Azikiwe

“Thank you all. Grazie, Mimmo.”
Biascicò poche parole Azikiwe.
Il discorso più breve mai pronunciato alla consegna di un Nobel.
Azikiwe doveva aver scoperto poco tempo prima qualcosa che avesse a che fare con le cellule tumorali. La sua ricerca pare stesse dando frutti così buoni che anche la medicina tradizionale aveva preferito inserirli nella sua dieta.
Azikiwe aveva messo in fila quarantaquattro anni, senza resto, la sua balbuzie aveva imparato l’italiano e poi l’inglese molto tempo prima, ma l’emozione non gli concesse di poter andare oltre quel misero ringraziamento, seppur la faccia scura lo tenesse al riparo da ogni ipotesi manifesta di rossore.
L’avete mai visto, voi, un nero che arrossisce? E un giapponese vecchio? Un giapponese vecchio forse sì, ogni tanto. Ma un nero che arrossisce no, mai. Come se a nessuno importasse se un nero possa o meno essere timido. Io la timidezza mi piace, per esempio. Ci ho scritto una cosa, sulla timidezza, che il titolo era “Apologia della timidezza” ed il testo non c’era. Cioè… geniale, no? L’avete capita? No? Il foglio bianco… La timidezza…
Vabbè; non vinsi nessun premio comunque, con ”Apologia della timidezza”. Ma i posteri… se i posteri sapranno… C’è anche un Nobel per la letteratura, no?!?
A Sully Prudhomme “in riconoscimento della sua composizione poetica, che dà prova di un alto idealismo, perfezione artistica ed una rara combinazione di qualità tra cuore ed intelletto”.
A Giosuè Carducci “non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”.
A George Bernard Shaw “per il suo lavoro intriso di idealismo ed umanità, la cui satira stimolante è spesso infusa di una poetica di singolare bellezza”.
A Luigi Pirandello “per il suo coraggio e l’ingegnosa ripresentazione dell’arte drammatica e teatrale”.
Ad Hermann Hesse “per la sua forte ispirazione letteraria coraggiosa e penetrante esempio classico di ideali filantropici ed alta qualità di stile”.
Ad Ernest Miller Hemingway “per la sua maestria nell’arte narrativa, recentemente dimostrata con Il vecchio e il mare e per l’influenza che ha esercitato sullo stile contemporaneo”.
A Pablo Neruda “per una poesia che con l’azione di una forza elementare porta vivo il destino ed i sogni del continente”.
A Michele Fiore “perché è timido”.
Azikiwe portò il suo metro e novanta incerto lontano dal Konsethuset di Stoccolma, senza dispensare troppi sorrisi. Evitò con cura i flash e la serata preparata in suo onore per poter rientrare presto a casa. Candele, luci sul mare, un’orchestra pronta a ricamare sulle onde del Baltico, donne vestite della propria grazia, uomini vestiti delle proprie donne.
Clima troppo freddo per un negro, si giustificò.

La sua vita era fatta di giustificazioni: anche quando ebbe il primo dei tre figli dovette presentarsi a casa della compagna, in Salento, a Diso, per provare a manifestare le buone intenzioni alla famiglia di lei, visto che la pelle ebano del primogenito avrebbe reso perlomeno dubbio qualsiasi tentativo di “nonsonostatoio”.
C’è un modo, l’unico, per far capire ad una famiglia del sud che si abbiano delle intenzioni serie, aldilà poi del fatto che il candidato provenga da un sud che è molto più sud, in questa iperbolica sopravvalutazione dei punti cardinali: sedersi a tavola e dimostrare di gradire. Solo che se si gradisce una volta si è impegnati per sempre: non conta nulla che sia la firma di un testimone, o di due, quattro, otto, sedici, al cospetto di un’avventura da commensale al sud. Succede così: si perdono i sensi a tavola, s’abbassa il grado d’intendere, ed è fatta. L’hai voluto tu, senza volere. Tutta quella famiglia sarà la tua famiglia. Tutta. Ma proprio tutta: fino al secondo grado ci dovrai mangiare ogni domenica, fino al terzo grado ad ogni festa comandata, fino al quarto ad ogni compleanno, fino all’ottavo ad ogni matrimonio.
