I Mondiali ci raccontano (stralcio)…

Ogni 4 anni, ogni fischio d’inizio è anche la fine di un percorso.
Un fotogramma da lì immutabile che ferma, fissa ciò che sei, ciò che hai, i posti e le persone che quel percorso lo hanno percorso con te.
Quelle che ci sono ancora, e quelle che non ci sono più.
Ogni 4 anni un appuntamento con ciò che si è intrapreso e ciò che si è abbandonato, con i propri traguardi e la propria insoddisfazione.
4 anni.
In 4 anni scompare l’acne.
In 4 anni si perdono i capelli.
In 4 anni si finisce un ciclo di studi, se non si è troppo affezionati allo stile del fuoricorsismo.
In 4 anni si consuma un amore, benché prassi ci suggerisca spesso tempi ridotti.
Per chi ha vissuto nel sogno di dare calci al pallone, la maglia della nazionale non è solo fatta di stoffa, ma di appartenenza, riscatto, espressione del singolo, orgoglio…
Ed i mondiali non sono solo un avvenimento sportivo, ma la cadenza delle nostre vite, i rintocchi del nostro tempo.
Credo che chi ha la fortuna di correre dietro a quel pallone mondiale abbia anche la responsabilità di rappresentare tutti gli appassionati che non ce l’hanno fatta, tutti coloro che sudano di fronte alle difficoltà del quotidiano…
Senza orpelli né cuffie da TeleMike,
senza 560 ore di spocchia ignorante del tridente Varriale – Zazzaroni – Xavier Jacobelli,
senza la fulgida criniera di Paletta e Thiago Motta naturalizzati calciatori in Italia, perché in patria avrebbero fatto la terza riserva al magazziniere,
senza le scarpe bigusto fragola e puffo della puma per far distinguere ad alcuni destro da sinistro,
senza Giuliano Sangiorgi che canta Claudio Villa al karaoke,
senza il cattivo gusto di Suarez che, recidivo, assaggia Chiellini,
senza Moreno che si reincarna e ci arbitra ancora,
senza l’umidità assurta a causa della fame nel mondo.
Le lacrime che si piangono per un mondiale sono le lacrime che per pudore non riusciamo a versare negli altri ambiti della nostra vita.

Il primo mondiale di cui ho nitido il ricordo fu quello del 1990. Quando ancora ero certo che, i successivi, li avrei giocati…

Portato in scena con musiche di Domenico Pròtino e Marco Scarciglia, letture di Piergiorgio Martena, video a cura di Alessio Quarta.
Alle mie parole piace stare in buona compagnia.

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