Archivi categoria: Cose che ho scritto io e che, nonostante questo, condivido

Il reading letterario (e altre forme d’arte)

Gente sovente insegue la fama,
in ogni dove ormai si declama
Siccome qui son tutti poeti,
porgono perle ai più bassi ceti
Siccome qui son tutti artisti,
sbocciano spesso spettacoli misti:
musica dolce incontra parola,
e l’uditorio, savio, s’immola
Spesso s’aggiunge un’installazzzione:
si sa che l’arte è commistione
Purché si faccia innanzi a tutti,
come parole valgono rutti
Per quanto anche in rima baciata,
da questi sforzi nasce cacata
Bastano un palco e un po’ di persone,
diventa artista ogni minchione

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Il tempo dei citofoni

Pronto, passo tra mezz’ora. 
Pronto, poi ti squillo io. 
Pronto, sto partendo adesso. 
Pronto, esci: sono fuori.
Pronto, dai che faccio tardi.
Non c’è tempo: poi ti guardi.

C’era il tempo dei citofoni
Siamo sotto, dai che andiamo

C’era il tempo dei citofoni
Scendi giù che t’aspettiamo

In quel tempo dei citofoni
c’era un timido bambino
Sì: ero io, ma non soltanto
Era tutte quelle cose che potevi diventare,
che poi cosa esattamente, non ricordo, a ben pensare
Era tutte quelle cose che potevi fare ancora:
le vacanze di tre mesi,
la pipì dove si vuole,
dolci a iosa,
e poi aspettare…

Aspettare si poteva, e serviva a immaginare:
la più bella della classe,
quello che sarebbe stato,
biciclette con le casse,
la piscina in mezzo a un prato,
il tuo nome ripetuto dopo l’inno nazionale

C’era il tempo dei citofoni
Quando ci vergognavamo

C’era il tempo dei citofoni
Suona tu, che poi scappiamo


(la vera) Storia di Babbo Natale, 2018 (stralcio…)

(…) la definitiva resa di qualsiasi residuale stoica speranza dell’esistenza di Babbo Natale la maturai qualche tempo dopo: l’albero di Natale di casa mia era coperto da un congegno di lucine iperbolico, che adeguava la propria intermittenza a tre musichette natalizie, che potevi scegliere dal piccolo telecomando.
Le strane interferenze dell’impianto elettrico facevano sì che, ogni volta che si accendesse la luce delle scale, partisse la famigerata nenia, ad ogni ora, soprattutto quando tornavo alticcio nella speranza di non essere sentito in una delle nottate prenatalizie.
Fu così, pochi anni prima, che scoprii mio padre caricare quei pacchi: accese la luce delle scale e partì quella nenia, inesorabile.
Io mi svegliai sulle note del jingle natalizio più metallico mai sentito e anche la mia vista appurò la presenza di mia madre al confezionamento e di mio padre al trasporto pacchi.
Nessuna traccia dell’omone in rosso né del suo sacco, nessuno gnomo ad impacchettare né alcuna renna parcheggiata a mezz’aria nelle vicinanze del mio garage. Saranno state le 3 di notte; avrò avuto… vent’anni, ma fu egualmente un colpo duro e definitivo.
Si manteneva una parvenza di leggenda giusto per cugini e cuginetti che invadevano la mia casa al mattino presto mentre io ero di solito semicollassato a letto.
Ma quell’anno, alla solita domanda “Ma, per caso, non hai sentito uno strano rumore ‘stanotte?”, mia madre e la sua ansia furono meno pronte anche di fronte ai pargoli di famiglia: “Stanotte? Dove? Cosa? Chessuccesso?!?”.
L’ansia. Sì. Perché il Natale era un concentrato spaventoso d’ansia e disagio collettivo.
Già dover festeggiare a tutti i costi.
Far combaciare esattamente i pranzi e le cene in famiglia, talmente lunghi che si intersecavano. Negli intervalli Malox e via, per l’ennesima visita ai parenti infermi dovendo dire ti vedo meglio senza averlo mai visto prima.
E quelle intermittenze fulminate sui presepi e le pecorelle con tre gambe che a giorni alterni stramazzavano al suolo di carta roccia che tocca dire lo stesso machebello zia Lucia!!!
L’ansia. Dover prendere pensieri e pensierini per tutti.
E cambiare la confezione alle bottiglie ricevute negli ultimi tre lustri da riciclare stando attenti che non arrivino esattamente al primo che aveva generato la spaventosa catena di santantonio.
L’ansia. Dover scambiarsi gli auguri telefonici con le bocche tappate con le rimanenze dei panettoni d’uva passa e il tempo che no, non ne vuole sapere.
E baci un po’ unti a schiaffeggiare guance a caso della moltitudine augurale.
Chiedendo alla solitudine di non parlare,
che non sia mai farci scoprire soli da altre persone sole.
Chiedere alla solitudine di non parlare, nemmeno stavolta.
Chiedersi di resistere ancora, che tanto poi passa, dai… forse passa…

