Archivi categoria: Il Diario (avventure mirabolanti ma non troppo)

Posture

A ‘na certa, da essere un competitore seriale cronico a fare sport per sé stessi è un attimo. Da qui a muoversi solo per riacquisire una posizione eretta è ancor meno.
Ma tant’è.
Bisogna dotarsi di pazienza, accettare il normale corso delle cose, anche quando sono tue, le cose, cercare il buono che c’è, e continuare a chiedere al proprio corpo, solo con più gentilezza.
Togliamo di mezzo il lattosio, un mese di trattamento detox, sedute di neural e ozonoterapia infiltrate con materno sadismo lungo la mia dorsale, le mani sapienti del mio operatore di fitness di fiducia e la sua panca posturale.
Rimettere bacino e vertebre in asse, dice.
Epperò, pianopianopiano, devo dire… ma non lo dico, eh…
Con nuove e sorprendenti sembianze da bipede, dopo l’ultima seduta, puntando sui gradini inaspettato vigore, risalgo le scale ed entro in macchina. A cigolare è solo la portiera, per una volta. Le mie giunture restano sorprendentemente mute. Mi giro a destra e a sinistra con sufficiente disinvoltura. Ed è pure una giornata di quelle da passeggiarci sopra. Lecce soleggiata e fresca, i caffè aperti.
“Prenditi cura di te”, dice alla televisione una pubblicità di prodotti che non posso più usare.
Me la prendo, allora, un’ora di passeggio. Silenziosa.
Non c’è moltitudine informe che scorre, ma il giusto compromesso di presenze, discrete, identificabili, e senza fretta.
Mi affaccio a qualche vetrina, fingendo di non sapere che siamo a ridosso dei saldi, mi fermo in liberrima, fingendo di saper leggere. Entro in gelateria: ananas e mango, ché alla frutta sono senza lattosio.
-Vuole assaggiare il fico?- mi fa la gelataia. Oggi mi sento che potrei dirle altrettanto, ma ometto.
Riparto. Via Trinchese, direzione Mazzini. Una leccata e un passo. In asse. Postura scrupolosa e fiera. Fino alla macchina.
16.05. Perfetto orario grattino.
Saranno stati anni che non mi permettevo passeggiate pomeridiane per il gusto in sé di farne.
Bene.
Accontentarsi, d’accordo.
Di quattro passi.
Appunto.
Passi che l’incedere non era quello deciso e sprezzante dei vent’anni.
Passi che a Lecce ci sono finito per correggere le mie errate convinzioni posturali.
Passi che alla ricercatezza celata del lino ho dovuto sostituire onesta maglietta traspirante e sneakers con solette plantari in silicone.
Passi che un po’ di tempo fa il gelato l’avrei preso solo dopo un minimo sindacale di birre pomeridiane.
Passi.
Però, cazzo: Piazza Mazzini-Piazza Duomo. Andata e ritorno. L-e-n-t-a-m-e-n-t-e.
E degli sguardi in opposto senso di marcia ai miei occhiali da sole non mi ha fissato nemmeno una donna dai 18 ai 50 anni!
Non mi era mai successo, mai! Fino a due-tre anni fa. Facciamo quattro, sì.
Che cazzo di vita insopportabile, l’età adulta: dover per forza parlare per risultare interessante.

