Elogio del silenzio


Lasciò lì solo il suo silenzio.
Silenzio…
Silenzio…
Il silenzio.
L’unica cosa che non puoi smettere d’ascoltare.
Il silenzio.
Il solo posto da cui non si può andar via.
Il silenzio.
Voce che ogni assenza ti ripeterà.
Il Silenzio.
Fu rumore.
Fu musica.
Eredità dei tuoi momenti più puri.
Il silenzio sei tu,
e la sua eco intollerabile è il tuo libero arbitrio.
Null’altro che il duro confronto di ciò che in te è il bene e il male.
La responsabilità di scegliere.
Diritto senza codici. Codice senza diritti.

E sola anelata via di fuga alla gravità della scelta si cercherà in un urlo…
forte, ancora di più… di più… ancora…
per coprire ogni punto di ciò che è silenzio,
disumana libertà,
insostenibile eccedenza dei possibili.
Inspirare forte perché vento si scateni all’interno del tuo esistere per spazzare via ogni cosa,
e poi metter fuori il fiato vestito di parole,
sputarlo via per sconfiggere quel silenzio maledetto.
Urlare in faccia alla libertà il dolore di non saperla accettare.

Sarà un bacio a chiudere la bocca di ciascuno di noi,
a strozzare quel grido in respiro docile.
Un bacio morbido, perfetto, il più bello delle nostre vite:
l’attimo in cui, costretti al silenzio da labbra ermetiche,
per un solo secondo,
tremanti,
non avremo paura del buio della libertà.

Portato in scena da Francesco Zecca ne “Il Grande Inquisitore” da “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij.
Alle mie parole piace stare in buona compagnia.

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