Archivi categoria: Il Vaniloquio (pagine completamente inutili)

Etologia delle amministrative. Il Candidato (tipologie) -parte II-

Tipologia 6
IL SALUTISTA

È il candidato che, avendo contezza dei propri problemi con le parole e col loro significato, si limita a salutare. Sempre. Praticamente lo stereotipo dell’omicida inatteso.
E lo fa con tutti: donne, uomini, bambini, cani, porci, volatili e, nei giorni più prossimi al minuto d’esilio in cabina, anche automobili parcheggiate, aerei, ottovolanti ed altri oggetti inanimati.
Si narra che se lo si saluta per primi vada in crisi d’identità e venga dominato da convulsioni con bava alla bocca, già peraltro abbondantemente presente non in costanza di crisi.
Modifica abilmente la tecnica del movimento ondulosalutatorio, affinata nel tempo, in base a parametri quali la distanza spaziale e l’estensione del nucleo familiare: da un lieve, accennato formicolio delle dita alla disordinata circonduzione delle braccia stile ‘sto affogando nonostante dovrei galleggiare’.

Tipologia 7
L’INCENSURATO

Il candidato candido.
Non è stato mai condannato, mai imputato e mai indagato. E non sa neppure la differenza trai tre status.

Tipologia 8
LA QUOTA ROSA

Frutto della fantasmagorica trovata del legislatore che abilita alla doppia espressione di voto solo se uno è destinato ad una candidata donna. Un casino che nemmeno i playoff di lega pro.
E allora via al rituale del corteggiamento che nemmeno nelle Galapagos durante la stagione degli amori. Così sì che si combatte il sessismo… e se fate le brave vi fanno uscire anche un uomo dalla torta che vi lava i piatti in perizoma leopardato.
Al vaglio anche l’ipotesi dell’ingresso in lista in coppia, senza consumazione obbligatoria entro le 22. In caso di avvenuta consumazione con conseguente stato interessante pare sia agli atti anche un disegno di legge che imponga all’esercente patria potestà di sopprimere dal secondo maschio in su, ma comunque a scelta trai nascituri, in ipotesi di parto gemellare.

Tipologia 9a

IL MILITANTE FASHISHTA
È notoriamente un troglodita che si esprime a gesti.

Tipologia 9b

IL MILITANTE COMUNISHTA
Come sopra.

Tipologia 10
IL TESTIMONE DI GEOVA

Si aggira sinistro per le vie del paese, solitamente nel primo pomeriggio torrido, anche a frotte in modalità Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo (trattasi evidentemente di falso), e suona al campanello di casa esattamente mentre stai per portare alle papille il primo boccone del pranzo per tamponare l’ulcera provocata dai 7000 caffè mattutini.
Ti trascina fuori con la scusa di parlarti e, mentre con l’ausilio di compari compiacenti ti fa il gioco delle tre carte, ti ritrovi con l’abbonamento a sky cinema (i nostri programmi sono differenti!), i ricambi della folletto (pulizia per la riqualificazione delle periferie!), una batteria di pentole mondial casa del ’94 (ricambio generazionale, ma solo con usato garantito!), l’almanacco(!) di frate Indovino e centosessanta santini in tasca. Da tirare tutti, indiscriminatamente.

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Etologia delle Amministrative. Il Candidato (tipologie) -parte I-

Tipologia 1
IL BANCONISHTA

Altrimenti detto Alex Britti, lo trovi già dalla mattina alle cinque al bancone del bar, a portata di cassa. “Il caffè è pagato”, fa sornione mentre tu è la terza volta che entri in quel cazzo di bar perché vorresti una fottuta cedrata Tassoni.
Capita, non di rado, di trovarvi contemporaneamente più elementi della stessa lista, da cui la nota locuzione ‘Coalizione da Tiffany’.
Il controllo dei bar durante il periodo preelettorale è vasto, rigido e regolamentato almeno quanto il cartello di Medellin. Con la differenza che ai narcotrafficanti colombiani qualcuno è riuscito a sfuggire.
N’espresso. Uot els?

Tipologia 2
L’UOMO COL PACCO

È, in assoluto, il candidato storicamente più ambito.
L’uomo col pacco, pacchetto ad inizio carriera, porta sempre con sé un numero cospicuo e preciso di preferenze in virtù di rapporti faticosamente costruiti nell’esercizio del proprio ruolo e/o professione, senza il fastidioso disturbo accessorio di dover giustificare programmaticamente la propria candidatura.
Se l’uomo col pacco per antonomasia era rappresentato dal medico, meglio se ilmedicodelamutua, attualmente stanno emergendo come portatori di pacchi nuove figure similprofessionali che, pur senza prescrivere ricette, si trovano sistematicamente a mangiare.
Nella versione moderna è talmente ignorante da pensare che per “voto di scambio” si debba intendere la promessa alla moglie di frequentare a cadenza prestabilita coppie disponibili e consenzienti all’incrocio delle pratiche sessuali.

Tipologia 3
IL TRASFORMISHTA

Spesso non distante ideologicamente rispetto all’uomo pacco, viene sovente detto uomo col pacco-bomba per l’effetto che solitamente genera sugli equilibri del panorama politico locale.
Il suo ego ipertrofico passa con nonchalance da una coalizione all’altra pur di trovare un buco di parcheggio come in un sabato pomeriggio qualsiasi all’ipercoop. Quando non lo trova si limita ad invettive contro l’amminishtrazzzione, forzando la dizione, difensore degli oppressi, sulla Z di zorro.

Tipologia 4
LO SPECIALISHTA

Candidato o portatore sano di candidatura. Come la Fenice rinasce dalle sue stesse ceneri, per un mese, ogni cinque anni. Non si sa dove passi il tempo restante, ma per quel mese ha il dono dell’ubiquità. Una specie di Santa Claus la notte di Natale. Pare sia stato visto a casa mia, da mio zio, sul palco del comizio in piazza e dietro all’inviato di telerama contemporaneamente.

Tipologia 5
IL LIBERO OPINIONISHTA

Insieme all’urgente necessità di farcene dono, ha un’opinione su tutto: le strade, le buche, il buco dell’azoto, i vaccini, la strage di Ustica, il fuorigggioco. Ed è, nel suo sapere, perfettamente trasversale e polivalente: non sa un cazzo di niente allo stesso modo e per qualsivoglia argomento. E non vede l’ora di farcelo sapere.
Sugge con avidità informazioni dai link di feisbuc che copiaincollano cose che copiancollano cose, ed il suo sogno nell’armadio è partecipare all’Arena di Giletti. Per intanto staziona stabilmente all’interno dei gruppi d’opinione sui social, alternando attacchi di logorrea acuta a panegirici alogici da trattamento sanitario obbligatorio.
Se lo si contraddice recita articoli della Costituzione a minchia di cane.
Per lui l’opinione non è una facoltà ma un obbligo, e la grammatica non è un obbligo, ma una facoltà. Mai frequentata.