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Loggione state of mind

Te ne sei accorto, sì?!?
Hai la doccia già fatta e la fortuna di una rapidissima gestione tricologica: sono opportunità da prendere al volo, di questi tempi.
Ti fa bene, ogni tanto, una serata in cui lo svago non preveda rosticceria d’asporto.
Un piccolo sforzo: devi solo salire in macchina, trovare parcheggio libero su precisa indicazione abusiva, fare la fila ad un botteghino confidando di non incrociare gente che ti imponga un saluto che non avete la minima intenzione di scambiarvi, metterti seduto, spegnere suonerie e silenziare pensieri e aspettare che il sipario si alzi. Sulla vita degli altri eh…
Devi farti platea. Ascoltare se vuoi, gradire se puoi.
Platea, asettica e controllata platea. O moderatamente interessata, al più.
Platea, elegante e raffinata platea. Accavallare le gambe concedendo il giusto risalto al calzino abbinato, disporre il tuo palmo destro per accogliere la cadenza intermittente delle quattro dita dell’altra mano, in segno convenzionale d’apprezzamento.
Essere, se proprio d’essere non può farsene a meno, al di qua: laggiù note svolazzanti, di qua consumo rilassato, laggiù parole ben disposte, di qua matura fruizione postlavorativa.
Sì.
Eppure ce l’ho messa tutta la cura possibile per creare sufficiente distanza emotiva, ieri, al Politeama, tra me e il palco. Ma il loggione no, non è bastato.
Sarà una questione anagrafica, sarà la cura delle parole, sarà che l’ironia mi commuove sempre più del melodramma, sarà la geografia dei contenuti, sarà la somiglianza di eredità e retaggi, sarà l’intolleranza al raffermo e l’idiosincrasia alla novità, sarà che anche per me scrivere cose tristi è più naturale che scrivere cose brutte, saranno Pavese, Dalla e un po’ Jannacci, sarà che mi ci vuole un paese e le profondità del mare, nonostante tutto, sarà che anch’io mi divido cercando di mantenermi integro, sarà la vita troppo pensata, sarà che, ci mancherebbe, so benissimo che il rimpianto è solo un altro modo un po’ infantile per sentirmi intelligente, sarà che nemmeno io so rinunciare a quelle quattro cinque cose a cui non credo neanche più, sarà che limuertitua, Brunori.

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Lo smartfon (effetti collaterali)

Che uno poi mica può sempre rimaner fermo. Ci si deve muovere, smuovere se si fa più fatica, adeguare perfino.
E per esempio capita che, nonostante il mio pressappochismo tecnologico, la mia collaudata avversione a tutto ciò che si regga su bit & byte, nonostante il mio sudato status di tecnoleso sia trascritto sulla mia carta d’identità di nuova stampa, io decida di prendere uno smartphone…
Nulla di straordinario: il più scamuso degli smartphone, il flop della gamma top; giusto per riconsegnare un cellulare avuto in prestito dopo aver distrutto il mio vecchio e rassicurante nokia 81 15-18 per aver sopravvalutato la mia balistica ed aver centrato con lo stesso il pavimento limitrofo al morbido divano ecopelle della dimora cesarina obiettivo della mia rivedibile mira e dei miei inguardabili pomeriggi estivi…
E capita che io ed il più scamuso degli smartphone si provi, seppur entrambi piuttosto dubbiosi ed armati di onesta diffidenza, a far conoscenza… E che io, più a tentoni che a tentativi, provi, come dire, ad intuirne, come dicono, le intuitive funzioni di base; le sole che userò: sms… molto eventualmente bluetooth… contatti e chiamate… chiamate…. ehm chiamate… sì ma… porc… come cazzo è che è partita ‘sta chiamata adesso, e cosa cazzo devo schiacc… quale tasto devo clicc… con quale dito devo touch… come porcoddue la fermo ‘shtachiamata, crishtoiddio!?!?!
Dal mio nuovo smartphone parte la prima chiamata, sprovvista del coessenziale estremo della volontà. Al numero di casa. Sono le 03.15 di una tranquilla notte, secondo più, secondo me-no.
I miei dimostrano ottima reattività catapultati tachicardici fuori dal letto dal gradito trillo.
La tecnologia migliora la vita(?).


