Racconto di fantasia

C’era una volta…
-Un re!- anticiperanno i lettori dalla curiosità più affamata.
Un re? Ma voi siete pazzi! Parlare di monarchia, di totalitarismo… voi siete pazzi, ad esprimere questi concetti così prossimi all’apologia della tirannide! Qui siamo in democrazia: il punto di massimo splendore politico-ideologico che il globo terracqueo abbia mai conosciuto. Democrazia. demos: popolo… crazìa: governo… governo del popolo!
Po-po-lo… certo, un po’ cacofonico.
Po-po-lo… sembra che tu abbia ingerito cinque plumcake allo yogurt del Mulino Bianco e non riesca a deglutire.
Ed effettivamente certe cose sono difficili da ingoiare…
D’accordo, la smetto… questo non deve avere certo i contorni di un’invettiva, d’un J’accuse alla Zola, scrittore francese e poi grande trequartista del Napoli.
Questo è un racconto, maledetti saggi!
Solo un racconto! (Po-po-lo… mha!?!)
C’era una volta, dicevo, due fratelli…
-Ma se i fratelli erano due bisogna dire “c’erano”, “c’erano una volta”- sottolineerà il lettore attento.
Sì, d’accordo, ma questa è una licenza poetica.
E comunque non voglio essere più interrotto, fatemi il piacere.
C’era una volta due fratelli, di nome Nello e Tonino…
-Ma come fanno due fratelli ad aver lo stesso nome?- interromperà aggrottando il sopracciglio in favor di luce il lettore affianco a quello attento, anch’esso attento per osmosi d’attenzione.
Questo è un racconto di fantasia, cazzo! Un racconto di fantasia! Capito? Di fantasia.
E nella fantasia succede di tutto. Succede che Marco, per esempio, Carta vince Sanremo, che Renzo, per esempio, Bossi diventa consigliere regionale, che Simone, per esempio, Barone vince i mondiali di calcio, che uno, per esempio, con 4 televisioni diventa primo ministro, che il presidente, per esempio, degli Stati Uniti prende il Nobel per la pace.
Simone Barone è quello a cui, dopo 50 metri di corsa, Filippo Inzaghi non passò la palla quando segnò il 2-0 contro la Repubblica Ceca il 23 giugno 2006.
Un racconto di fantasia, ecco.
Allora: c’era una volta due fratelli, di nome Nello e Tonino, nati in un piccolo paese rispondente al nome di Onarevel, ridente cittadina agricola dalla terra brulla ed arsa dal sole della Norvegia equatoriale.
L’uno, Nello, era di un’ignoranza catodica.
Non aveva mai letto un libro: pensava che “Io lessi” fosse l’autobiografia del noto quadrupede del piccolo schermo,che cappuccetto rosso fosse un preservativo alla fragola, e che la rosa dei venti fosse una ragazza dedita alle gang bang.
Un’ignoranza con la “I” maiuscola, ed anche con un’altra, minuscola, tra la “gn” e la “o”.
L’altro, Tonino, era di una cultura pragmatica.
Credeva che essere “colto sul fatto” volesse dire conoscere vitamort’emmiracoli circa il tossicomane del paese.
Nello proveniva dalla classica famiglia del Mulino Bianco, che non faceva che tirare acqua al proprio.
Era un giuovine rampollo di belle speranze, sorriso sbottonato e Lacoste aperta. Bianchi.
Onarevel, pur non affacciandosi sul mare, viveva di reti, fittissime, da non far passare neppure il più piccolo pesce senza intervenire sul suo corso.
Che se Steve Jobs fosse nato a Onarevel, avrebbe fatto domanda di trasferimento-residenza a Napoli… ma questa è stata già scritta, più o meno.
Di certo non sarebbe stato questo il Tempio delle Mele.
Sta di fatto che Steve Jobs non vi nacque, ad Onarevel. Ma vi nacque Nello.
E non si trovò poi così male, anzi: mele o non mele, il primogenito dal nome rotondo raccolse presto i frutti di oculata semina. Si trovò a frequentare la Onarevel-bene, i suoi circoli culturali, i personaggi di rango. Fino a diventare presto il punto di riferimento nel partito dei Conservattori.
Tonino, detto così anche perché faticava a darsi un tono, proveniva dalla stessa famiglia, ma si era sempre vantato di lottarci, contro i mulini a vento.
Anche a 40 anni con la maglietta di Ernesto Guevara de la Serna. Che, troppo facile comandante, se René Lacoste fosse stato così fotogenico di certo non si sarebbe preferito un coccodrillo, tra le lacrime.
Tonino aveva la faccia svampita e buona. Gli occhi scavati e buoni. Tonino era buono.
Ed è incredibile come i buoni si trovino a gestirsi i cazzi propri con irreprensibile puntualità. Casualmente nel posto giusto. Casualmente al momento giusto.
I buoni non sanno “come”, sanno solo “Chi”.
E ad Onarevel i “Chi” erano pochi e sempre gli stessi, a loro volta buoni, credo.
Tonino si ritrovò così a rivestire importanti ruoli nel partito dei Riinvoluzionari.
La campagna elettorale di quell’anno fu un caso unico nelle democrazie moderne: Nello e Tonino, novelli Romolo e Remo, si trovarono ad affrontarsi per l’ambita poltrona di primo cittadino di Onarevel. L’un contro l’altro armato, del solo saper politico.
Si ricordano momenti di frizione dialogica di straordinaria intensità. Battiti da più dibattiti, palpiti da più pulpiti. Tribune politiche sotto il campanile del paese in cui l’eloquio dell’uno ed il sapere dell’altro si confondevano tra folle di fauci spalancate d’ammirazione.
Pare che Nello esordì con -Non ci sono più le mezze stagioni-, e Tonino prontamente ribattè con un sonante -La gatta frettolosa fa i figli ciechi-.
Nello incalzò arguto -Tira più un pelo di fica che un carro di buoi-.
-Sì ma, mogli e buoi dei paesi tuoi- rispose sciovinista Tonino.
Generalmente, cari lettori, sono assai fantasioso anche nella chiusa finale, nell’epilogo sorprendente.
Ma ‘sta volta no: è scialbo, vecchio, ritrito. Ve lo lascio, anzi. Ché tanto, vinca l’altro o l’uno, poco cambia. Decidetelo voi in che modo non si debba cambiare, come si fa ogni maggio/giugno, in ogni Onarevel limitrofo.
Oddio… in realtà un terzo personaggio ci sarebbe ancora: tale signora Bianca, di cui ben non ricordo il cognome. Una tipa piuttosto taciturna che partecipa ad ogni tornata elettorale senza aver la platea dei comizi.
Non tira acqua al proprio mulino.
E più che contro i mulini a vento lotta contro l’avvento dei muli.
Ma non supera mai il 3% e riceve scarsa considerazione presso l’elettorato attivo e presso le parole di menestrelli di questa o quella corte e le penne di piccoli autori che rincorrono finali plausibili.

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