(continua…)


In-espresso

Quando ero all’università tornavo spesso a casa in treno di notte.
Era un ritorno sgombero, leggero: un ritorno di valigie e borsoni semivuoti che tutti i tuoi duecentrotrentasei parenti avrebbero contribuito a riempire di vasetti sottovuoto alla ripartenza. Dopo quelle traversate L5-S1 non sarà più per me una coordinata per la battaglia navale.
La stazione di Bologna aveva luci gialle e palpebre socchiuse. Il bigliettaio allo sportello non parlava mai e non aveva mai fretta. Il bigliettaio allo sportello si divertiva a guardare la fretta degli altri.
-Un biglietto per Lecce. Carta verde-
Dopo il sottopassaggio buio si apriva il binario 14. Ancora più buio. La macchinetta obliterava con un gracchio rassicurante quando l’espresso delle 22.32 era quasi in partenza. Già stanco.
Stando attento ad evitare personaggi troppo più loschi di me sceglievo con cura lo scomparto che avesse qualche remota possibilità di non ospitare la scabbia. Spingendo la maniglia color ottone scastravo con colpi ben assestati le valigie dalla porta, ritrovandomi per il contraccolpo tra le braccia di una vecchia o del suo cane, ed issavo il bagaglio in alto provandone con generose pacche la resistenza in equilibrio.
Poi mi sedevo sul comodo similpelle marrone in direzione di marcia. Più che la studentessa carina che avevo adocchiato, e che sarebbe scesa tra Forlì e, al limite, Rimini, m’avrebbe accompagnato il simpatico odore dei calzettoni mensili di lana grezza del compagno di scompartimento che aveva deciso di liberare dalle sue scarpe sé e svariati altri esseri del regno animale. E che non scenderà, manco a dirsi, prima di Fasano.
Per cercare di far correre il tempo più del treno, ero solito portare con me un paio di succhi alla pesca o al luppolo, un tubo di pringles ed uno di ringo, la gazzetta dello sport e un mensile, tipo men’s health, di quelli che dicono che bastano cinque minuti di crunch al giorno per addominali da urlo e come far godere lei con 5 trucchi (è incredibile cosa possa fare una trousse!).
Ma siccome qualcuno chiedeva immancabilmente la cortesia di spegnere la luce, il 50% del mio potenziale veniva puntualmente annientato: la gazzetta al buio non credo sia rosa e la tecnica di quegli addominali miracolosi mi sarebbe restata per sempre preclusa.
Così mi ritrovavo attaccato ai tubi, solitamente già prima della partenza, nonostante mi sia più volte riproposto di centellinare le porzioni per intermezzare di gusto il viaggio. Il solo freno era rappresentato dall’imbarazzo della croccantezza dello snack a forma di patata che cercavo di smorzare attraverso qualsiasi evoluzione dei -dice- 43 muscoli facciali. Fortunatamente il signore di cui sopra, caduto in catalessi, avrebbe presto coperto i miei decibel intimiditi con i suoi torniti ronfi notturni.
Faenza, stazione di Faenza.
Sta di fatto che, dopo circa mezz’ora di viaggio, non restava che attaccarmi ad un paio di cuffie auricolari e ad una vecchia radio fm provando ad indovinare i pezzi in musica che dribblavano interferenze e scansavano gallerie.
Pesaro, stazione di Pesaro.
Nel disagio ennesimo di aver saputo bloccato il finestrino unico, provavo a farmi strada tra gli arti distesi degli altri occupanti per guadagnare uno dei seggiolini estraibili dell’angusto corridoio.
Ancona, stazione di Ancona.
Spesso l’unico diversivo, mentre i secondi si travestivano da ore, era la ricerca di un cesso non guasto per poi provare a centrare il wc mentre venivo sbattuto in alternanza verso le 3 o 4 pareti della camera iperbarica da piscio, che tali erano le sollecitazioni del treno in corsa che mi sentivo come uno che si era appena abbassato le mutande sul tagadà.
Pescara, altro giro, altra corsa.
Dopo aver ritrovato il mio vagone ed aver fatto ritorno nel mio scompartimento, ormai completamente deossigenato, riuscivo ad addormentarmi, o più probabilmente a perdere conoscenza, nell’ultima ora di buio.
San Severo, stazione di San Severo.
Quando arrivi in Puglia sei a metà del viaggio. Meno, con quell’Espresso: con i suoi tempi geologici, percorreva le rotaie adriatiche fermandosi in qualunque punto di qualunque posto: capoluoghi, città, paesi, paesini, paesotti, masserie, rioni; anche case, credo. Con lo stesso rumore sincopato che ti resterà nelle orecchie per tutta la permanenza al tuo paesello.
Ma poco più giù di quel dormiveglia la gioia immensa di aprire gli occhi e riscoprirsi in Puglia è riassunta in un fotogramma: la distesa sterminata di ulivi nella cornice del finestrino di quel lentissimo Espresso, che scorrevano nel loro incedere laterale a perdita d’occhio,
sotto tonalità d’azzurro che avevi dimenticato potesse essere e sopra una terra d’un rosso ch’è la vita che ora non ti sfugge.
Quella insopportabile lentezza che sfregava le rotaie adesso ti pare di volerla ancora più lenta.
Tra quei rami un’arancia di sole irradiava l’immensa energia delle sue prime ore, dentro ai tronchi, dietro i muretti a secco, sopra scorci di blu e piccole barche.
Che ti veniva da piangere e da ridere, e da ringraziare.
Non avevi bisogno di cartelli stradali: eri a casa.
Loro erano sempre lì: secolari come un monumento, pregni di storia, robusti, fieri.
E sempre i primi a darmi il benvenuto.
(Ora pare ce li portino via. Spogliandoli. Spogliandoci. Pare che una folle corsa li porterà con sé. Ed io non so dove. Pare che il sole dovrà trovarsi altri profili da disegnare. Ed io non so perché)


Le parole

Tutta colpa delle parole…
Capita che bussino piano, spesso nel cuore delle veglie notturne, quando non hai altra via d’uscita che darle ascolto… è sempre stato così: un’esigenza pressante, di imprimere d’inchiostro i miei pensieri… è sempre stato così: un’esigenza che continua, unica di un cumulo di estemporaneità, a trovar strada… è sempre stato così: l’esigenza di fissare in segni l’astratto pulsante della mia inquietudine perenne, quasi come se dando significato al mio significante acquietassi per un attimo i miei sensi, quasi come se l’ordine di qualche parola in fila per sei col resto di due mi convincesse dell’illusione di un ordine cerebrale che il mio intimo sa di non poter avere.
Cerchi nelle tue conoscenze la manciata di lettere che meglio si sposi con le sensazioni di quel momento, strappi a qualche reminiscenza volatile la somiglianza con le vibrazioni dell’anima di cui in quel momento ti senti pervaso.
Mischiate alla vanità le parole si allineano, morbide e docili, stemperando il senso d’insoddisfazione, come un letto perfettamente disfatto, come una pila di maglie cromaticamente ordinate, come 5 matite equidistanti, in un’applicazione lessico-grammaticale di un disturbo ossessivo compulsivo.
In un attimo, per un attimo si smorza il senso d’indeterminatezza, per un attimo, quell’attimo tu sei le parole che hai scritto, la tensione entropica dei tuoi pensieri più reconditi diviene la serena quiete del mare d’inverno, per un attimo.
Le parole sono il piacere più individuale.

Capita che le briglia sciolte di una passione diventino le redini del sentimento, capita che il tuo disordine non sia fatto solo di te, capita che bussino nuove parole, le stesse esigenze, e che con naturalezza disarmante tu riconosca la necessità di fissare in tratti d’ inchiostro quel disordine per un fruitore che non sei tu.
La stesura delle parole che neutralizza l’ansia dei meandri del tuo inconscio si scioglie allo stesso identico modo, sapendo però che non sarai tu a godere dei pazienti ricami della tua penna.
Senza filtri né esitazioni, né compromessi con la verità, la follia del tuo animo vestita di parole si destina a completo travaso presso animo “altro da te”, che il deficit di diottrie di ogni sentimento puro ti descrive come te stesso; senza remore, senza paura.
Pari alla soddisfazione che avevi leggendoti è la soddisfazione della supposta altrui lettura di te; la momentanea sensazione dell’ordine che nella bellezza delle parole ha insinuato il tuo pensiero è immaginata in occhi non tuoi.
Le parole sono la necessità di donarsi.