Felice genetliaco (anche) a te

Contro quella Cecoslovacchia, l’ultima intera prima che la geopolitica ridisegnasse, sminuzzati, molti dei confini europei, vinciamo 2-0.
Ed il secondo gol è un dipinto di un giovanissimo calciatore che sarebbe diventato, per molti, il più forte calciatore italiano del dopoguerra.
Uno-due con Giannini, la palla sfiorata con morbidezza, d’esterno, un dribbling e poi un altro, l’ultima finta di corpo è da museo del calcio: il difensore va via senza nemmeno bisogno di un altro tocco, perché l’ultimo servirà a Roberto Baggio per mettere la palla alle spalle del portiere.
Stadi gremiti di rivalsa e televisioni sotto cieli d’Estate. Gli scarpini di pelle nera appena comprati già ai piedi per ripetere l’inimitabile.
È il 1990. La gioia dei miei 11 anni era la gioia di un popolo intero.
Baggio è poesia. Ed è di tutti, perché non appartiene a nessuno.
Baggio avrebbe indossato molte maglie, mescolato colori e religioni da spalti, costretto da meccanismi di mercato e da mister devoti al proprio credo schematico che, nonostante gli sforzi, non avrebbero ingabbiato la sua fantasia.
Baggio avrebbe indossato molte maglie. Ma mai nessuna gli vestiva bene come quella azzurra.
Baggio è poesia. E lo sarebbe stato ancora.
Nel mondiale americano del 1994, dopo un girone passato solo per la differenza reti, avrebbe preso per mano la nazionale di Sacchi, ed in mano le sorti del mondiale, a 3 minuti dall’eliminazione. Una palla messa nei soli 30 centimetri possibili, tra il palo e la mano protesa del portiere, e tacchi e punte di fattura meno nobile dei suoi.
Baggio avrebbe segnato ancora alla Nigeria, e poi alla Spagna, e due volte alla Bulgaria, portandoci in finale a Pasadena.
Ma la poesia non è perfetta, sarebbe troppo banale. Baggio sbaglierà il rigore decisivo, forse tradito da qualche vecchio bullone messo a sostegno di quelle ginocchia fragili e martoriate.
La poesia non è perfetta.
Baggio ha messo la palla troppo in alto.
Qualcuno dirà che quello era un passaggio a Dio.
Perché a poche espressioni del genio di taluni è concesso divenire patrimonio del vissuto comune.
Oggi Roberto Baggio ha 50 anni. Noi ex ragazzini innamorati si guarda bulimici le tv a pagamento cercando surrogati di quel talento di cristallo, desti al sogno di ripercorrere le sue gesta.
Quel che resta è incredulo incanto. La leggerezza immanente della corsa, la memoria ingenua di quella finta, la purezza di ciò che eravamo, ch’è tutta in quel tocco senza rumore.