Azikiwe, però, era felice. Dalmar, si chiamò quel bimbo mulatto che gli riempì le braccia e la vita. Gli occhi di profondità troppo azzurre per poterci guardare dentro senza saper nuotare. E poi Gaia e Gioia. Sempre alla stessa tavola. Coperta di sapori di sponde mediterranee diverse. Immersa in colori che sensi d’altre latitudini non avrebbero potuto concedersi.
Solo una cosa Azikiwe non sopportava, di quel suo nuovo sud: la voce del mare.
“Andateci voi. Io ascolto i grilli. E finisco l’anguria.”
Ascoltare i grilli nelle notti d’Estate in Puglia è qualcosa che nessun corso di mindfulness, nessuna campana tibetana e nessuna seduta di training autogeno potrà pareggiare.
Ad Azikiwe piaceva ascoltare.
I grilli, le domande dei figli, le richieste dei pazienti.
I grilli, le domande dei figli, le richieste dei pazienti.
“Perché, papà, non ti piace il mare?”
I grilli, le richieste dei pazienti.
Pochi anni prima di conoscere la madre dei suoi figli, Azikiwe aveva frequentato un’ex compagna di corso poco frequentante con la quale si era unito in matrimonio. O meglio si era semplicemente unito, perché, non sapendo i due a qual credo credere, preferirono godere delle proprie nudità senza formalizzare l’atto.
Rosa era la figlia di un noto pescatore di zona, ribattezzata da quelli del porto “Rosa dei venti” più per una certa predisposizione al sesso di gruppo che per il vecchio sapere del padre, si vociferava.
Le stesse voci di corridoio, che diventarono poderosi sussurri di piazza, dicevano che la procace giovane volesse appurare quanto si diceva sulle generose attitudini sessuali dei figli di mamma Africa, dopo aver, pare, cercato conferma empirica della stessa leggenda metropolitana che De Andre’ cantava che qualcuno narrava dei nani. Lei, sua ascoltatrice devota.
Sta di fatto che, tra loro, amore, musica e parole durarono solo un paio di stagioni sinfoniche: pare che lui trovò la promessa (non necessariamente) sposa a letto con uno di Oslo periferia. Addirittura. Che fanculo a tutte le leggende.
Però, pensavo: ci pensate a quanto siano razzisti i nostri pensieri? Prima che vengano edulcorati per non correre rischi di stigma sociale, perlomeno. C’è, in fondo, un pensiero che non operi dei distinguo su base cromatica? C’è un ambito in cui non ci sia contaminazione?
Per sentirci al riparo, qualche ripetente della Crusca ci ha suggerito l’adozione di consoni artifici linguistici. Più facile a farsi che a dirsi. A volte, perché tutto sia così candidamente politically correct, basta togliere una lettera, persino: Negro. Nero.
Meraviglioso: togli una sola, minuscola, consonate e sei platealmente inattaccabile. Basta togliere la “g”. Che detto tra noi nemmeno mi piace tanto, alla fine: ha la forma flaccida, il suono goffo…
Però, poi, ripensavo: quanto, esattamente, dev’essere nero un nero perché possa parlarsi di extracomunitario? È una questione di contrasto, di saturazione del colore, di post produzione?
Per uscire univocamente dall’impasse, comunque, è considerato risolutivo sostituire all’attributo “nero” l’inciso “di colore”: un negro è di colore. Un bianco no. E un giallo? Un azzurro? I puffi? Occazzo: ho detto negro… scusate!!! Ma io non sono mica razzista: io ascolto jazz e ho tutta la discografia di Miles Davis e John Coltrane! Mi sento assai blues sotto la doccia e quando guido canto Aretha e Otis Redding…
“Sittin’ in the morning sun
I’ll be sittin’ when the evening comes
Watching the ships roll in
Then I watch them roll away again, yeah
I’m sittin’ on the dock of the bay
Watchin’ the tide roll away… “
Ah… ma quindi dici che è perché i neri in America sono un po’ meno neri che i neri in Africa. E che quindi fa veramente curriculum antirazzista ascoltare solo musica afro?!? Beh, io una volta ho ascoltato dei neri, ma proprio molto neri, suonare dei bonghi ad una festa dell’unità. Ma non mi sono piaciuti molto… ok: non lo dico, altrimenti qui è un attimo e si rischia d’esser fraintesi.
