Archivi categoria: Il Diario (avventure mirabolanti ma non troppo)

Una giornata da dimenticare

Oggi è il giorno della… ehm… ccheccazz… il giorno… ehm…
Eppure è strano davvero che non me ne ricordi… io, persona dai principi saldi ma mai scontati.
I saldi! Ecco! È la giornata dei saldi: ultimi ribassi.
Mi metto in macchina e vago circospetto alla ricerca del prezzo pazzo (c’è crisi).
Faccio colazione con tè al limone e una brioche vuota (c’è crisi).
Quando ormai hanno portato via anche le commesse in cerca di arrotondare, giro compulsivo per negozi cercando solo megasconti dal 70% in su (c’è crisi).
Trovo e divento un parka verde, tra milioni di parka verde. Ce lo hanno tutti, per parkondicio.
Riprendo la macchina e cambio zona: direzione centro commerciale X. Parcheggi deserti. Che il Sahara a confronto sembra Copacabana (c’è crisi). 10, 100, 1000 parcheggi vuoti. Vuoti.
E che cazzo mi indichi come fare ad entrare in uno dei mille parcheggi vuoti tu, venditore di colore oggi anche parcheggiatore abusivamente subentrato al parcheggiatore abusivo di ruolo, se sono tutti vuoti?
Con abile manovra parcheggio al limite tra spina di pesce e cazzo di cane cercando di accaparrarmi più posti possibile per dare un segnale di presenza contro la crisi (c’è crisi, sì).
Tiro il freno a mano, spengo l’autoradio mentre dentro c’erano Tony Hadley e gli Spandau Ballet (c’è crisi). Esco. Chiudo lo sportello. Aziono il bip dell’antifurto.
Ho il viso smunto, la barba diventata di tre giorni in uno (c’è crisi), il parka verde, un jeans da gggiovane un po’ stracciato dalle parti delle rotule, una borsa a tracolla home made (che praticamente l’ha fatta mia nonna ma così fa più figo), un sigaro mozzato tra le dita lasciate scoperte dai guanti senza dita (c’è crisi).
Il parcheggiatore abusivo che mi aveva aiutato a districarmi nella complicata scelta da eccedenza del parcheggio più opportuno mi aspetta. Io mi invento uno sguardo da duro pronto a cedere i 50 centesimi preparati rigorosamente in pezzi di rame insieme al solito: -To’… occhio alla macchina-
Lui mi guarda. Io lo guardo. Fa un passo verso di me. Io un passo verso di lui. Mi riguarda. Lo riguardo. Scruta da capo a piede la mia mise non troppo lussuosa e, senza pretendere né mano protendere, mi concede esenzione: – Vai, amigo-
Cioè. Vabbe’.
Rimetto gli spicci in tasca. Qualcuno cade senza far più rumore del mio risentimento. Rimetto in macchina le mie natiche parimenti irritate. Piove: non sia mai che stingano, il mio parka verde o ‘sto stronzo.
Ah… ecco… ecco cos’è! Oggi è il giorno della memoria… la shoah… Schindler’s list… l’olocausto… La vita è bella… gli ebrei. Sì, sì… per gli ebrei d’accordo… ma ‘sti cazzo di negri!?!

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A Natale siamo tutti più buoni

Natale.
Ci si scambia un pensiero, un regalo, un saluto, un sorriso.

Perché oggi è Natale.
E a Natale siamo tutti più buoni!
Tutti più buoni.
Più buoni.
Più buoni di chi? Di cosa? Di quando?
Questa storia che a Natale siamo tutti più buoni mi fa girare davvero le palle.

