Questioni di Pellè

Intensità pazzesca. E ventricoli coi controcoglioni.
I rigori poi li tira chi ha le palle per farlo. Chi accetta di entrare in quella sottile guerra psicologica dove il limite tra un dio e un pagliaccio è questione di centimetri.
Subentrano altri aspetti, ben oltre quelli tecnici, terribili e meravigliosi: ci sono la paura e il coraggio, la provocazione e l’adrenalina, l’anticamera della gloria e l’essenza della solitudine.
Ed è la massima espressione dello sport perché è tutto fuorché sport soltanto.
E di questo ci ricordiamo. E di questo ci ricorderemo.
Di Bruce Grobbelaar che sbeffeggia mezza Roma all’Olimpico, di Donadoni e Serena, di Baggio nel mondiale a stelle e strisce che colpisce solo le prime dopo averle fatte vedere agli avversari, della traversa di Di Biagio, di Totti che, l’eleganza, mò je faccio er cucchiao (a Van der Sar, che mica è Vincenzo Sicignano), di Grosso che ci fa piangere e gridare calciando contro la Francia esattamente come il suo ultimo rigore precedente, con il Chieti, in serie C2, di Pirlo che prende per culo la regina e tutta l’Inghilterra prima che ci riempissimo la bocca col Brexit, di Pellè che ha sfidato il portiere più forte della terra, cercando di farlo stare fermo per un attimo in più, consapevole della lotta impari col mostro sacro che il caso gli ha fatto trovare di fronte.
Rispetto ai mezzi tecnici a disposizione la nazionale italiana ha fatto un europeo strepitoso. Chiunque non lo riconosca non capisce un cazzo di calcio (e non è detto quindi che non possa far carriera).
Attualmente nessuno dei nostri è un fuoriclasse, ed anche chi viene ritenuto tale lo è in virtù di meccanismi oleati e mandati a memoria nel tempo (il tempo, sì: il tempo serve…).
Più che cercare, al solito, un capro espiatorio, espertoni d’ogni latitudine, valutate perché in Italia non ci sono talenti, e quei pochissimi ce li portano via, e perché tutti i megadirigenti a strisce denigrano la nazionale e decidono per la nazionale.
Ma questo lo penso solo io, eh… E a me piacciono le lacrime delle sconfitte perché raccontano con dignità le cose, senza che una vittoria, sporadica e casuale, copra la puzza stantia di un sistema calcio sconquassato.
Ma in fondo è così… perdi e ti affanni a trovare qualcuno di evidente con cui prendertela… vinci e la merda sparisce. In nazionale come in ogni brandello di spogliatoio. E in fondo in ogni ambito delle nostre piccole vite.
Eppure il trash-talking è sempre esistito, in tutti gli sport. Solo che lo condanniamo indispettiti se non ci porta alla vittoria e ne osanniamo gli interpreti se ci consentono di salire a bordo del carro dei vincitori (ci abbiamo vinto un mondiale così, o quanto declamato da Materazzi alla sorella di Zidane era una citazione di Pablo Neruda?).
L’unico trash-talking intollerabile è quello che invece passa ora sui social, terra della democrazia degli stupidi, che qui possono parlare, offendere, e scriverci pure articoli in cerca di clic. Come me. Più o meno.

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