Capita che le redini del sentimento divengano le catene di un ricordo, capita che si avverta la stessa esigenza della rassicurazione di parole fermate e ferme, finite e definite.
La ricerca è più ardua, t’accorgi, la penna meno fluida, e quello che pensavi di rinvenire negli anfratti del tuo spirito vissuto fluttua informe e fatuo, denso ma meno compatto; i pensieri non trovano descrizione nelle parole di cui disponi, nemmeno in quelle nuove che la vita ti ha insegnato…
Forse non sta nella mancanza di parole adeguate la questione, forse a perdersi sono stati pezzi di te, e quel che senti, quel che il tuo introspetto respira, è assenza di te… perché non è la parola giusta da cercare, ma qualcosa di te; non è la descrizione ma il descritto che è andato perduto nel travaso presso altro fruitore, che la cecità di ogni sentimento vero ti aveva mostrato come fidato scrigno ma che invece, come un volgare radiatore bucato, ha distrattamente smarrito nel torbido dei suoi percorsi le quote della tua anima che non trovi più, mischiandole alle parole di altri occhi.
Le parole sono il furto più infame.

Questo resta: l’illusione che siano le parole a mancare, quando per comprendere quello che sei ora nessun arcano intreccio di sillabe potrà aiutarti, perché nulla di quello che eri è, perché non ci sono ragioni per esserlo, e non ci sono ragioni per cercare le parole giuste, solite e ripetute e vane successioni di segni e curve e linee, perché forse solo una parola che non esiste o che ancora deve trovare asilo presso l’accademia dei colti può fissare il tuo pensiero ora, perché forse strumpflondrunchestalnar frunvigheriastilrpugrascenghenfult…
ed è inutile cercare di capire anche questo, è inutile cercare il significato di tutto se poi, forse, nulla ha veramente un senso…


Storia dell’Estate. Almanacco illustrato

Capitolo I
5 ANNI (e zone limitrofe)

A quanto mi dicono ero nato da un lustro. Non nel senso che mi defenestrarono subito dopo il primo vagito, ma nel senso di quinquennio.
L’influenza anglofona e l’imbastardimento latino avevano prodotto fenomeni musicali dalla fortuna abnorme: Spagna spopolava con “Easy lady”, Raf con “Self control”. I Righeira con “Vamos a la playa”. Addirittura.
Io non sapevo leggere né scrivere, né far di conto. Ancora. Ma ero intelligente assai. Già. Di un’intelligenza bambina, di quelle sottovalutate, che se penso a cosa pensavo dei pensieri dei grandi, ero di una sensibilità retrospettiva che ora, che anch’io sono diventato un adulto supponente e superficiale, mi pare surreale. Ma tant’era. Tenetelo a mente, quando avete e/o avrete a che fare con i vostri figli, che i scemi siamo noi.
La colonna sonora dei miei salti sul lettone era “Bandiera bianca”.
Facevo anche cose da bambini. I gelati, per esempio. Nel senso di mangiarli. Al lido “Catapane” il suono del carillon annunciava l’arrivo di Angelo, il gelataio col camioncino:
-Che gelato vuoi?-
-Cioccolato-
-No, finito-
-Nocciola-
-Finito-
-Stracciatella?-
-Finito-
-Tartufo…-
-Seee, tartufo… ma abbiamo pistacchio e ghiacciolo alla menta-
-Va bene pistacchio-.

Capitolo II
10 ANNI (e zone limitrofe)

Da qualche parte era caduto un muro. A bastanza grande, dicevano.
Era l’Estate delle “Notti magiche” di Bennato e la Nannini. Io infatti non dormivo mai, come adesso, ma non ero mai stanco, non come adesso. Ero quadripolmonare, credo, e giocavo col Super Tele (Super Santos e Tango: variazioni sul tema per i più fortunati) sulla spiaggia dalle 8 alle 20, e pescavo dalle 20 alle 8. E conoscevo tutti i nomi dei calciatori e tutti i nomi dei pesci: Giannini, Stojkovic, Baggio, Valderrama, Ope, Merule, Sparioli, Sparamazzi. Giocavo scalzo o, al più, in confortevoli scarpe di plastica. Non quelle avvolgenti da scogliera Defonseca, ma quelle con la fibbia già arrugginita all’atto dell’acquisto, quelle che lasciavano l’abbronzatura a scacchiera sui piedi. Ed un simpatico misto di sudore e terra negli interstizi tra le dita che elegantemente si era soliti rimuovere con le dita rimaste, quelle delle mani.
Ma non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…
Non mi fermavo mai, facevo rovesciate immaginandomi istantanea da album Panini, incurante del ghigno di scogli acuminati, che a ripensarci ora… è una parola farlo, Parola Carlo.
Pescavo cefali coi vasetti di vetro e parasaure a strascico, vietato, che la paura della finanza rendeva tutto più adrenalinico di un adulterio tra le mura di casa.
E mi succedevano cose da viaggi di Gulliver: una volta ho visto uno squalo di oltre tre metri in mare. Una volta mi sono conficcato in un piede una siringa abbandonata. Una volta, quando ero piccolo, sono anche morto.
No, no, non è vero, ma solo quest’ultima cosa.

Capitolo III
15 ANNI (e zone limitrofe)

Mi sarebbe piaciuto dire che ascoltavo “Wind of change”, “Smell like teen spirit”, “Losing my religion”. Invece no: colonna sonora di quell’Estate fu “The rhythm of the night”, di una cantante che si dimenava tra le sue treccioline afro e che si faceva chiamare come una birra.
Si consumava l’asfalto torrido in vespa PK Rush, con pilota ed un numero variabile di passeggeri da uno a tre, di cui l’ultimo in posizione aerodinamica di massima raccolta stile galleria del vento con le suole delle Reebok Pump sopra le sacche laterali.
Si andava in spiaggia in boxer parigamba neri e canotta bianca rigorosamente a costine, per mettere in mostra una prima faticosa bozza di spalle e natiche, le uniche cose già cresciute oltre ai peli sotto le ascelle.
Io millantavo nell’incedere gambe arcuate da calciatore, sicuro del mio sarà mestiere. Avevo una passione sfrenata per tutto ciò che richiamasse la rotondità d’un pallone: andavano molto le tette, infatti. Il mondo era solo pallone e tette. A volte neppure li distinguevo.
Io non avevo pensieri, a quindici anni, figuriamoci gli altri.
Erano i primi falò sulla spiaggia, climax di gioia ed ingenuità ormonale. Se capitava di stendersi sullo stesso asciugamano (il telo mare te-lo sognavi) della ragazza più carina della comitiva, l’intensità emotiva suggeriva l’anticoncezionale.
Le altre sere, tutte, si camminava, tutti, lungo i muretti dello Scoglio. E poi quando ci si stancava si camminava lungo i muretti dello Scoglio. Se intanto non era troppo tardi potevi anche camminare lungo i muretti dello Scoglio.

Capitolo IV
20 ANNI (e zone limitrofe)

Di lì a poco sarebbero collassate due torri molto popolari di un quartiere molto popoloso di una città molto popolata.
Io “scendevo” dalle sudate carte universitarie abbattuto da dieci ore incondizionate di Espresso. Che secondo me, Murphy, quando teorizzò la sua legge ed i suoi corollari, era su un treno delle FS.
Giungevo con barba eremitica, portamento ascetico e forma fisica simil-aracnide: una palla da cui dipartivano un numero indefinito di arti (credo quattro, due alla volta simili) ipotonici.
Avevo fatto due esami, o tre. A casa mi si accoglieva come un premio Nobel dopo un decennio di stenti in Ruanda. Tutto il mio albero genealogico fino al sesto grado in via agnatizia si dava appuntamento ogni mezzodì per rimpinguare le mie membra provate. Provate voi, appunto, a mangiare polpette, fritte, patate, fritte, polpo, fritto, peperoni, fritti, zucchine, fritte, mugnulu, fritto, e maccheroni, cullusugurussu (ricco condimento a base d’olio con tracce di salsa), lasagne, cullusugurussu, orecchiette, cullusugurussu, pasta con le cozze, cullusugurussu, pasta in bianco, cullusugurussu, frutta, cullusugurussu, gelato. Cullusugurussu.
Per regolamento interno non ci si poteva alzare da tavola prima delle 17.30. Poi, maglietta bianca tono su tono, mi trascinavo, anemico e con una respirazione tra la decompressione e l’asma bronchiale, presso i soliti lidi. Er Piotta stonava “Il supercafone”, con una tempestività che presto mi convinse che la fonte d’ispirazione fossi io.
Mandavo a mollo i miei resti al tramonto, a circa 3/5 della mia digestione; puntino d’una tavolozza tra cielo e mare che fortuna geografica mi suggeriva normale. Raccoglievo le ultime energie per superare il limbo del bagnasciuga, dove onde che cancellavano orme dovevano passare tre o quattro volte per sfrattare il mio passo pesante. Perdevo i sensi residui abbandonandomi in spiaggia.
E’ capitato che mi ritrovassero al mattino seguente, gridandomi –E’ pronto, a tavola!-.
Dammi “Tre parole”: sole, cuore, amore.