La mia sulla neve

Sapete, ci sono cose che cadenzano le vite più di altre: è una questione di frequenza, di densità. Ci sono cose che si ripetono con una tale costanza che non sapremo mai quando è stata la prima e difficilmente avremo piena percezione di quando sarà l’ultima. Ce ne sono altre che invece accadono con una frequenza talmente esigua che ci permette d’avvertirne immediatamente la densità.
La densità della coltre bianca che in questi giorni ha avvolto alberi, segnali stradali e pettirossi intirizziti, coperto tetti e auto, scoperto ricordi.
L’ultima volta che il Salento ha visto così tanta neve era il 1987. Io avevo sette anni.
Mi ricordo un piumino verde con degli ombrellini disegnati, un cancello aperto sopra un esile vicolo bianco che mi pareva la discesa libera di Kitzbuhel, un pupazzo di neve col naso di carota e gli occhi di bottoni.
In realtà non so bene se sia davvero un ricordo così chiaro o se mi sia stato a più riprese rinverdito da qualche foto sbiadita, di quelle che si conservavano infilandole nelle pellicole 9×13 di piccoli raccoglitori. Foto senza appello né margine d’errore: l’istante fermato non si poteva modificare, ritoccare, inquinare. E il rullino era un delicato testimone da passare al fotografo di fiducia, unico artefice della postproduzione.
Sta di fatto che da quel 1987, da quelle foto dai colori rosastri che filtri moderni si ostinano voler richiamare, sono trascorsi quasi trent’anni, che quel piumino verde sarà stato affidato a qualche raccolta di indumenti usati che saltuariamente usiamo per lavarci le coscienze, che quel piccolo vicolo è ora solo un piccolo vicolo, che quel pupazzo di neve si sarà stancamente ripiegato su sé stesso cambiando il proprio stato di materia, e che molte delle persone che c’erano non ci sono più.
La densità. Dopo trent’anni. E chissà tra quanti la prossima volta.
Così ho preso a camminare, osservatore bulimico dei contorni ripassati e dei perimetri ingentiliti dal biancore. A percorrere avidamente i tratti che la neve aveva segnato, a girare per gli uliveti, per i vigneti scheletriti, per le coste sorprese. A vedere i posti della mia vita come mai li avevo visti e come, chissà, quando e se mai, così, rivedrò.
Ho fatto prima metri ciondolante, poi chilometri privo di catene, che meglio sarebbe stato il solo senso metaforico.
Ho guardato panorami di zucchero filato e mi sono fermato sopra la meraviglia delle piccole cose.
Mi sono domandato perché, quando cade la tristezza in fondo al cuore, come la neve non faccia rumore. Come avevano già fatto, mi pare.
Bella, tutta quella malinconia bianca.
Ho voluto tuffarmi e sporcare la coltre vergine, perché, a volte, tocca sporcare le cose per poterle imparare.
Sono stato verso spiagge lattee già dure e calpestate, e in posti ancora morbidi, dove solo i fiocchi avevano preceduto le mie scarpe.
Ho inzuppato calzini e asciugato il mio cane da slitta senza slitta. Ho condiviso gesti maldestri con altri pezzi di vita semoventi.
Ho sguinzagliato emozioni inflazionate ed ho saputo goderne. Perché spesso le emozioni non hanno alcuna fantasia, e riescono nel miracolo dell’assurdo di essere intime e popolari allo stesso tempo.
Ho voluto prendermele tutte, queste ore gelide. E non ho avuto freddo.
Ho rubato immagini che potessero ricordarmela, la leggerezza della neve.
Scatti in digitale da guardare in quei momenti in cui sono più pesanti, i miei pensieri.
E va bene, d’accordo, mi dispiace per i clochard morti -i barboni si chiamano clochard, quando muoiono-, e mi dispiace per l’agricoltura in ginocchio. Ma mi dispiace anche per ogni altra sensibilità sopita. Per ogni ricordo abbandonato.
Ché tra un po’ diventerà tutto ghiaccio sporco, perché tocca sporcare le cose, per poter proseguire.
Ed “è capace”, sapete, che carichi anch’io qualche foto con la neve. Ed ecco qual è, alla fine, il motivo malcelato di queste pretestuose profondità in forma scritta: mi siano al riparo le gonadi dal vostro tedio, cari anticonformisti surgelati, ché a volte, per scoprir talune verità cilindriche, non c’è nemmeno bisogno d’aspettar che si sciolga…

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E comunque, non per togliere credito all’ampio dibattito geopolitico generatosi ma, questo, è uno che, suo figlio, l’ha chiamato Nathan Falco.
Che non basta quello che diranno alla madre del piccolo tutti i suoi compagnetti di scuola dalla prima elementare all’università della terza età… pure per il nome la devono infognare ‘sta creatura metà bambino metà superyacht!
Come sarebbe a dire non andrà a scuola?

“Conosco chi ha molti soldi e so come ragiona. Chi spende 10-20mila euro al giorno quando è in vacanza non vuole cascine, prati e scogliere né alberghetti. E qui non cerca neanche cultura, per quella vanno a Roma o a Firenze. Chiede hotel extralusso, discese a mare, porti per i loro yacht e tanto divertimento sfrenato”.

Ah… voi invece sì che ce l’avete, l’interesse per la cultura indigena… ché andate alla notte della taranta e sapiti ci sontu li greci e bizantini.

Ma procediamo per ordine, accertando le fonti.