Io non sono più buono: sono lo stesso fetente che vive di vanità e mendica attenzioni.
Sono lo stesso presuntuoso che non impara a far star bene la gente.
Sono lo stesso stronzo che non sopporta il bene degli altri se ne va del proprio, e non sopporta il proprio bene se non ne vede il riflesso in quello degli altri.
Sono lo stesso perfezionista a cui non va mai bene niente. O forse nulla.
Il solito rigido idealista che non accetta carezze da mani sporche.
Sono lo stesso che non impara mai dai propri errori.
Sono lo stesso che sprofonda, annaspa, riemerge giusto per gridare rabbia.
Il solito spigoloso umorale sempre uguale a se stesso, pronto ad uccidere coi toni sbagliati i residui sani dei propri intenti.
Sono lo stesso abietto in grado di esecrare, odiare, detestare. A Natale, come tutti gli altri giorni.
E se volete l’augurio è solo questo, e forse no, che vi so fare:
che sappiate vestire di luci e ricordi un albero senza reciderne le radici, di fronte al mare un giorno di giugno, e poi portarci vostro figlio per dirgli che quel che si può fare non è per forza quel che gli altri fanno.



Le parole che non v’ho detto

Lo so… sono un uomo col pudore dei sentimenti, dispensatore sin troppo avaro di quanto abita il mio stomaco, compositore sin troppo attento alla sacertà delle parole:
per me è sempre stato più difficile che per altri profondere quel “grazie” che troppe volte rimase prigioniero trai gorgoglii del mio orgoglio.
Ma oggi, questa mattina che forgia di speranze i nostri uichend, non mi piegherò alle sovrastrutture avverse della mia intelligenza emotiva, non ai freni inibitori della mia timidezza…
E dirò grazie.
Grazie a te, nerboruto operaio dell’acquedotto pugliese venuto a riparare il guasto all’impianto citofonando, sine (che bada, lettore, non è affermazione dialettale bensì negazione avverbiale latina) esitazione alcuna, a casa mia alle ore 6.25, appena 12 primi, 23 secondi, 234 millesimi dopo che finalmente ero caduto esausto, in overdose da melatonina&filtrofiorebonomelli, tra le braccia del mio Morfeo psicotico, che da mesi di lunghe notti, ormai disilluso, gioca con me a poker on line…
E grazie al tuo imberbe amico/discepolo, che, voglioso di rubare il segreto ennesimo del tuo mestiere, mosso da garbo e cortesia fuori dal tempo, mi ha chiesto, col tatto incantevole di un Hippopotamus amphibius della Tanzania, di spostare immantinente le mie automobili da sotto casa di modo che non vi si procurino danni, ed io, con la tachicardia e l’infermità mentale del gentil risveglio, ho indossato il mio trench londinese in perfetto abbinamento con i miei boxer da notte, ed incurante dello strazio oculare dei passanti, impavido, ho schiacciato le babbucce di Homer Simpson contro la frizione, per portare in salvo presso isolati altri da qui le fuoriserie in via d’estinzione di casa Fiore…
E grazie, grazie al tuo, al vostro, al nostro, martello pneumatico, che d’allora lavora indefesso esattamente sotto la finestra della mia stanza da letto, invasa dai 5964318933 decibel da ivi metal heavy concentratisi (confusioni anglofone indotte da follie bioritmiche) ad accarezzare il mio riconoscente padiglione auricolare…
Grazie, a voi ed al vostro gioioso vociare fanciullino, al vostro eloquio discreto, educato ai canoni di una dizione perfetta, che al confronto Lugggialluca di Frigole* sembrerebbe originario d’oltralpe, financo.
Musica che, come “amor ch’al cor gentil ratto s’apprende”.
Musica che, “come vedi, ancor non m’abbandona”.
A voi,
eaccibbastramuerti®**,
Grazie.
Infinitamente.