Capitolo V
25 ANNI (e zone limitrofe)

Grosso non era ancora il Fabio più famoso d’Italia dopo Caressa, perché ancora non era blu il cielo sopra Berlino. Lo sarebbe diventato.
L’Estate era ancora il ritorno dall’afa universitaria, solo che io non ero più lo studente modello, ed anche per il Nobel le speranze si erano affievolite.
Non restava che cavalcare l’onda della beltà ed estetizzare l’etica: fu l’Estate dei bermuda da surfer senza surfare, degli infradito da beacher senza schiacciare. Il bulbo capillifero rigoglioso mi consentiva l’uso smodato di orpelli e coroncine equivocanti mascolinità. Ma potevo permettermelo. Io potevo permettermi tutto, a venticinque anni: quando entravo in mare dovevo solo decidere se camminare sulle acque, o accontentarmi di dividerle (credevo molto in me, prima di diventare ateo). Potevo decidere, a venticinque anni. E non solo quello. Potevo decidere quale ragazza avere, o quante, o anche nessuna, ché intoccabile a volte è meglio. A volte.
Il culo aveva soppiantato le tette nei miei favori d’esteta d’Estate. E il culo andava molto, infatti. Ed anche sedicenti suore non si esimevano dallo spaziare (al più) dalla culotte perizomata al filo interdentale: spettacoli incisivi, gusti canini.
Eravamo un po’ tutti Bob Sinclar al ritmo di “Love generation”.

Capitolo VI
30 ANNI (e zone limitrofe)

È l’era di feisbuc, delle palestre, dei centri benessere. Di feisbuc nelle palestre dei centri benessere.
Le ragazze, dall’età prescolare a quella prepensionamento, si fanno fotografare ammiccanti. Tutte con la stessa posa studiata d’inverno nei bagni. Il gap tra percezione del sé e realtà sensoriale è ai massimi storici: si sentono sirene sinuose, sono spesso capodogli spiaggiati. Più costrette alla panatura che legate a un granello di sabbia.
I ragazzi sono unti d’abbronzante e gonfi, tutti, che aldilà di facili riferimenti a carenze pelviche, non si possono non conservare riserve circa le loro capacità dinamico-motorie, vista la manifesta impossibilità anche di avvicinare le braccia, causa massa in esubero, che insinuerebbe il dubbio persino dell’uso del pollice opponibile. Che quand’anche talvolta riuscissero ad abbracciarla, una donna, schizzerebbe in aria tipo shuttle per il troppo olio.
Ma io non ci sto! Il lutto per il diradamento è ormai quasi elaborato, non ho la forma fisica dei miei giorni più floridi, ma ho un trascorso troppo da “bello” per aver potuto curare nel tempo le mie maldisposte doti di simpatia. Così, da affascinante disadattato, la butto sul culturale, non per particolari meriti, quanto per il termine di paragone contumace, che mi si pensa come pensatore quando sono a malapena pensante.
Alla spiaggia preferisco gli scogli, ed affino il mio gusto estetico per il particolare femmineo: una schiena sensuale può molto, per esempio. E’ l’Estate dei pantaloni tailandesi, la tracolla di cuoio, “Garota de ipanema” nelle orecchie ed il libro tascabile. E’ facile, dagli scogli, fingersi avulsi dal circondario. O forse è solo un modo per controllarlo meglio. Che sennò, perché propenderei per i libri in formato pocket?

Capitolo VII
35 ANNI (e zone limitrofe)

Nel mezzo del cammin di nostra vita… Non ci sono ancora, ma voglio essere ottimista visto che, con ‘sto fisico, già è molto se c’arrivo.
L’anticonformismo è omologazione etica. L’omologazione estetica presta il fianco alle controindicazioni del tempo.
L’abusivismo edilizio ci permette di tuffarci in mare da casa, ma guai a chi pesca più di dieci ricci cadauno. I lidi privati hanno concessioni in virtù di colpi di genio dei legislatori che neppure Salvador Dalì. O Zinedine Zidane.
Ci si finge divertiti ad oltranza per essere accettati dalla platea dei felici. Platea di se stessi, appunto. E dobbiamo essere felici di bere prosecco a 40 euro la bottiglia, della MD discount (2 euro), che nei lidoclub più in voga diventa acronimo di Must Dominus, che nessuno sa cosa cazzo possa significare, e difatti non significa un cazzo, ma suona di magnificenza e lusso, e quindi siamo VIP e felici. Very Important People. Person è un’altra cosa.
I vari iPhon, iPod, iPad, sono tutti provvisti di apparecchio iAmplifon incorporato, dopo decenni di musica house sparata a decibel sovrumani.
I muscoli raggrinziti dei palestrati di terza età discutono con le labbra al collagene e botulino della sacrosanta verità della vecchiaia. La leggiadra farfalla che la ragazza più corteggiata della spiaggia aveva fatto tatuare sul suo decollete dieci anni prima, è diventata un condor mastodontico sulle mammelle del troione.
Ogni tanto passa di lì la rotta del mio Sandalò (essere mitologico metà sandalino e metà pedalò). Ogni tanto mi chiamano e mi fermo. Ogni tanto, fortunatamente, perdo il cellulare.


Un fanculo al giorno è molto meglio d’una mela

Nelle giornate come queste, e come molte altre in verità, non sopporto nulla che abbia più di tre anni e meno di ottanta. Nelle giornate come queste, e come molte altre in verità, mi levo dal mio giaciglio contenendo a stento la mia carica vitale. Come donna gravida con osteoporosi.
Al mio stomaco si rappresenta spesso un dolore famelico di disagio. Non sostengo la serenità dell’ignoranza, la beatitudine dell’omertà e, ad essere appena più sottili, lo spread tra giustizia ed equità.
Aggiungiamoci che le psicosi che ereditiamo dalle nostre famiglie non si possono accettare con beneficio d’inventario e capirete che la pausa pranzo non rappresenta neppure un blando sedativo.
Ma non bisogna perdere di vista l’obiettivo! In fondo questo blog che mescola narcisismo e depravazione è nato nel preciso intento di migliorare il mondo, e solo eventualmente salvarlo.

Il primo passo verso la realizzazione dell’ambizioso disegno è imparare a dire di no. Scegliere. Mandare “fanculo” una cosa al giorno. E siccome i prossimi nove vorrò fare un po’ il cazzo che mi pare, dirò “fanculo” a dieci cose oggi, tutte insieme.

1) Fanculo alla sigaretta elettronica. E non perché a volte il fumo è meglio dell’arrosto, come diceva Roberto “Freak” Antoni. Fuma, se vuoi… sennò, chessò, fa’ un’altra cosa: bacia consenzienti, inala aerosol, aspira caramelle, suca liquirizie, mastica arbusti… ma questo diabolico ritrovato che sostituisce una cosa che fa male con una cosa che fa male facendoti sembrare, in comoda aggiunta, un perfetto idiota no, non è il caso. Altrimenti non capisco perché, se di surrogato si vuol perire, dopo la sigaretta elettronica, si guardi ancora con ritrosia alla bambola gonfiabile.

