Mack Smith sotto la Treccani. Boccaccio dopo Petrarca.
L’odore è quello inconfondibile del sapere ingiallito dal tempo.
Affiancare copertine e pagine imbevute d’inchiostro, spostare la polvere e mettere storie in fila.
Tra enciclopedie e classici fare i conti con la propria umana finitezza che, ahimè, rende quasi solo un esercizio estetico sistemare la ricca libreria di famiglia. Salvo poche chicche di cultura da ingurgitare nei ritagli.
Platone, Catullo. Porgo quella mensola ai classici, quello spazio alle biografie.
Vespa? Sarà stato un regalo…
Freno spropositi d’ego che mi suggerirebbero di destinare un cassetto alla mia produzione e lo riempio con qualche fortunato dell’economica Feltrinelli. Camilleri vicino a Goethe mi sembra esagerato. E che ci fa Nietszche trai contemporanei? Già… scusa Friedrich…
Qui ci va della narrativa. Qui i mattoni di diritto. Qui rovescio quello che avanza dei saggi.
Ci vorrebbe un buon archivista…
Mio padre diceva che non era il marito di sua sorella, mio zio, sospinto dall’orgoglio di un’amicizia che aveva attraversato più anni del suo vincolo parentale.
Mio zio era un’anima gentile, prigioniera della sua onestà, che rovistava tra le sue carte e le altre cose in sospeso cercando di darne un ordine. Ogni tanto s’imbatteva in qualche vinile di musica buona.
Il mio egoismo puro ne avverte spesso la mancanza, perché mi dava sempre ragione, come del resto facciamo quasi tutti con tutti, quando esponiamo opinioni in reciproca compresenza. Lui però capiva quello di cui si parlava, ci andava dentro, sotto, toglieva la polvere, coglieva il senso.
Non so come funzionasse quel suo meccanismo fuori moda, ma a lui non interessava sentire: lui voleva ascoltare. Quasi una vocazione, nel limite sottile dell’essere interessato alle vite tutt’intorno alla sua vita, senza volerle disturbare. Attenzioni d’altro tempo.
Il tempo è andato via quando doveva essercene di più. Per sistemare, rilegare. Pagine, pensieri, sentimenti feriti.
E pensa te, dio o chi è che cazzo c’è, cosa invece se ne faranno di tutto ‘sto tempo concesso tutte queste persone che corrono, non dicono ma poi sparlano, gridano senza aver cura delle parole, pur di non ascoltare, di non ascoltarsi. E quanto tempo per le loro tracce, per la loro musica di bassa lega.
Sì, lo so che è un discorso stupido… lo so che mica si decide così, quanti giorni meritiamo…
Sì, lo so… lo so che ho ragione ma… ma che, lascia perdere… e lo so che potrei, me l’hai detto un giorno in un caffè… lo so che non mi manca niente per… non mi manca niente. O qualcosa sì.
Archivio dell'autore: michele fiore
L’ archivista
Il gioco del silenzio
Sssshhh, fate silenzio…
i bravi bambini non parlano,
fino a cinquant’anni i bravi bambini non parlano…
non importa se ascoltano,
ma i bravi bambini non parlano,
fino a sessant’anni non parlano,
i bravi bambini.
Nel silenzio del sud,
rotto solo da qualche pianto
che poi s’acquieta all’abitudine,
si sfiorano
discrezione ed omertà,
s’abbracciano
discrezione ed omertà,
si confondono
discrezione ed omertà.
Sssshhh, fate silenzio…
i bravi bambini non parlano,
fino a quando poi un giorno muoiono non parlano,
i bravi bambini.
Appena sveglio
Pur di sentirci adeguati accendiamo le luci su qualsiasi cosa promani dalla mediocrità.
Pur di sentirci accettati condanniamo il talento a mendicare attenzioni.
Dovrebbe esser giorno, stando a quanto rumore si fa.
Quando ormai è già ora, pur non sapendo di cosa, lavo via dal viso resti di cose taciute.
Riempio d’imbarazzo una camicia sgualcita,
Svuoto la vescica, abile saltimbanco, centrando la tazza senza mani.
Non uso più il pettine da quando so che ben pochi nodi tornano, ben pochi conti vengono.
Seguendo le riflessioni del mio impietoso specchio mi dipingo la giusta espressioni per confondermi, mentre continuo a frequentare assenze.
Chiudo una porta. Sbatto il portone.
