poco oltre una finestra, appena dietro
Un altro giorno e un gatto infreddolito
Vapore le parole sopra il vetro
I miei retaggi nudi ed un vestito.

L’ipocrisia di rimandar le cose che non si faranno
I buoni propositi di fine d’anno


Migrazioni (tentativi)

Di quei giorni che te ne vai al mare
giusto così, per non morire
E fissi le rive calme
schiumando rabbia
Nulla ti somiglia

Forse il freddo
O la carcassa riempita di sabbia
-Funerea clessidra-
Di, chissà, un’allodola
senza più specchi.