2) Fanculo alla nail art. Donne, come diceva l’arrotino (che aveva senza dubbio strumentazione più fine e gusto più ricercato delle vostre estetiste), non fate finta di cadere dalle nuvole! Smalti brillanti, colori fluo, sbirluccichi, strass, swarovski sottomarca. Ore ed ore di estetista ad alto costo anche a costo di sottrarre tempo al bidet. Questione di priorità.
Io tifo acetone. Tutte le donne con le serigrafie da carrozziere alle unghie meriterebbero di passare il resto dei propri giorni accanto ad uomini con calzini di spugna bianchi.

3) Fanculo alle giacche tre bottoni, alle camicie a collo alto, al nodo talmente grosso che più che un nodo Windsor sembra un cappio Luigi XVI, alle Hogan, che scarpe correttive così brutte non si sono mai viste neppure nelle ortopedie peggiori.
Insomma, avvocati alla lettura, deriva del malcostume, è al vostro stereotipo che parlo! Possibile che nessuno di voi, in ciò che indossate, abbia mai riscontrato neppure un “vizio di forma”?
Pensate a come cambierebbe il mondo se solo la disponibilità economica fosse direttamente proporzionale al buongusto di ciascuno… non ci sarebbe bisogno d’altro.

4) Fanculo alle citazioni. Tutti citano tutti; come se una cosa già detta fosse, per ciò stesso, prima commestibile, poi condivisibile, poi indiscutibile. Prendete Paolo Coelho, ad esempio. Uno che fa sentire buoni tutti i cretini. Ecco. I cretini sono buoni solo perché per non esserlo, buoni, ci vuole una minima compartecipazione neuronale. E ditela, ogni tanto, una cosa di vostra promanazione! Fuggite dal copia-incolla cerebrale!

5) Fanculo all’istruzione (che è ben altro dall’educazione).
Sana è la presunzione che non importa il rifiuto d’imparare, ma lo scegliere da chi farlo.
Bisogna rifiutare accuratamente le istruzioni. Mica siamo delle cucine componibili, per quanto spesso finiscano per montarci.

6) Fanculo al Volontariato. Perché è solo lavorare gratuitamente per qualcuno che ci farà soldi.

7) Fanculo alla Meritocrazia. Basta inseguirne le chimere, anche perché chi ne lamenta l’assenza sarebbe probabilmente annientato dalla realizzazione di questa utopia.
E poi… e poi non è vero che in Italia la meritocrazia non esiste: le ragazze con cui sono uscito sono tutte laureate, ad esempio.

8) Fanculo all’Intelligencija; a quella autoreferenziale, perlomeno. Ma quale aristocrazia del pensiero?!? Aristocazzo.
L’antitesi dell’ignoranza, della sottocultura e della banalità sta nel far affiorare nei posti più impensabili quote di fulgida demenzialità.

9) Fanculo alla democrazia, se è questa. Dove è riservata incidenza alla sovranità popolare solo a ridosso della kermesse sanremese (forse), dove l’unico referendum abrogativo ancora percorribile risponde al quesito “chi vuoi che esca dalla casa del grande fratello?”, e dove il voto… bè… il voto… per il trascurabile resto esiste la cooptazione, che non è un nuovo centro commerciale gestito dalle ferrovie dello stato.

10) E Fanculo alla Verità. Perché, sappiate, c’è ancora chi anela a questo concetto la cui utilità è stata da sempre sopravvalutata.
Siete sicuri di voler sapere davvero, ad esempio, che cosa fa il vostro interlocutore dall’altra parte della “cornetta”? (mi piace pensare vintage).
Sì, prendete la videochiamata.
Prima ci si poteva permettere d’essere comodamente seduti sulla tazza del cesso gazzetta dello sport muniti profondendo il massimo sforzo per espletare i propri bisogni fisiologici di più ampio diametro, paonazzi al limite dell’embolia, grinze da spinta che ingoiano le orbite oculari rigate di capillari simili a varici, e lasciare al fil di fiato rimasto edulcorato ed insindacabile alibi “scusa, ma non posso gridare ché sono in libreria”…

Dimenticavo… facciamo 11, tanto, qui, decido io.
Fanculo al successo. Perché sono gli insuccessi, al contrario, che alimentano le geometrie migliori:

“Avere sempre amato le lacrime,
l’innocenza e il nichilismo.
Gli esseri che sanno tutto e
quelli che non sanno niente.
I falliti e i bambini”

Emil Cioran

Come? al numero 4 avevo detto no alle citazioni… bè forse, ma al n.10 ho apertamente rinunciato anche alla verità.


Duemilaquattordici. Gli auguri di un granchio

Duemilaquattordici.
Due. Zero. Uno. Quattro.
2… 0… 1… 4… : serie numerica da quiz d’ingresso nello scempio delle nostre università a numero chiuso, sezione logico-matematica.
2, 0, 1, 4, … : quattro/quinti di scala a terra al poker texano, aspettando il river.
2.0 e 1.4: nuove motorizzazioni per il prossimo acquisto a quattroruote.
2-0, 1-4: vincere in casa ed in trasferta, è così che si vince lo scudetto.
E vorrebbero farci credere che questo è il Tempo?
Ma per favore… cerchiamo d’esser seri!
Tempo quale? Tempo cosa? Tempo ché?
Ma per carità…
Si ha fretta solo se si è nel posto sbagliato.
Non è mai tardi se nessuno ci aspetta.
Il tempo, in fondo, è solo il modo di percorrere gli spazi.
Provate a chiedere “che ore sono” ad una seppia e ad un anemone, ad un gambero e ad un granchio.
“Signora Seppia, chiedo perdono, che ore sono?”; la seppia è una donna elegante ed ambiziosa, cangiante e volubile, che confonde di nero e sparisce. “E’ troppo tardi”, ti risponderà, e solleticando il mare con le pieghe della sua gonna, ti lascerà l’inchiostro per scrivere i tuoi ghirigori.
Chiedetelo all’Anemone di mare, fermo al suo scoglio, viscido playboy di dubbio gusto; non ha mai fatto i conti con l’eccedenza dei possibili, aspetta nient’altro che ciò che passa. “E’ ancora presto”, ghignerà, sommergendo di tentacoli e rassicurante noia la prossima preda.
Chiedetelo al Gambero rosso; timido, sfuggente, misoneista. “Era ora”, farà, e poi saltellerà all’indietro, come per riprendersi qualcosa lasciata per strada: le lacrime mostrate, per esempio; non i regali che ha fatto, né le ingenuità dell’amore, né le energie di giovinezza.
E poi domandatelo al Granchio, assopito al destino di sfogliare il mondo senza poter mai andare avanti; nel suo incedere laterale lo stesso orizzonte di un viaggiatore al finestrino del treno: lo sguardo fermo sul tutto che scorre. “Tutto scorre”, ti dirà. “Tutto scorre, nulla passa”, penserà.
Che voi siate crostacei, molluschi, colorati coralli di superficie o pallide creature degli abissi…
Buon Anno.
Possiate trovare in questo tempo un tempo in cui di tempo non abbiate bisogno.


Sociologia dell’approccio. L’abbordatore (tipologie) -parte II-

Tipologia 6
L’ABBORDATORE A RISCHIO 0, altrimenti detto “non ci avrai mica creduto”

È il più subdolo e sottovalutato degli abbordatori: pur non riconoscendosi mai esplicitamente in un ruolo, la sua è una manovra costante ed onnicomprensiva.
Riconoscibile dal sorriso disimpegnato e dalla rassicurante camicia button down color pastello, non disdegna argomentazioni e richieste esplicite.
Nel caso di un secco rifiuto alla sue avances risponderà col classico “ma non ci avrai mica creduto”, anche nelle variabili “scherzavo, lo sai/ ma cosa… io e te?/ davvero hai pensato facessi sul serio?”.
Nel caso invece, più rado, di una risposta accondiscendente continuerà nelle celate intenzioni.