Flavio Briatore nasce a Verzuolo, in provincia di Cuneo, da genitori maestri di scuola elementare. Dopo gli altalenanti “anni dell’istruzione” comincia a lavorare come maestro di sci e gestore di ristoranti per poi arrivare ad aprirne uno suo, che in seguito chiude per mancanza di risultati economici soddisfacenti. Dopo aver fatto l’assicuratore collabora con il finanziere e costruttore edile Attilio Dutto, che aveva rilevato la Paramatti Vernici, azienda già di proprietà di Michele Sindona. Il 21 marzo 1979 Dutto viene assassinato a Cuneo con una bomba collegata all’accensione della sua auto: la verità sul caso non verrà mai accertata. In seguito alla scomparsa di Dutto, Briatore si trasferisce a Milano, dove comincia a frequentare l’ambiente della Borsa e fa la conoscenza di Achille Caproni (patron della Caproni Aeroplani), che gli affida la gestione della Compagnia Generale Industriale, la holding del suo gruppo. I risultati ottenuti da Briatore però risultano essere negativi: la Paramatti, finisce in un “crac”. Briatore si presenta per un breve periodo come agente discografico, spesso in compagnia di Iva Zanicchi, per poi dedicarsi a zingari affari connessi a bische clandestine e gioco d’azzardo, che lo portano a essere processato e alla fuga alle Isole Vergini Americane, per poi tornare in Italia dopo un’amnistia. Durante la latitanza, grazie all’amicizia con Luciano Benetton apre alcuni franchising Benetton, facendo poi rapidamente carriera nel gruppo dirigente dell’azienda. Il resto è di conoscenza comune. Team principal in Formula 1, prima con la scuderia Benetton e poi con la scuderia Renault, e proprietario di locali alla moda come il Billionaire a Dubai, Porto Cervo, Montecarlo, Cortina d’Ampezzo, il Twiga a Marina di Pietrasanta e Montecarlo e del resort Lion in the Sun a Malindi, in Kenya.

Briatore Flavio, manager di successo e icona del lusso, sessantasei anni portati tutti nella sua tracotanza addominale e un convegno in terra d’Otranto sulle prospettive e lo sviluppo del turismo sul territorio. Titolo: “Prospettive a mezzogiorno”.

Che già il buon Flavio, notoriamente privo di un bagaglio linguistico che comprendesse qualsiasi possibilità polisemantica, si sarebbe aspettato tavola imbandita e un pranzo luculliano. Senza peraltro sapere chi fosse questo tale.
E vai invece a scoprire che a ‘sto convegno non si mangia e non si vede traccia di fica per ettari. Ma che sistema d’accoglienza è mai questo!?!
Normale che la sua incontinenza verbale lo porti ad esprimere concetti non troppo equilibrati. Ma pur sempre rispettabili. Stante anche il fatto che è la vita che racconta l’essere, molto più di quanto facciano le parole.
Dice che non gli piacciono le masserie, eppure di cagne ne ha avute.
Dice che non gli piacciono i musei, ma nemmeno a voi, e non bluffate.
Dice che non ha interesse per la cultura indigena. Ma in compenso a Cuneo ha frequentato l’Istituto Tecnico per Geometri e, dopo due bocciature in seconda e in terza superiore (pare i professori lo avessero preso contracuernu*), conseguito poi da privatista il diploma di geometra, con una tesina riguardante il progetto di una stalla (la presenza di cavalle è una costante della sua vita, già per ciò stesso molto più bucolica di quanto egli vorrebbe indurre a credere noialtri).

Nessun biasimo, in definitiva. E bando ai sensazionalismi e alla gogna assorbente dei nuovi media. E ad ognuno il suo, soprattutto: “de gustibus non disputandum est”, dicono i latini (O erano li messapi? O li greci e bizantini? Ma cu lli giamaicani?).
Io, per esempio, non sono ricco. Ho una cultura di un dito superiore alla media (terza) solo perché la media rasenta la merda. Ho fatto un tuffo nei cristalli dello Ionio anche oggi, ventuno settembre. Ho visto le foto hackerate di Diletta Leotta. Non ho mai scopato Naomi Campbell né Heidi Klum, e di questo sono sinceramente amareggiato.
E mi fanno cacare gli arricchiti dealfabetizzati, Flavio Briatore, la pizzica e pure i Sud Sound System. Contemporaneamente.