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Portato in scena da Francesco Zecca. Musiche a cura di Martina Zecca, Alessandro Dell’Anna, Marcovalerio Sabato.
Alle mie parole piace stare in buona compagnia.


Andiamovene (dalle ultime lettere di Alberto Fortis)

Ed ora, da bravi,
ammainate i megaombrelloni di paglia acrilica dei Lidoclub,
impilate le spiaggine di plastica bianche, tutte uguali, angoli sugli angoli, braccioli nei braccioli,
rompete le righe di barconi e cabinati del porto, a un massimo di 7-8 metri dalla darsena, perfettamente allineati a seconda del numero di cavalli motore, evoluzione marittima dell’ancestrale battaglia a chi ce l’ha più grosso,
e poi ripiegate slip, bikini, trikini, fili interdentali e copriclitoride dorati,
sgonfiate bicipiti e materassini a due piazze grigio decathlon,
smettete mocassini e laidi risvolti della selezione all’ingresso di bipedi notturni,
abbassate i fari dello Scoglio proiettanti ideogrammi luminosi nel blu della notte ché Gotham City torni quieto porto,
abbassate il volume della colonna sonora che mandate in loop da 60 giorni e 60 notti, sperando che il trattore del fantasma del pulcino pio uccida anche Giusy Ferreri e tutti i derivati di Gustavo Lima,
riponete le settordicimila istantanee fatte con la stessa posa provata tutt’inverno nei bagni,
sucate i resti dei vostri mojito sottomarca,
raccattate ciò che rimane delle vostre sinapsi e della vostra pelle raggrinzita dall’UVA, mentre s’affaccia la stagione dell’innimare,
richiudetevi negli ergonomici chiauti dei beauty center,
riaccendetevi la lampada e andatevene fanculo… ché è settembre.

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E= mc²

Ed ora corri, che aspetti?

Che senso avrà mai cercare sé stessi?

Fattelo dire da mille tuoi incontri: sarai mille persone diverse.

E allora corri, più forte!

Che importa delle macerie che lascia il tuo vento?

Ti basta non guardare: nemmeno tu saprai.

Forza, più forte… non vedi che è tardi?

Cosa mai sarà una vita al cospetto di quest’ora da succhiare?

Veloce, di più… c’è carne da muovere, materia da plasmare!

Cosa contano i solchi dell’anima?  

Nessun codice mai potrà contemplarne reato,

nessuna formula descriverli mai.