Tipologia 7
L’ABBORDATORE AMICALE

Spesso parente stretto della tipologia di cui al numero 6, ha trascorso adolescenza e gioventù senza particolari successi e, dopo aver costatato la scarsa rilevanza del suo ascendente al cospetto dell’universo femminile, ha provato, a maturità sopraggiunta, l’assalto a colei scientificamente identificata come la più brutta di ciascuna delle rispettive microrealtà sociali frequentate per ragioni di studio, lavoro, svago, depravazione.
Incassata l’ennesima pinella di picche anche dalle rappresentanti di questo nuovo target, la cui personale rivincita non poteva che avere sublimazione nel finalmente possibile rifiuto, è costretto a mutare ulteriormente le mire.
Il mostro creato da questa sfortunata quanto stereotipata successione di eventi, è l’amico di tutte: ascolta paziente di squisita ricettività, parla prodigo di consigli d’altruistica vocazione, partecipa persino alle narrazioni delle loro vicissitudini amorose, sbirciando distrattamente nelle scollature delle disperate.
Dà il meglio di sé nelle foto di gruppo, in cui azionerà gli arti tentacolari avvinghiandosi all’ignara(?). In realtà, a ben guardare, sono quasi sempre presenti e ben visibili dei rivoli di salivachescendeva e gli occhi rossi non sono mai dovuti all’aggressività del flash, ma alla volontà famelica di testare/tastare l’amica più prossima. Ma anche l’amicadell’amica, ma anche l’amicadell’amica dell’amica, e via ampliando la cerchia delle possibilità verso +∞ (vedi tipologia 1).

Tipologia 8
L’ABBORDATORE GESTUALE

L’abbordatore gestuale è un sapiente mimo. Basa la sua tattica di conquista sul linguaggio del corpo.
Sguardo con occhio a fessura, labbra artificiosamente prominenti, mani che scivolano lungo i capelli appena sopra la fronte corrugata d’intensità.
Veste casual. Si muove col silenziatore. Che in realtà è solo un modo consapevole di non spararle troppo grosse, visto che, se dietro al silenzio spesso si ipotizzano abissi di sensibilità ed inclinazione alla filantropia, la prossimità al sordomutismo nasconde più volte soltanto un cumulo di intenzioni maldestre cosparso di smorfie… cioè, insomma, anche un coglione può essere silenzioso.
E allora sappiatelo, care psicologhe occasionali, che, mentre scrutando nel suo sguardo lumacato d’ignoranza, ricambiando furtive e stringendo tra gli incisivi la prima falange dell’indice pronte a suggere l’ultima del medio, vi state chiedendo voluttuose “ma cosa starà pensando?”, la risposta è: “niente”.

Tipologia 9

IL SIMPATICONE
È un tipo brutto, che già per esigenze genetiche, quand’anche non geometriche, ha investito tutto sulla simpatia.
Maglione a rombi, come se già non avesse la faccia quale omaggio al cubismo, il simpaticone è presenza immancabile, ed immarcescibile, in tutti i posti, in tutti i luoghi, in tutti i laghi (omaggio alla canzone d’autore).
Lui ha sempre l’ultima barzelletta a portata di corde vocali. Ma anche la prima. E tutte quelle nel mezzo. Che enarrerà con dovizia, con humor svizzero e pazienza inglese, per sempre, fino allo sfinimento. E scambierà quella semiparesi che si è affacciata sul vostro viso di ascoltatrici sopraffatte, con un mezzo sorriso di partecipazione che implora di continuare. E lui lo farà, sin quando deciderete di usare l’open bar per immaginarvelo alto e prestante, sparandogli un bacio in bocca appena il livello alcolemico abbia abbassato i vostri standard d’esigenza (che non è che nemmeno chissà da dove si partisse…), al solo scopo di tappargli la bocca. Gentilezza che il simpaticone vi ricambierà, con organi ben meno nobili, tanto ormai i vostri globuli rossi sono solo residui che vagano nel martini.

Tipologia 10
L’ERUDITO

Spesso si nasconde, all’ombra della fattispecie sottotitolata, un ex bello o presunto tale (ed ora non scivoliate nel facile quanto banale -ecco, ci sta anche lui-, perché io sono ancora bello… un po’), che giocoforza vede la necessità di correggere in corsa le sue carte vincenti, usurate dalle troppe mani giocate.
Libro in mano e gazzetta dello sport ben nascosta tra prefazione e capitolo uno, frequenta tutti i circoli letterari e le biblioteche possibili con sbadataggine naif ma radar infallibile omologato dal pentagono (no, vabbé… quello qualche volta fallisce).
Si aggira circospetto tra una seduta e l’altra, levando gli occhi come dal cannocchiale panoramico di un sottomarino. Punta. E spera.
Una volta decisa senza ritrosia la regione da invadere, le si avvicina e le spara il pippone mandato a memoria inserendo l’unico latinismo conosciuto (Ubi maior…) alternato all’unico francesismo custodito nel proprio bagaglio culturale (Brigitte Bardot).
Se lei accenna a ricambiare con qualsivoglia interazione del tipo “interessante…”, o “però…”, o “m…”, o “…”, la circuisce affondando il colpo col nome dell’ultimo scrittore incrociato su google, completando poi edotte chiose sugli scritti di Rachmaninoff e la musica di Sandor Marai. Beh… che volete… ogni tanto l’abbordatore erudito tende a far confusione, ma tanto ci sono talmente tanti coglioni ambosessi che ben pochi se ne accorgeranno.


Sociologia dell’approccio. L’abbordatore (tipologie) -parte I-

Tipologia 1
L’ABBORDATORE A STRASCICO

Mutua il proprio nome da una pratica diffusa nei nostri mari più pescosi.
Abbordaggio di matrice scientifico-metodologica. Si basa sulla rigorosa ed ossequiosa applicazione della legge dei grandi numeri, vale a dire: dei cento tentativi giornalieri, che nei periodi di maggior fulgore agonistico possono anche raddoppiare (in particolari periodi dell’anno l’abbordatore a strascico diventa abbordatore seriale), almeno uno sortirà l’effetto voluto.
Più compulsivo di Berlusconi e più monotematico di Travaglio, l’abbordatore a strascico distrugge la flora e deflora la fauna.
Non è necessariamente bello. Non è necessariamente ricco. Non è necessariamente intelligente (anzi, il neurone disturba). Ma ha dalla sua una caratteristica fondamentale e troppo spesso sottovalutata, in questo come in altri ambiti dell’umana esistenza: la costanza.
La ragione dell’insospettabile successo presso il gentil sesso della tecnica in commento sta nell’inabilità del mammifero femmina al rifiuto e nell’inattitudine alla sua sopportazione: è evidentemente preferibile un approccio accessibile, diffuso e riconoscibile, piuttosto che alzare l’aspettativa col rischio, raro ma esistente, d’essere respinte.
La petulanza premia, perché rassicura.