*intenso protagonista del remake di una nota pellicola di marchio spielberghiano
**nello slang locale un modo per cumulare ai propri i meriti dei propri avi


E senza fame e senza sete

Migliaia di capocchie di spilli illuminate da qualche fascio di luce ai piedi di un palco. Altre migliaia intorno. O sui gradoni della chiesa di San Petronio a mescolare profano al sacro nel dubbio che distinzione valga la pena.
Fa nulla che non siano accendini quelle fiammelle di pixel che ci si muovono sopra.
Fa nulla che sgridi l’attesa per indovinare il prossimo pezzo prima degli altri ché tanto tutti lo sanno prima del primo tasto di pianoforte.
Fa nulla che da domani… ci penseremo domani.
Questa notte è volere bene e chiedere scusa disordinatamente.
Era stato un giorno strano, a 7 anni e un giorno esatti da un altro giorno strano.
L’ultimo treno senza passare per la stazione. O forse sì.
Questo mio enorme cuore tra le stelle. O quel che ne rimane, dei miei atri e di quegli astri.
Restiamo ancora un po’, senza dire parole.
Alle 00.20 c’erano 32 gradi. Ma ci aveva già pensato la donna cannone sotto il suo panama bianco, a scioglierci.
Restiamo ancora un po’: dalle porte della notte il giorno si bloccherà.


Sala scommesse

Parcheggio agile occupando un po’ più della porzione di carreggiata a disposizione. Assicuro la mia posizione sul bordo del codice stradale tirando su il freno a mano con fierezza mascolina. Scivolo su gagliardo. Mi chiudo lo sportello alle spalle con veemenza. Espiro sfiatando prepotenza. Spingo dove dice tirare. Correggo il tiro contrariato ed entro in uno dei peggiori centri scommesse di Caracas (vabbe’… non proprio Caracas). Gioco il mio pronostico.
In bella mostra accanto alla tv al plasma tre fogli A4 nastrati al muro descrivono fermamente i divieti del caso: divieto d’accesso ai non soci, divieto di fumo, divieto di giocata per i minorenni; elusi nell’ordine in 4 primi e 37. Di fronte uno sparuto gruppo occhi e orecchi quasi dentro lo schermo mentre la partita entra nel vivo. I commenti di matrice rigorosamente tecnico-tattica si sprecano. La tensione è palpabile. La tenzone probabile.
Dalla porticina secondaria della saletta slot, il rumore tintinnante delle monetine che cadono giù da un videopoker. Il giocatore doveva essere stato molto fortunato, e la vincita corposa, se il tintinnio si protraeva per più tempo rompendo l’idillio dell’erudita platea, che iniziava a rumoreggiava infastidita. Dall’ultima fila, all’improvviso, si leva la magia: “Llenne la suoneria!!!”.
Adoro.


Le ferrovie del signore sono infinite

Lecce-Milano-Bologna-Padova-Bologna-Lecce. In 7 giorni.
Ho capito che le ferrovie dello Stato usano l’aria condizionata come arma di distruzione di massa. E condivido.
Gli agenti atmosferici hanno saputo: ho preso litri d’afa e poi litri d’acqua.
Ho visto quartieri interi a forma di cinesi. Che vendevano tutto, anche di notte. E italiani che compravano tutto in grosse buste, anche di notte. E altri italiani che compravano poi, di giorno, da negozi di lusso made in italy che avevano comprato la notte prima dai cinesi.
Ho mangiato sushi.
Ho comprato una maglia che mi fa figo come quando lo ero e un puzzle completamente bianco.
Ho trovato per strada una signora di centoventi chili in carrozzina che voleva essere riportata a casa dove erano rimasti il marito e la badante.
Ho visto migliaia di avvocati -qualcuno meno- in pausa pranzo al Duomo con al collo nodi così grandi e stretti che potevano solo ingerire frullati.
Ho fatto finta di dormire in treno per sfuggire alla logorrea di una nonnina troppo in forma per me. Ed al dramma sussurrato di una donna più giovane e triste ché il figlio, poverino, dopo aver studiato filosofia era finito a fare il bancario a stipendio fisso al posto del padre.
Ho visto il Bologna tornare in serie A.
Ho visto reggiseni in disuso sotto canotte di cotone leggero. Che va bene così. E le nudità del Nettuno non cedere, stoiche, al proprio riposo.
Ho riconosciuto un mendicante barbuto sul quale questi anni hanno avuto molta meno incidenza che su di me.
-Ti trovo bene-, gli ho detto, e lui mi ha fatto cenno di aspettare un attimo che era al cellulare.
Sono passato dall’università per vedere quanti professori fossero morti, intanto. Non abbastanza.
Ho visto una donna in overdose morire a due metri dall’aperitivo.
Ho mangiato in una libreria col pianoforte.
Ho bevuto birra normale. Si chiamava così.
Ho visto la mostra di Escher, quello che disegna un sacco di scale che non si sa dove portino ed un sacco d’altre cose che non si sa dove vadano. Non è vero: sono un coglione perché non l’ho vista. Ma c’era.
Ho ascoltato un cantautore sparso in piazza che pare conosca la forma del mondo. E secondo me ha ragione lui.
Ho rivisto “Forrest Gump”, e mi fa piangere ancora grossi magoni senza lacrime pronti a sciogliersi dovessi parlare.
Ho disegnato coi pastelli a cera con un mio amico di un anno e mezzo, che non ci disegnavo da mille e mille anni. E sono più bravo io di lui!
Ho incrociato un poeta, vero dice lui ed io sarei anche d’accordo, sul binario quattordici.
C’è qualcosa di più banale di un poeta che aspetta un treno?
Mi ha lasciato il suo numero dietro lo scontrino di una farmacia. Aveva appena comprato il malox.
C’è qualcosa di più banale di un poeta che aspetta un treno: un poeta che aspetta un treno col malox in borsa.
Ho trascinato bagagli, e riposto pensieri da viaggio nei calzini sudati.
Ho occupato il mio posto stampato su carta, solo per un po’, ché io non so mai, davvero, qual è il posto che ho.