Ogni 4 anni, piccola storia dei mondiali di calcio (stralcio…)

(…)
Nel 2006 i mondiali si giocavano proprio in Germania.
Allaggermania.
Per un mese siamo di nuovo popolo di emigranti.
Era il decennio breve, (…) la velocità delle innovazioni ci fa sembrare tutto più rapido e sfuggente.
Non scriviamo lettere, ma mail. Non leggiamo pagine ma pdf.
Non c’è nulla da toccare.
Anch’io cedo alla tecnologia.
Quella mattina che si trasformò in pomeriggio impiegai la mia preziosa giornata montando tutto ciò che poteva assecondare la mia fantozziana sete di calcio da italiano medio: televisore al plasma 42 pollici hd, poltrona reclinabile massaggiante, frigo portatile per non abbandonare la postazione, lettore dvd per eventuali repliche, pc desktop con modem e pen drive per le ultime news dalla rete. Tutto accuratamente collegato in modalità wireless.
Dopo 8 ore, 47 primi e 58 secondi di tentativi, è comparso Osama Bin Laden in videoconferenza che vendeva elettrostimolatori su telerama…
Fanculo la tecnologia.
Risuonano The White Stripes, “Seven Nation Army”.
E st’americanismo, l’ennesimo, diventa l’inno dell’Italia.
Del resto cosa puoi aspettarti da un popolo che crede che Po-poropo-poropoppoppoppopo siano parole del testo di Goffredo Mameli…
Saviano scrive Gomorra, e Veronesi col suo “caos calmo” prende il premio Strega.
Uno Strega speciale va alla nostra Costituzione del ’48.
Attualmente più un romanzo di fantascienza che un’opera di saggistica.
Quest’anno ha festeggiato il suo settantesimo.
E infatti. La trattano un po’ da vecchia rincoglionita.
La nonna che si fa finta d’ascoltarla e poi, invece, si fa sempre come si vuole.
Sì nonna, sta’ tranquilla: non faccio tardi… Sì sì, certo, la sovranità popolare…
Il saldo artistico è pesantemente negativo: ci lasciano James Brown, Bruno Lauzi, poeta genovese a cui piaceva cantare, e Syd Barret, fondatore, voce e mito dei Pink Floyd.
Nel 2006 mutano ancora gli orizzonti della storia: Saddam Hussein, che nel ’90 si fece conoscere dal mondo, viene giustiziato.
Giustiziato.
Mi viene sempre strano usare qualcosa con l’etimo simile a Giustizia quando si tratta della morte di un uomo per mano di un uomo.
L’Italia “entra” in un periodo buio, politicamente instabile.
Calcisticamente veniamo dalla disfatta del mondiale del 2002.
Usciamo contro il paese ospitante, la Corea del Sud, che massimizza l’abominio del Golden Gol e passa il turno.
Introdotta nel 1994, e bandita da ogni competizione dal 2004, la regola del Golden Gol è un’invenzione della Fifa mutuata dal calcio di strada che, sostanzialmente, dice che, nei supplementari, “ci segna ince”.
Era una cosa che succedeva per qualsiasi strada del paese quando si giocava per strada, ed era ormai troppo buio per continuare.
Corea del Sud.
La faccia di quella disfatta è la faccia, disfatta, di Byron Moreno.
Una faccia, perché dire viso sarebbe troppo generoso, che Lombroso avrebbe cestinato alla nascita se avesse fatto l’ostetrica.
Sguardo intelligente, aria arguta.
Un corpo che gli Spartani avrebbero consegnato immantinente al dirupo.
Nel credo popolare diviene il nemico di una nazione.
E fa soldi, perché poi, noi italiani, a volte, siamo davvero idioti, con delle comparsate nelle nostre televisioni.
Dopo una breve carriera politica in Ecuador, viene beccato con 6 kg di eroina all’aeroporto JFK di New York.
Quando uno è sveglio.
L’Italia “esce” da Calciopoli.
Uno scandalo che ancora adesso ha i suoi strascichi.
In Italia siamo sempre i più bravi a trovare i capri espiatori.
Ci fa sentire meglio.
Lo faremo anche lì, cercando di smacchiare con una centrifuga per colorati a mezzo carico un fiume di fango.
C’è sempre bisogno che ci sia uno a cui dare la colpa se non ci siamo qualificati all’ultimo Mondiale, se il calcio italiano non produce talenti, se i nostri stadi sono vecchi, se c’è violenza sugli spalti, se la mia ragazza mi ha lasciato…
E poi sempre più su, di colpa in colpa, fino al buco dell’ozono, e alla criminalità organizzata.
Salvo poi che non si vinca.
E allora… abbiamo scherzato.
Le vittorie cancellano tutto, garantiscono l’impunità.
E ce lo insegna la democrazia, a ben pensarci.
O quello che ci fanno credere sia, la democrazia.
(…)