Tipologia 2
L’ABBORDATORE DA SOCIAL NETWORK

Rappresenta l’ideale sbocco tecnologico della tipologia di cui al numero 1.
Prodotto della crescente alfabetizzazione informatica, altro non è, il soggetto detentore di tale riconosciuta e riconoscibile modalità, che specie del genere radicato “adulatore”.
Usando con indicativa abilità manuale ogni tastierino alfanumerico che passi sotto i suoi polpastrelli, appone con puntiglio degno di un glossatore il proprio etereo placet sotto ogni fotografia di bipede (ma non disdegna le quattro zampe) di sesso femminile, o presunto tale, cui accompagna immancabile commento secondo il collaudato metodo del copia/incolla.
I più esperti tra gli abbordatori da social network sono altrimenti detti boarder hacker, o loacker, se i commenti in uso sono troppo dolci (la potrò dire anch’io una cosa di bassa lega, ogni tanto!).
Loro lo sanno: nulla, né l’idea, né la bellezza, è così immanente come l’adulazione.
L’adulazione mantiene inalterato il proprio potere d’acquisto anche in costanza delle crisi peggiori.
L’umanità, secondo una definizione di un noto sociologo contemporaneo, è spesso un flusso di esseri semoventi (aò, no ner senso numerico) che si sposta verso nuovi siti geografici alla ricerca di approvazione; e l’umanità è una cosa composta al 49% da donne, tra l’altro…
Provate a trovarla una donna che s’infastidisca davvero ad un complimento, anche molto meno soft di quelli, delicati, che già sembrano arrossirle (lusinghe del loro rossore che usiamo intendere come ingenua timidezza, quando trattasi invece del modo più efficace di indebolirci facendoci sentire più forti, camaleontiche doti sviluppate in natura al fine ultimo della sopravvivenza della specie).
E non saremo mica così stupidi, noi uomini, (o forse sì?!?) da pensare che più dirette allusioni colgano impreparate tutte quelle pie donne riluttanti a volgari mostre del sé salvo sporadiche foto nei bagni (ma anche in salotto, in sala da pranzo, camera da letto, aula universitaria, piazza e vie del centro, cinema, bar, locali notturni, catechismo). Senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche (art.3 Cost). Ed età… del resto, come conferma un notorio detto nostrano (che rimarrà insoluto ai lettori d’oltrepò) rivisitato in chiave internettiana “E-mule prima li mamme”.

Tipologia 3
L’ABBORDATORE DA DISCOTECA

Lungi dal descrivere, secondo mero criterio logistico, il soggetto in questione, l’abbordatore “da discoteca” esprime un modo d’essere che trascende i confini dei locali da consolle.
È un bulimico dei privè, si ciba solo di aperitivi, apericene, aperipranzi, aperipizza, utilizzando tutti gli omaggi a sua disposizione salvo distruggere tutto il ricavato del suo part-time al call center al bancone e/o tavolo con cestello da champagne Veuve Clicquot Ponsardin (in realtà la bottiglia dentro è prosecco frizzante Maschio), flute bipezzo gambo+calice ikea e scintillanti giochi pirici per il top del divertimento. Pedissequamente, ripete il rito ogni lunedì (club post uichend), ogni martedì (latino americano), ogni mercoledì (mercoledì universitario, anche se è più vicino alla quarantina che ai trenta e ha preso in prestito il libretto della nipote), ogni giovedì (l’aperitivo predisco), ogni venerdì (discomusic ’70 ’80 ’90 italianstail), ogni sabato (disco ausmusic), ogni domenica (Sandeispescial solo per numeri uni).
Si mimetizza nella notte perché è sempre in total black: abito 4 bottoni laminato d&g, con tracce dorate su camicia aderente extra slim in puro acrilico le cui fragranze non farete fatica a sentire mescolarsi con l’eau de toilette sichei, pantalone con risvolto stile “acqua in piazza san Marco”, mocassino lucido aggressive a gondola.
Riconoscibilissima la posa di partenza: schiena appoggiata alla parete più vicina al bancone del bar e gamba piegata con la suola della scarpa sinistra perfettamente aderente alla parete stessa.
Immancabile cocktail in plastica nella mano destra, non è raro vederli adoperarsi in virtuosismi circensi partendo da giochi di lingua su cannuccia nera e finendo simil-dentice con il mezzo limone prima immerso nel gin e poi perfettamente incastrato tra labbro superiore e labbro inferiore.
Hanno dalla loro i decibel che coprono, accorti e tempestivi, le loro argomentazioni da orecchio.
Dopo aver puntato la ragazza più sinuosa del locale, in realtà una ultratrentacinquenne già mamma di tre gemelli che frequentano l’istituto albeghiero che si dimena millantando doti da ragazzina dopo aver preventivamente ingerito tubetti di toradol in preserata, lui chiederà l’ennesimo gin lemon, lei il solito: negroni.

Tipologia 3 bis
L’ABBORDATORE DA LIDOCLUB

In linea di continuità estiva con la tipologia di cui al punto 3.
Il sopramenzionato, smessi i panni da disco club e chiuso il privè, spalma quintali di olio di girasole sulle enormi masse muscolari coltivate al chiuso delle palestre; sì, quelli che non riescono a battere le mani, figuriamoci a profondere un abbraccio che abbia i crismi della delicata costrizione senza che sia sequestro di persona.
L’abbordatore da lido club ha uno o più tatuaggi, è portatore sano di slip bianco (la famosa anemia bassoventrale) nonché di stipsi nervosa. Nulla a che vedere con la dignitosa sindrome del colon irritabile trattandosi qui, invece, di pensieri stitici, ragion per cui l’elaborazione concettuale e le abilità cognitive di base sono spesso, almeno parzialmente, compromesse.
Per un’ideale continuità trai profili 3 e 3 bis, è identificativa la sciarpa finto-seta che già ne avvolgeva la mascella volitiva nelle serate invernali e che l’omone glabro porterà seco anche in spiaggia azzardando riuscitissimi pendant cromatici con lo slip di cui sopra.
Preda ideale del profilo-tipo 3 bis è la famigerata “donna da spiaggia con tacco trivellante”, vale a dire colei che si lusserà sistematicamente le caviglie (ma in letteratura si conoscono anche fratture scomposte di perone e/o tibia e/o femore) sfidando la fisica pur di portare elegantissime zeppe da trampolieri del circo Orfei (che Moira era più sobria) o altre calzature rigorosamente tacco dodici-quattordici trai beffardi granelli di sabbia che le variopinte signore immaginano della consistenza di un gres porcellanato mentre cercano di allineare numero due-passi-due lungo le stesse rette parallele. Salvo incidenti.

Tipologia 4
L’ARTISTA

Spesso è solo un soggetto appartenente alla tipologia di cui ai punti 1, 2, 3 o 3bis che, raggiunta una soglia d’età ragguardevole, deve reinventarsi in nuovi panni perché ormai scoperto dai più.
E allora l’uso di ogni cosa che possa astrattamente configurarsi come arte e l’abuso di imbarazzanti autoreferenze artistiche… solo nel preponderante, quand’anche non esclusivo, obiettivo di accattivarsi la sensibilità d’animo della cultrice di passaggio, che di certo non saprà mostrarsi distratta innanzi a cotanta profondità.
Nel dettaglio, i pittori prediligono l’astrattismo perché è leggermente più difficile notare incapacità rispetto al figurativo.
I fotografi incensano di complimenti le modelle d’occasione che, spesso più brutte dell’IMU (versione aggiornata di “più brutte del debito”), si prestano a qualsivoglia servizio fotografico da distribuire timidamente su feisbuc, flickr, twitter, youtube, avendo completa fiducia nella professionalità del guardone.
E poi scultori, musicisti, scrittori… rigorosamente estranei ad ogni primordiale percorso formativo.
Se alcuno, nemmeno a queste condizioni, riesce ad emergere, si proverà l’ibrido della performance o installazione: il soggetto in questione è artisticamente eclettico, dice, ma solo polivalente, in realtà. Nel senso che sa fare male tutto allo stesso modo. E lo mischia.