Erri non mi presento, sallo

Il mio ego impegnativo m’impedisce di voler somigliare a qualcuno. La mia vanità, di ammetterlo. In ogni cosa tra le cose. Ieri l’altro a Lecce c’era Erri De Luca. Che io ce l’avevo messo già dentro una cosa che ho scritto e lui no, non ha ricambiato la cortesia. Quando oltre alla fronte spaziosa avevo tutti i capelli, provavo a pettinarli come Luke Perry, o a rubare qualche mise di scena a qualcuno a caso dei Take That. Senza mai, ovviamente, avere poster nella stanza. Quando giocavo a calcio provavo ad imitare i dribbling di Roberto Baggio prima e i movimenti di Fernando Redondo e Zinedine Zidane poi. Senza mai, certo, comprare una loro maglietta. Quando ho cominciato a fare calcio dalla panchina ho guardato con attenzione al credo tattico di Guardiola, Zeman, oggi Maurizio Sarri. Senza mai ammettere di voler somigliare loro. Quando scrivo ho la stessa vanità: essere cosa nuova. Ieri l’altro a Lecce c’era Erri De Luca. Presentava un libro in Feltrinelli. Ci sono andato. Per fare outing (lo so che non si dice così, ma altrimenti voi non capite), cazzo! E dirglielo, senza vergogne, che l’uso musicale delle parole, il suo giocare leggero con l’etimo, spiegando senza rovinare, sviscerando senza violentare è per me un riferimento, come, nel tempo, Zeman e Guardiola, Zidane e Baggio, quel mucchio di cantanti e attori anni ’90, e come una stringatissima selezione di altri scrittori. E che io no: non voglio somigliare, e che sì: voglio essere cosa nuova, ma che se in questo un lettore distratto ritrovasse un po’ del suo, bè… sarei… insomma… non mi offenderei. C’era molta gente. C’era aria consumata. C’erano storie mai lette. C’erano storie illeggibili. C’erano domande ruffiane. C’erano risposte delicate. Ho ascoltato. Non ho detto. Non gli ho detto. Ho preso una birra con una fettina di limone. Poi sono sfilato via, un po’ dopo di lui, molto dopo gli altri.


Il coccodrillo come fa?