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Portato in scena da Gustavo D’Aversa, Piergiorgio Martena. Musiche a cura di Domenico Protino, Marco Scarciglia.
Alle mie parole piace stare in buona compagnia.


Popolo

Ma già a leggere più volte consecutivamente il nome…
Popolo… popolo… popolo…
po-po-lo
Po
Po
Lo
È l’onomatopea del pantano.
Di piedi dentro scarpe appesantite dal fango
in cui sguazziamo
come porci malnutriti da qualcuno
che ci getta mangime da una finestra
a cui regaliamo il nostro grugnito di gratitudine
Po
Po
Lo


Musica da camera

Come vorrei che ci fosse un chitarrista,
seduto sul mio letto
Un piccolo chitarrista con gli occhiali grossi e le dita veloci
a infilare dentro le corde le parole che scrivo,
o anche quelle che riesco solo a pensare
Che ci sarebbe un grande concerto,
nella mia stanza,
coi libri mai letti e i cd messi stretti a sentire,
qualche amico su carta lucida, fermato prima del digitale,
il loggione ricolmo di vecchi giornali,
la tv che si spegne per restare a guardare
E al sipario delle lenzuola,
anche le camicie più schive
chiederanno il bis dell’ultimo pezzo,
quello delle cose non dette
Ché le dimenticano presto le cose che ascoltano,
quelli nella mia stanza,
come tutto quello che hanno ascoltato
Le telefonate gridate, i lamenti d’amore,
le cose iniziate e il sentirmi morire.

Storia dell’Estate 2017 (stralcio)


Però forse è vero che passa tutto più in fretta, mano a mano. Due anni fa ho preso un cane…
O era dodici anni fa… ma no… l’ho preso adesso…
Ma è appena morto… no, è appena nato…
Due anni fa ho preso un cane.
Sarà perché con quattro zampe tutto corre un po’ più veloce, ma un giorno per loro non impiega lo stesso tempo di un giorno per noi.
Un giorno per loro ci mette un tempo diverso per passare, anche quel giorno impiegato solo ad aspettarmi.
A volte il suo tempo corre così veloce che per quanto sia piccolo il tempo usato per aspettarmi, mi accoglierà sempre come fossi mancato per una vita intera, leccandomi la sua gratitudine ad ogni ritorno.
Anche se sono uscito solo per gettare la spazzatura, o per esser certo di aver chiuso la macchina.
Lui non ha altro da aspettare se non me.
E quando ci sono non ha altro da vivere.
Passiamo la nostra esistenza pensando così tanto a quanto sia difficile vivere senza contare per nessuno, che non badiamo a quanto sia insostenibile che qualcuno dipenda totalmente da noi.
Il mio cane mi ha insegnato quanto sia piccolo il tempo che si ha a disposizione, mentre noi pensiamo di averne sempre più di quello che abbiamo già trascorso.
È come se anch’io, in qualche modo, pensassi e vivessi un tempo diverso, un tempo quadrupede.

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Anconvenscional lov

Lei, timide gote di pesca
Lui, anello d’oro con testa di leone
Lei, profumo di fiori di loto
Lui, irsuto pelo fuor di canotta
Poca notte li unì
Lei, rugiada, rivestì la pelle di luna
Lui, unto, asciugò la polpa paonazza

“È la prima volta, da quando la mia unica donna fuggì tre lustri fa. Vorrei rivederti, se non disturbo” sussurrò tremulo d’amore.
“Cento euri” disse lei a palmo aperto distratta dalla fretta del nuovo incontro ad ore.