Tipologia 5
IL POLITICANTE

E’ tipologia molto in voga nonché unico, autentico strumento di democrazia diretta (non crediate agli altri propinatici dal fantasioso disegno costituzionale dei padri fondatori).
L’abbordatore politicante ama indossare polacchine, ma ha un passato attivo anche con rumene e slave, agevolato nei tempi dall’uso della banconota da 20 euro (c’è crisi…), montgomery o parka verdone, e non si stacca mai dalla sua tessera di partito, gelosamente custodita tra la tessera arci e la carta di credito visa platinum del papà. In realtà la tessera partitica è solo un lasciapassare, uno strumento per farsi riconoscere dai sui simili di sesso opposto, supposta garanzia di somiglianza e complicità.
L’habitat ideale del bipede in questione è la cena sociale.
Tendenzialmente cambia schieramento più velocemente della fornicazione di una coppia di conigli ed ha solo l’ingeneroso compito di dover subentrare in qualsiasi dibattito da “operai vs capitalisti”, o di scottante attualità quale “falce&martello vs fasci”, per raggranellare punteggio fantacalcistico tra le femmine dello stesso ambito elettorale. Qualsiasi voto, insomma, purché non sia quello di castità. Benché ovviamente non si possa fare di tutta l’erba un fascio. E neppure di tutta l’erba una falce e martello (la par condicio anzitutto).

(continua…)


Laggente

Il più grande segno d’intelligenza è l’adattamento.
Per adattarsi a questo sistema sociale si richiede mediocrità.
Ciao, Darwin.
Questo stato dinamico-vegetativo ha prodotto laggente.
Laggente. Essere mitologico con un solo corpo e molte teste. Intese come involucro.
Laggente si aggirano a frotte, in banchi, con passo felpato, ammorbando ogni zona nella propria disponibilità spazio-temporale.
Laggente sono sedentari senza sapere cosa voglia dire.
L’habitat ideale sono i social network maggiormente diffusi, che frequentano fino a notte inoltrata. Non sapendo convivere con una degna ed indiscreta insonnia, preferiscono sbandierare la soglia della quiete con l’immancabile “buonanotte mondo”.
P.S.: ma poi, vi hanno risposto tutti?
Laggente non hanno i sensi particolarmente sviluppati, ma vivono solo se percepiti.
Laggente sono onnivori, ma si nutrono peculiarmente di fidbec della rete.

Riporto di seguito il vademecum del successo da social, frutto di studi di settore in cui si sono cimentati i più grandi esperti in materia:
*Se c’hai una mula o un montone nuovo, o un nuovo amore eterno appena dopo lo scorso amore eterno di due giorni fa, inserire le 136 foto su feisbuc.
Successo probabile. Coefficiente di difficoltà 5.
“mi piace, bellissimi, che bello, siete meravigliosi, felicità”.
 Se poi c’hai un bambino a portata di mano, sequestralo, trattienilo anche se vuole fuggire e non dimenticare  comunque l’espressione da mignottone, che tanto il bambino mica se ne accorge, così impegnato a divincolarsi dall’abbraccio della fotocamera integrata. Procedi con l’autoscatto forzato e posta le 379 foto.
Successo molto probabile. Coefficiente di difficoltà 7.5.
“come siete belli, meravigliosi, cuccioli”.
Se non hai un bambino nella tua materiale disposizione, vale anche coi cani, specie a pelo corto, anche ai limiti della zoofilia.
Se proprio non hai nulla di tutto ciò metti una citazione di neruda/calvino/kant/banfi/coelho con in ordine sparso “cielo, amore, lacrime, chi non ti insegue non ti merita, rido ma muoio dentro” e fatti una foto triste e mezza nuda, a conferma.
Successo garantito. Coefficiente di difficoltà 2.
“sei dolcissima, non ti curar di loro, ktm”.

Per aumentare l’autostima non è raro che laggente si clicchino mipiace da soli. E mi sono sempre chiesto come facciano a non diventare ciechi.
Nelle interazioni con laggente mi sono accadute cose, che ho accompagnato a completamento dello studio di settore sopra illustrato:
**Laggente aperta che non ero d’accordo con loro mi hanno tolto l’amicizia. 
     Laggente fedele che si è fidanzata mi hanno tolto l’amicizia.
     Laggente sincera che non è più fidanzata coi miei amici mi hanno tolto l’amicizia. 
     Laggente timida che dopo che scrivevano cose di notte e non la invitavo a casa mia alla stessa ora mi hanno tolto l’amicizia.
     (Laggente sono scemi, qui).

Ma non è solo questo, il problema. Perché laggente sono semoventi ed hanno vita, seppur in misura ridotta, anche aldilà dello schermo.
E questo è ben peggio.
Laggente si muovono fuori solo se c’è una bella situazzzione.
Laggente vanno ai ristoranti.
Laggente c’hanno i suv.
Laggente poi non c’hanno i soldi.
Laggente si credono esterofili perché c’hanno un amico di Foggia.
Laggente lavorano in nero sennò dicono che sono razzishti.
E poi laggente si lamentano.
Laggente vanno dall’estetista con le stesse aspettative dellaggente che vanno a sangiovannirotondo.
Laggente si iscrive agli albi professionali e si compra le figurine panini per cercarsi.
Laggente mò si bevono solo le cochecole con su scritte scritte di cose che (si credono) gli somiglino.
(A rigore, la thecocacola company, che poi sono laggente che fanno lecochecole, dovrebbero incrementare la produzione di cochecole con la scritta “idioti” e/o “basta davvero poco per prendervi per culo” e/o “continuate così belli miei obbbesi”).

Spesso, d’Estate, laggente si sposano con altraggente, invitando fino a 400 commensali (e comunque non meno di 250, riesumati tra parenti mai visti ed altraggente che non rivedranno).
Nella stagione degli amori laggente, è questo, si suppone, il problema principale delle recidive, procreano accazzo.
Laggente sono soliti prendere il caffè con rappresentanti di compagnie di fornitura gas e/o energia elettrica eni, enel, edison e/o telefonia tim, vodafone, wind, telecom, teledue, teletubbies cartellettamuniti onde illustrare disinteressatamente le loro vantaggiosissime condizioni contrattuali. E solitamente restano impelagati in accordi che potranno smuovere soltanto esercitando il diritto di recesso ad un numero verde inesistente.
Laggente non hanno tempo e sono per la semplificazione; per questo motivo comprano solo online.

Nello specifico, sommariamente:
tu ti fai una prepagata, di un circuito visa, per esempio… che se è una postepei paghi poco, e stai sereno… epperò per una maggior protezione delle transazioni è necessario collegarla alla piattaforma peipal, che così non immetti i tuoi dati che una sola volta perché tanto se li ricordano loro (state sempre più sereni)… ora devi solo andare a ricaricare la tua carta, tornare a casa, accendere il tuo pc, digitare la passuord d’accesso, collegarti al sito ed iscriverti al tuo ibbei personale, memorizzare la nuova passuord, confermare la passuord, scegliere comprasubitomoioffertonissima! cliccare sull’icona postepei, e poi ricliccare sul tuo circuito peipall. Così puoi finalmente aspettare che il corriere espresso con piccola sovratassa, o eventualmente posta prioritaria, o postino che suona due volte, ti porti entro numero variabile di 2-87 giorni lavorativi il pacco richiesto.
Tutto per una maglietta con stampa digitale di Sampei il pescatore. Valore commerciale 3 euri. 

Orbene, siccome buona parte dellaggente che incontro sarebbe utile, al più, come biomassa, mentre si ostinano a credersi oggetto di fermo biologico, sarebbe opportuno cercare di individuare alterative reazionarie.
Propongo random incitando al condom: preferire la pellicola all’autoscatto con videocamera integrata, tornare alla Sip come operatore unico, quand’anche non si abbia a disposizione un piccione provare con la posta anziché con la mail, evitare le prepagate, i testimoni di geova sotto le mentite spoglie di rappresentanti di telefonia, sostituire la bici al suv se lo spostamento è entro l’isolato, preferire birra con sopra scritto dreher invece che cocacola, l’italiano ai codici fiscali di rete e, soprattutto, tornare allo shopping live, in quei bei negozietti coi camerini ricoperti da moquette marrone.
“Antonio -sentii la signora dal camerino adiacente al povero marito ostaggio delle 300 libbre che ebbe in sposa- questo vestito MI FA difetto”
Che meraviglia la lingua italiana… Mi Fa: bastano un paio di note, ed è sempre colpa degli altri.
Laggente siamo strani.