Anche oggi non sono pronto…
Sedimenti(chi)
Cavalca le tue maledizioni
Addomesticale
Accarezzale grato
Non sopravvalutare complicità
che non conoscano solitudine
Alza il volume del tuo tumulto
ché adesso non c’è altro d’ascoltare
E poi riprendi per mano le tue ombre
Che le tue crepe siano
sottili pieghe del viso
Sorridi o usane esercizio
Non perdere il lume del disprezzo
Aspetta
Lettera al mio vicino
Gentile vicino,
è bene Lei, insieme a chi Le scrive, riconosca l’abilità della sua affabile bestiola a produrre dal suo minuscolo orifizio anale bisogni equamente distribuiti lungo il marciapiede che condividiamo, in sorprendente prossimità del portone che dà accesso alla mia umile dimora.
Ebbene.
Considerando che…
è la credoterza volta che, in infradito, calpesto, come dea fortuna vuole, quanto prodotto dal fulgido metabolismo dell’esserino oggetto della Sua responsabilità ex art. 2052 c.c.,
che…
stante fetore di morte tale da far supporre sia mandria di buoi o armamento di cavalli piuttosto che esile razza canina; fetore che, nonostante più tentativi d’accurata rimozione, si era sposato alle mie calzature preferite (prima le bianche, poi le verdone, indi le nere), a tal guisa da doverne gettare il paio (prima il bianco, poi il verdone, indi il nero),
e che…
ieri, pur avendo preso in sul meriggio il 2 del Cagliari di maestro Zeman al Meazza (quotato a 8), il sistemino ennesimo mi saltò fanculo in sulla sera, a 15 minuti 15 dalla fine del derby della lanterna – la matonna m’illumini, a tal proposito-, insinuandomi già reiterato dubbio circa quanto si dice del merdaiolo richiamo a quella gran puttana della dea sopra menzionata.
Ebbene.
Crede sia il caso di suggerire all’adorabile quadrupede un posto diverso ove profondere le sue attenzioni intestinali, o preferisce, nel rispetto del Suo amore quadrupede, come scrisse Stefano Benni, che noi ci si mobiliti con un tappo al pertugio ossuto della bestiolina quand’anche non sia il caso, più radicalmente, di destinare la stessa bestiolina, parlando di orifizi, al Suo, immagino, ben più generoso bucodiculo?
Ebbene. Mammata.
Anosognosie culturali
Diseconomico spiegar a chi di pieghe vive.
La resa resta a chi di piaghe scrive.
Il non saper a voi teniate stretto:
l’ignoranza è l’alibi perfetto.
Senti.mento
Sparso tra umor acqueo di persone
ascoltar per sublimare una questione
A favor del mio villoso petto non depone
ritrovarsi a piangere in fondo a una canzone
Cose a forma di felicità
Un pallone tra due mattoni
a rotolare un gol infinito,
senza mai muovere la rete
Un rumore di mezzanotte
che sapevi avere barba bianca,
sentito ad occhi strizzati
Biscotti affondati
in una colazione di vetro verde,
sotto gli occhi ancora e già svegli di nonna
Il suono svelto
dell’ultima ora del sabato,
alla prima mattina di maniche corte
La testa tra la sua pancia
e il cielo di san Lorenzo,
fingendo di non avere altro cuscino.
Appagati nella sete che secca le parole.
L’attesa. Gioia. Di una risposta che già si sa.
Finché crescono in noi stupidi accademici
a cercar prove della sua esistenza.
Dio, la felicità…
Svanisce l’attimo in cui la si cerca.
Abbuffàti senza fame di surrogati cui si usa nome di serenità.
L’attesa. Angoscia. Di una risposta che non si avrà.
Persa
come quel pallone
che non ritornò
Fuggita
con quell’uomo panciuto, di soppiatto
la notte di Natale
Stanca
come corpo vitreo di vecchi
inumidito dai giorni
Rotta
come quella campanella
che, ruggine, non suona più
Sgretolata
come frammento celeste a contatto con l’atmosfera,
che credevi desiderio d’agosto.
Pelle o parole
Che siano pelle o parole.
Tutte queste nudità,
che poi non svelano niente.
Ci scopriremo senza bellezza
quando avremo finito di mostrarci.
Piccoli scontri
La mia anima gentile carezza il tempo
senza saperne scalfire il corso.
Là fuori corpi avvinghiati ad anestesie musicali
mordono spazi e muovono sudore.
La mattina è vento caldo,
odore di plastica e qualche scontrino per terra.