“I’m just sittin’ on the dock of the bay
Wastin’ time…”

Azikiwe, ai tempi, era già trai ricercatori più promettenti.
A ventitré anni aveva conseguito la laurea in medicina e chirurgia col massimo dei voti. Il titolo della tesi era così complicato che la commissione era più tesa del laureando. I ringraziamenti erano un lungo foglio bianco il cui silenzio era interrotto solo dal numero progressivo a pie’ di pagina.
Il giorno della discussione si era presentato in giacca e cravatta come etichetta accademica prevede. Il nodo, windsor nelle nobili intenzioni, somigliava più ad un cappio da impiccagione. I pois arrivavano a malapena sotto lo sterno, e comunque molto più in su dell’ombelico. L’abito, scuro e d’un paio di taglie più stretto, glielo aveva prestato Ciro, un collega fuori corso che lavorava come croupier per mantenersi agli studi.
Ciro fu il primo ragazzo che Azikiwe conobbe appena arrivato a Napoli. Che statisticamente mi rendo conto che l’evento non sia così sovrannaturale. Aveva un decennio più di lui e prima di mettersi in regola nei casinò, campava col gioco delle tre carte: due Madonne e San Gennaro. San Gennaro vince, la Madonna perde. Lo faceva anche sostituendo al santino di San Gennaro la figurina di Maradona. Un talento da rimanerci attaccati per ore. Due mani e dieci dita, ma forse molte di più.
Credo che quando una truffa sia fatta con questo talento, fottere diventi un’arte. Insomma: Ciro non era un ladro, era un artista. E molto più trasversale di Robin Hood. Quel bigliettone da 50 era il costo d’ingresso allo spettacolo d’arte varia dentro i vicoli di Secondigliano e San Pietro a Patierno.
In Italia tutto questo non si può fare: la truffa deve rimanere un monopolio di stato. No alle bische clandestine, ma gratta&vinci con papà, mammà e tutta la famiglia!
“Oi’, biondo, reggi un po’”, gli aveva detto una volta porgendogli di nascosto quattro o cinque banconote di quelle ereditate dalla curiosità dei passanti forestieri, “Ti spiego: tu punti dove vedi San Gennar’o Maradona, e vinci. E tutti vedono che vinci. E tutti puntano ché pensano che vincono pure loro. Guaglio’… hai capit’?”.
Azikiwe aveva capito. Azikiwe studiava e reggeva il gioco a Ciro. Ciro giocava e reggeva i libri ad Azikiwe.
Napoli era l’ultimo sud. Quello che mancava ancora, alla storia di Azikiwe.
Ogni mattina, nelle pause tra un atlante medico e gli appunti di fisiologia, girava le viuzze della città vecchia, che tutta pareva città vecchia; solo qualche pezzo ancora di più. E gli piaceva fermarsi lì, guardare i panni stesi vestirsi di vento, carezzare trasparenze in controluce, rubare scollature distratte, immaginare di farci l’amore.
Napoli somigliava al continente nero. Gli somigliava per la povertà e per la fantasia. E perché tutti sapevano cantare. Solo che le Gazzelle, quando si svegliavano, inseguivano, invece di scappare.
Dalla finestra della piccola camera sgarrupata che aveva preso in affitto insieme a Ciro si vedeva il Vesuvio.
“Guarda il Vesuvio, Azi’… Guardalo quant’è bello quando si tuffa nel mare!”