Tre Due Uno… ed ecco il solito inseguirsi dei famigerati video-coccodrillo di commiato all’ultimo artista passato a miglior vita perché così fan (si noti la valenza polisemantica e al 50% anglofona) tutti. Che Rip, più che per acronimo di “Rest in peace”, sembrerebbe stare per “Ripetere” appuntato.
Perché poi “va’ e insegna agli angeli a suonare la chitarra e/o il piffero e/o il clarinetto…”
Cinque Quattro Tre Due Uno (il conto alla rovescia è appena un po’ più lungo)… ed ecco pronti i pe-santi inquisitori a smascherare l’ipocrisia della famelica abitudine combattendola con altrettanto cospicua dose della propria (quand’anche non fossero pronti al copia-incolla dell’eperchennòggiggidalessio, che ormai passerà più tempo con le mani strette sui suoi attributi partenopei che sulle grazie plastificate della giovane compagna).
Così, la solita scolastica acredine antipopulista trasforma ogni cosa nello sconfortante confronto tra guelfi e ghibellini, guardie e ladri, Mazzola e Rivera, ipocrisia e ipocrisia.
Una sorta di anatocismo delle ipocrisie che mi pare abbiano tonalità diverse ma la medesima matrice: provare la propria presenza, che è cosa ben diversa dal manifestare la propria essenza.
Esserci, che è cosa ben diversa dall’Essere (né probabilmente ciò che scrivo è scevro da tale sentimento!). Null’altro che, banalmente, partecipare, in fondo. Tutto nello stesso calderone. Mescolato secondo dosi ormai mandate a mente.
E se ognuno vivesse la morte come crede, quando può permetterselo, giacché deve farlo come può, quando non ti lascia margine di scelta?

Ci sono morti che arrivano, ti schiaffeggiano, ti sconvolgono, ti devastano. Avresti diritto al silenzio del dolore, se non fossi troppo impegnato a prendertela con la vita puttana, col dio che ha deciso a capocchia.
Sono le morti private, quelle vissute al buio della propria solitudine; quelle che ogni tanto devi far finta di dimenticare, ma che ti s’apprenderanno dentro, sostanze nocive pronte ad avvelenarti appena resterai di nuovo da solo con loro.

Poi ci sono morti sentite per strada, che arrivano inattese, e che forse non sarebbero così dentro di te da concederti il diritto di piangerle, ma nelle quali si ritrova un senso d’ingiustizia immanente tale da rendere quasi condivisibili delle quote di quel dolore: di quando un ragazzo buono lascia la sua famiglia dopo qualche spicciolo di vita perché così ha voluto scherzarlo il tempo, appena dopo che lui aveva provato ad usarlo per dare un sorriso e un domani ai suoi bimbi.
Sono le morti private che diventano pubbliche: si solleva quella pietas popolare che vorrebbe sollevare chi quel diritto al pianto ce l’ha, e ce l’avrà anche quando noialtri ce ne saremo dimenticati, che vorrebbe sostenere le loro membra senza più vigore, i loro volti senza più espressione. Che vorrebbe partecipare, nel senso più pieno ‘sta volta, ma probabilmente può solo, e ancora, limitarsi ad esserci, facendo attenzione, se si può, a non pestare il limite sottile tra sostegno ed invadenza, gentilezza e violenza.

E poi ci sono morti pubbliche, che arrivano e ti paiono strane, semplicemente.
Non hai diritto al dolore, alle lacrime. Solo al ricordo, che però è tuo e di nessun altro. Perché ad alcune persone è stato concesso di lasciar qualcosa a chi vuol prenderla senza imprigionare la propria volontà in un testamento olografo, e perché questa eredità si può prenderla senza sottrarla ad altri.
L’espressione del genio di alcuni di loro è divenuta patrimonio del nostro vissuto, rendendo riconoscibile chi non si è mai conosciuto. E facendo calare lieve il miracolo della malinconia, per non poter più toccare una persona che non abbiamo mai toccato.
Sono le morti pubbliche che diventano private, perché, quando passava per radio “Resta cu mme”, io ricordo esattamente dov’ero, e perché credo fosse nel mio primo concerto dal vivo che ho sentito “Quanno chiove”.