 


Questioni di Pellè

Intensità pazzesca. E ventricoli coi controcoglioni.
I rigori poi li tira chi ha le palle per farlo. Chi accetta di entrare in quella sottile guerra psicologica dove il limite tra un dio e un pagliaccio è questione di centimetri.
Subentrano altri aspetti, ben oltre quelli tecnici, terribili e meravigliosi: ci sono la paura e il coraggio, la provocazione e l’adrenalina, l’anticamera della gloria e l’essenza della solitudine.
Ed è la massima espressione dello sport perché è tutto fuorché sport soltanto.
E di questo ci ricordiamo. E di questo ci ricorderemo.
Di Bruce Grobbelaar che sbeffeggia mezza Roma all’Olimpico, di Donadoni e Serena, di Baggio nel mondiale a stelle e strisce che colpisce solo le prime dopo averle fatte vedere agli avversari, della traversa di Di Biagio, di Totti che, l’eleganza, mò je faccio er cucchiao (a Van der Sar, che mica è Vincenzo Sicignano), di Grosso che ci fa piangere e gridare calciando contro la Francia esattamente come il suo ultimo rigore precedente, con il Chieti, in serie C2, di Pirlo che prende per culo la regina e tutta l’Inghilterra prima che ci riempissimo la bocca col Brexit, di Pellè che ha sfidato il portiere più forte della terra, cercando di farlo stare fermo per un attimo in più, consapevole della lotta impari col mostro sacro che il caso gli ha fatto trovare di fronte.
Rispetto ai mezzi tecnici a disposizione la nazionale italiana ha fatto un europeo strepitoso. Chiunque non lo riconosca non capisce un cazzo di calcio (e non è detto quindi che non possa far carriera).
Attualmente nessuno dei nostri è un fuoriclasse, ed anche chi viene ritenuto tale lo è in virtù di meccanismi oleati e mandati a memoria nel tempo (il tempo, sì: il tempo serve…).
Più che cercare, al solito, un capro espiatorio, espertoni d’ogni latitudine, valutate perché in Italia non ci sono talenti, e quei pochissimi ce li portano via, e perché tutti i megadirigenti a strisce denigrano la nazionale e decidono per la nazionale.
Ma questo lo penso solo io, eh… E a me piacciono le lacrime delle sconfitte perché raccontano con dignità le cose, senza che una vittoria, sporadica e casuale, copra la puzza stantia di un sistema calcio sconquassato.
Ma in fondo è così… perdi e ti affanni a trovare qualcuno di evidente con cui prendertela… vinci e la merda sparisce. In nazionale come in ogni brandello di spogliatoio. E in fondo in ogni ambito delle nostre piccole vite.
Eppure il trash-talking è sempre esistito, in tutti gli sport. Solo che lo condanniamo indispettiti se non ci porta alla vittoria e ne osanniamo gli interpreti se ci consentono di salire a bordo del carro dei vincitori (ci abbiamo vinto un mondiale così, o quanto declamato da Materazzi alla sorella di Zidane era una citazione di Pablo Neruda?).
L’unico trash-talking intollerabile è quello che invece passa ora sui social, terra della democrazia degli stupidi, che qui possono parlare, offendere, e scriverci pure articoli in cerca di clic. Come me. Più o meno.

