Il coccodrillo come fa?

Tre Due Uno… ed ecco il solito inseguirsi dei famigerati video-coccodrillo di commiato all’ultimo artista passato a miglior vita perché così fan (si noti la valenza polisemantica e al 50% anglofona) tutti. Che Rip, più che per acronimo di “Rest in peace”, sembrerebbe stare per “Ripetere” appuntato.
Perché poi “va’ e insegna agli angeli a suonare la chitarra e/o il piffero e/o il clarinetto…”
Cinque Quattro Tre Due Uno (il conto alla rovescia è appena un po’ più lungo)… ed ecco pronti i pe-santi inquisitori a smascherare l’ipocrisia della famelica abitudine combattendola con altrettanto cospicua dose della propria (quand’anche non fossero pronti al copia-incolla dell’eperchennòggiggidalessio, che ormai passerà più tempo con le mani strette sui suoi attributi partenopei che sulle grazie plastificate della giovane compagna).
Così, la solita scolastica acredine antipopulista trasforma ogni cosa nello sconfortante confronto tra guelfi e ghibellini, guardie e ladri, Mazzola e Rivera, ipocrisia e ipocrisia.
Una sorta di anatocismo delle ipocrisie che mi pare abbiano tonalità diverse ma la medesima matrice: provare la propria presenza, che è cosa ben diversa dal manifestare la propria essenza.
Esserci, che è cosa ben diversa dall’Essere (né probabilmente ciò che scrivo è scevro da tale sentimento!). Null’altro che, banalmente, partecipare, in fondo. Tutto nello stesso calderone. Mescolato secondo dosi ormai mandate a mente.
E se ognuno vivesse la morte come crede, quando può permetterselo, giacché deve farlo come può, quando non ti lascia margine di scelta?

Ci sono morti che arrivano, ti schiaffeggiano, ti sconvolgono, ti devastano. Avresti diritto al silenzio del dolore, se non fossi troppo impegnato a prendertela con la vita puttana, col dio che ha deciso a capocchia.
Sono le morti private, quelle vissute al buio della propria solitudine; quelle che ogni tanto devi far finta di dimenticare, ma che ti s’apprenderanno dentro, sostanze nocive pronte ad avvelenarti appena resterai di nuovo da solo con loro.

Poi ci sono morti sentite per strada, che arrivano inattese, e che forse non sarebbero così dentro di te da concederti il diritto di piangerle, ma nelle quali si ritrova un senso d’ingiustizia immanente tale da rendere quasi condivisibili delle quote di quel dolore: di quando un ragazzo buono lascia la sua famiglia dopo qualche spicciolo di vita perché così ha voluto scherzarlo il tempo, appena dopo che lui aveva provato ad usarlo per dare un sorriso e un domani ai suoi bimbi.
Sono le morti private che diventano pubbliche: si solleva quella pietas popolare che vorrebbe sollevare chi quel diritto al pianto ce l’ha, e ce l’avrà anche quando noialtri ce ne saremo dimenticati, che vorrebbe sostenere le loro membra senza più vigore, i loro volti senza più espressione. Che vorrebbe partecipare, nel senso più pieno ‘sta volta, ma probabilmente può solo, e ancora, limitarsi ad esserci, facendo attenzione, se si può, a non pestare il limite sottile tra sostegno ed invadenza, gentilezza e violenza.

E poi ci sono morti pubbliche, che arrivano e ti paiono strane, semplicemente.
Non hai diritto al dolore, alle lacrime. Solo al ricordo, che però è tuo e di nessun altro. Perché ad alcune persone è stato concesso di lasciar qualcosa a chi vuol prenderla senza imprigionare la propria volontà in un testamento olografo, e perché questa eredità si può prenderla senza sottrarla ad altri.
L’espressione del genio di alcuni di loro è divenuta patrimonio del nostro vissuto, rendendo riconoscibile chi non si è mai conosciuto. E facendo calare lieve il miracolo della malinconia, per non poter più toccare una persona che non abbiamo mai toccato.
Sono le morti pubbliche che diventano private, perché, quando passava per radio “Resta cu mme”, io ricordo esattamente dov’ero, e perché credo fosse nel mio primo concerto dal vivo che ho sentito “Quanno chiove”.

Pino Daniele era un grande musicista. E cantava la singolarità di Napoli come potesse essere quella di ogni vicolo del mondo. Un posto tanto privato quanto pubblico, come la morte.
E questo basta per volerlo ricordare. O per non farlo.

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4 responses to “Il coccodrillo come fa?

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