Pino Daniele era un grande musicista. E cantava la singolarità di Napoli come potesse essere quella di ogni vicolo del mondo. Un posto tanto privato quanto pubblico, come la morte.
E questo basta per volerlo ricordare. O per non farlo.


L’ archivista

Mack Smith sotto la Treccani. Boccaccio dopo Petrarca.
L’odore è quello inconfondibile del sapere ingiallito dal tempo.
Affiancare copertine e pagine imbevute d’inchiostro, spostare la polvere e mettere storie in fila.
Tra enciclopedie e classici fare i conti con la propria umana finitezza che, ahimè, rende quasi solo un esercizio estetico sistemare la ricca libreria di famiglia. Salvo poche chicche di cultura da ingurgitare nei ritagli.
Platone, Catullo. Porgo quella mensola ai classici, quello spazio alle biografie.
Vespa? Sarà stato un regalo…
Freno spropositi d’ego che mi suggerirebbero di destinare un cassetto alla mia produzione e lo riempio con qualche fortunato dell’economica Feltrinelli. Camilleri vicino a Goethe mi sembra esagerato. E che ci fa Nietszche trai contemporanei? Già… scusa Friedrich…
Qui ci va della narrativa. Qui i mattoni di diritto. Qui rovescio quello che avanza dei saggi.
Ci vorrebbe un buon archivista…
Mio padre diceva che non era il marito di sua sorella, mio zio, sospinto dall’orgoglio di un’amicizia che aveva attraversato più anni del suo vincolo parentale.
Mio zio era un’anima gentile, prigioniera della sua onestà, che rovistava tra le sue carte e le altre cose in sospeso cercando di darne un ordine. Ogni tanto s’imbatteva in qualche vinile di musica buona.
Il mio egoismo puro ne avverte spesso la mancanza, perché mi dava sempre ragione, come del resto facciamo quasi tutti con tutti, quando esponiamo opinioni in reciproca compresenza. Lui però capiva quello di cui si parlava, ci andava dentro, sotto, toglieva la polvere, coglieva il senso.
Non so come funzionasse quel suo meccanismo fuori moda, ma a lui non interessava sentire: lui voleva ascoltare. Quasi una vocazione, nel limite sottile dell’essere interessato alle vite tutt’intorno alla sua vita, senza volerle disturbare. Attenzioni d’altro tempo.
Il tempo è andato via quando doveva essercene di più. Per sistemare, rilegare. Pagine, pensieri, sentimenti feriti.
E pensa te, dio o chi è che cazzo c’è, cosa invece se ne faranno di tutto ‘sto tempo concesso tutte queste persone che corrono, non dicono ma poi sparlano, gridano senza aver cura delle parole, pur di non ascoltare, di non ascoltarsi. E quanto tempo per le loro tracce, per la loro musica di bassa lega.
Sì, lo so che è un discorso stupido… lo so che mica si decide così, quanti giorni meritiamo…
Sì, lo so… lo so che ho ragione ma… ma che, lascia perdere… e lo so che potrei, me l’hai detto un giorno in un caffè… lo so che non mi manca niente per… non mi manca niente. O qualcosa sì.


Appena sveglio

Pur di sentirci adeguati accendiamo le luci su qualsiasi cosa promani dalla mediocrità.
Pur di sentirci accettati condanniamo il talento a mendicare attenzioni.
Dovrebbe esser giorno, stando a quanto rumore si fa.
Quando ormai è già ora, pur non sapendo di cosa, lavo via dal viso resti di cose taciute.
Riempio d’imbarazzo una camicia sgualcita,
Svuoto la vescica, abile saltimbanco, centrando la tazza senza mani.
Non uso più il pettine da quando so che ben pochi nodi tornano, ben pochi conti vengono.
Seguendo le riflessioni del mio impietoso specchio mi dipingo la giusta espressioni per confondermi, mentre continuo a frequentare assenze.
Chiudo una porta. Sbatto il portone.
Anche oggi non sono pronto…