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Chi trova un amico trova un tesoro

Il primo nuotatore italiano a scendere sotto il minuto nei cento stile libero.
E perché poi uno che partecipa a due olimpiadi avrebbe dovuto far l’attore?
Lui, ricordo, altrimenti s’arrabbiava.
E perché poi, dopo undici titoli italiani, farsi ricordare con un nome d’arte anglofono?
Lui, mi ricordo, lo chiamavano bulldozer.
E perché poi, dopo vasche indefesse, provare a cavalcare altre onde?
Lui, ricordo, stava con gli ippopotami. E, spesso, anche con un tale di nome Mario Girotti.
Scene, quelle con questi due, impresse sopra pellicole consumate. Riferimenti comuni di un tempo comune che solo oggi ci scopriamo ad aver condiviso senza saperlo.
Scene, quelle con questi due, stagliate nell’immaginario collettivo come poche altre.
L’uno di una mole ciclopica, resa ancor più eloquente dai suoi movimenti lenti, dalla sua tranquillità serafica; gli occhi che comparivano appena sotto le fessure lasciate libere dalle pieghe del suo faccione buono.
L’altro, sorriso guascone e bellezza sconvolgente, che, prima di porgere l’altra guancia in una tunica da prete ed arenarsi in una fiction rai, aveva fatto innamorare migliaia di ragazzine e destato il ragionevole dubbio riguardo la propria omosessualità in ogni uomo il cui buongusto rispondesse a qualche canone supposto.
Erano botte da orbi, sedie fracassate sulle spalle, malcapitati figuranti, sempre gli stessi, accartocciati dietro il bancone del bar.
E vestiti da sceriffo o ladri di cavalli, cercatori d’oro o superpiedi quasi piatti in forza ai ranghi della polizia locale, quei cazzotti gentili erano lì almeno un paio di volte al mese, imperdibile appuntamento del palinsesto serale della mia età bambina.
Poi rimasero a fermare talvolta lo zapping isterico dei miei vent’anni, ragione unica della resistenza della quarta rete.
Me li portavo spesso in macchina, in un doppio cd degli Oliver Onions. Per 9,90 euro la mia panda bianca di mezza età una dune buggy rosso fiammante.
Negli anni a venire li ho cercati su youtube nel mezzo delle mie notti poco disposte a concedermi riposo. Chiedevo qualcosa di leggero per stemperare la mia ansia quando più forte scalciava tra le mie lenzuola sudate.
Leggero ad un omone di 125 kg. Gentili a quei cazzotti pesanti. Amico confidente a chi non ho mai conosciuto.
Quelle pellicole, ore di risa sguaiate, e poi pausa di tempi veloci, e poi rifugio cercato da pensieri affastellati, avranno ancor più il retrogusto amaro delle cose che non tornano.
La mia nostalgia, da oggi, è un po’ più triste.
“Non temo la morte. Dalla vita non ne esci vivo, disse qualcuno: siamo tutti destinati a morire. Da cattolico, provo curiosità, piuttosto: la curiosità di sbirciare oltre, come il ragazzino che smonta il giocattolo per vedere come funziona”.
Funziona che, ora sì, anche gli angeli mangiano fagioli.
Ciao, signor Pedersoli Carlo.


Questione di quorum?

Domenica, 17 aprile.
A me no. Non stupisce che Renzi Matteo da Firenze, città d’arte messa un po’ da parte, delegittimi lo strumento referendario, perché la sua stessa modalità elettiva è delegittimante la democrazia. Trovo sia, semplicemente, coerente con la sua nomina.
A me no. Non stupisce che Napolitano Giorgio da Napoli non condanni l’astensionismo, perché il suo stesso operato non ha condannato l’astensione quando si è guardato bene dal rinviare disegni di legge opinabili alle camere (art.74 cost.) perché tanto poi, in caso di nuova approvazione, avrebbe dovuto comunque promulgarli. Perché, garantire, in fondo, perché.
Trovo sia, semplicemente, coerente col suo mandato, doppio. Ed evito apostrofi.
A me non stupisce che un giornalaio rai, tale Greco Gerardo da dove volete voi per non far torto ai concittadini, nell’offrire un pubblico servizio “canonizzato”, dica che, a parte quei pochi che si sta ad occupare lembi di territorio affacciati sul mare, il resto se ne debba sbattere i coglioni di quello che sbatte sulle nostre coste (a noi pugliesi per esempio se crolla la cappella Sistina ce ne sbattiamo la nostra…).
Trovo sia, semplicemente, coerente col ruolo di una televisione di (questo) stato.
A me no. Non stupisce che il referendum abrogativo sia così diseconomicamente abusato, perché rappresenta l’unico strumento di democrazia diretta o indiretta con cui ci si possa ancora convincere di avere un piccolissimo potere decisionale.
Trovo sia, semplicemente, coerente col disegno governativo che ci cancella.
Quello che abbiamo tra le mani è, e resterà, democraticamente, quasi niente. Non sono così sicuro che l’infinitesimale potere concessoci valga la pena esercitarlo. Né so se sbarrando due paroline non se ne trovino presto delle altre per aggirare nuovi ostacoli, debordanti onde frenate da qualche alito contrario. Badando bene di non farcene notizia, ‘sta volta.
Ma quando io sto male, per provare a ritrovare qualche pezzo, me ne vado al mare, da solo, e lui mi fa stare meglio. E questo Sì, piccolo, parziale e un po’ farlocco, credo di doverglielo.