E Azikiwe rimaneva in silenzio, a fissare invece pezzi d’intonaco agganciati come trapezisti ai fili scoperti del vecchio impianto, appesi come naufraghi all’ultima scialuppa.

Azikiwe era andato via di casa senza sapere quale fosse casa a diciotto anni. Obliterando per la tratta Lecce-Napoli, solo andata. Una valigia verde, ché a chiamarla trolley si fa più fatica che a spostarla, che mamma e papà avevano riempito come si conviene ad ogni flusso migratorio di cartone. Papà era l’uomo a cui Azikiwe era stato affidato: un omino canuto e asciugato dagli anni che lavorava ogni giorno, dall’inizio dei suoi, nel suo piccolo suprmrcato, ché le “e” erano tutte fulminate. Mamma la compagna di vita degli ultimi undici anni. Si erano conosciuti ad un seggio elettorale. Lei uscì dalla cabina che quasi le stava aderente e lui le guardò ingordo tutta quella carne. Il voto fu l’ultima cosa a rimanere segreta trai due, e lei smise quello di castità che aveva promesso all’ex marito sul letto di morte.
Azikiwe aveva vissuto la sua fanciullezza impilando cartoni sopra i bancali per una pipa gelato al giorno, gialla o rossa, e la sua adolescenza leggendo libri di medicina di nascosto dai coetanei e portando a spasso un meticcio di taglia media che ad ogni sorgere del sole gli leccava la sua riconoscenza quadrupede. Gli piaceva il profumo della terra, camminare i sentieri che i suoi passi scalzi non si stancavano di ripetere. Gli piaceva l’ombra degli alberi e l’odore delle viti. Gli piaceva succhiare l’erba e sfiorare le spighe. Gli piacevano i fiori quando non venivano colti. Gli piaceva dove non c’era troppo rumore d’uomo. E il rumore d’uomo, in quel paese di mare, c’era solo per due mesi l’anno, salvo i colpi di tosse con cui gli otto vecchi del circolo combattenti spostavano via la morte di qualche giorno ancora e le grida destagionalizzate di noi adolescenti che inseguivamo l’unico pallone prima che s’incastrasse sotto i paraurti delle 500. Azikiwe era troppo lungo per giocare a calcio e quando, ogni tanto, la sua timidezza s’avvicinava, noialtri lo si metteva sempre in porta: “Prendilo, Azikiwe! Prendilo!”.
E lui restava lì, trai due pali improvvisati. E molto più alto di quei legni. La regola era che il pallone era considerato alto solo se superava il braccio potenzialmente proteso di chi era in porta. Tutto il resto al di qua del perimetro immaginario era gol. Tutto il resto erano urla di gioia e pugni sotto lo stesso cielo, quando parava Azikiwe.
Si giocava fino a tardi, e quando scendeva la sera Azikiwe compariva solo quando sorrideva. Non molte volte, in verità. Forse sarebbe stato un buon giocatore di basket, chissà… ma non c’erano canestri nel suo paesino in riva a quel mare che mai si fermava a guardare. Per non sentire ogni onda frangersi come sulle sue stesse membra.
Azikiwe aveva cinque anni quando fu affidato alla sponda al di qua del mare.
Sottratto da una mano d’uomo al destino monco delle proprie terre.
Ogni bambino che muore è un fiore che non sboccerà.
Penso che ancora a più della metà dei nati non sia riservata la possibilità di esistere.
Penso alla beffa di un genio che mai nessuno saprà.
Penso al quieto riparo della nostra responsabilità.
Penso alla tempestosa via di fuga, tra le braccia provate di una madre.
Fuggire.
Da ciò che non hai, da ciò che non sarai.
Fuggivano senza sapere quegl’occhi di bambino, tra altri cento occhi di bambino.
Nell’iride ultima istantanea impressa, brandelli rubati da un’onda funerea.

“Tieniti stretto a me! Come ti chiami?”
“Azikiwe”
“Io mi chiamo Mimmo. Tieniti stretto a me, Azikiwe, ché ti porto via da qui.”

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