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Il 10 m’arzo

Stamattina, armato dei crismi della pazienza che mi si rimprovera da più sponde di non avere, mi dirigo verso lo studio del mio medico per la prescrizione di alcuni esami clinici causa qualche fastidioso contrattempo fisico.
Il meglio delle cose, bisogna prendere. Parcheggio senza fretta, entro, saluto compassato, mi fornisco del bigliettino col numero progressivo.
Consapevole che la solita fila avrebbe reso meriggio il mattino appena lasciato fuori dalla porta a vetri della sala d’aspetto, aspetto.
Non mi faccio abbindolare dai “Chi”-“Oggi”-“Cronaca vera” e dagli altri settimanali rigorosamente luglio 1987 distrattamente abbandonati sul solito tavolino quadrato, che Simona Ventura era ancora poco plastificata, le tette di Sabrina Salerno urlavano boysboysboys e addirittura Donatella Versace poteva parlare senza che le partissero a fionda entrambi gli zigomi.
Preferisco osservare le vecchine bisognose di brandelli di gentilezze e qualche personaggio bizzarro ingordo d’attenzioni.
Il meglio dalle cose, bisogna prendere. E dio solo sa quanto la lunga attesa dal medicodellamutua sia sempre emulsione risolutiva per i grovigli che riempiono i nostri sgabuzzini interiori, manna per i perché che li abitano. Basta dirigere il proprio padiglione auricolare verso il vicino d’attesa più prossimo. Senza che, il padiglione, una volta che le orbite oculari abbiano anch’esse incrociato quelle fameliche del vicino medesimo, abbia più margine di scelta.
Oggi, il paziente al numero 17 è riuscito a metter dentro al medesimo j’accuse:
a) Gli informatori scientifici che non si capisce perché non si dedichi un giorno a loro
b) Il monopolio delle case farmaceutiche che è strano che prescrivano sempre gli stessi medicinali per le stesse cose
c) Il sistema sanitario locale e la mattina che te la giochi
d) I mass media che se ne sentono di ogni e ci siamo pure stancati
e) La vigilessa aggredita al paese perché ce lo suggeriscono le televisioni
f) Il fenomeno del randagismo che comunque can che abbaia a volte morde
g) L’emarginazione dei diversamente abili che invece all’estero scrivono e fanno cose vedendo anche gente
h) il lavoro che non è vero che non c’è
i) Noi italiani che non siamo contenti non con una(!) non con due(!) non con tre(!) case (perché laggente c’hanno tre case!)
l) Gli immigrati che noi ci crediamo vengano da paesi poveri ma non sempre sono così poveri come le favelas
m) I politici che i soldi non si sa dove finiscono ma se li dividono e almeno questo si sa
n) Le cose che però stanno così un po’ ovunque
Trovando, per ciascuno dei compartimenti, magicamente cumulati, la stessa, lapalissiana, matrice risolutiva. Ché tutto è chiaro, al 17.
Io ero il numero 16. Al mio turno ero guarito.