Il gioco del silenzio

Sssshhh, fate silenzio…
i bravi bambini non parlano,
fino a cinquant’anni i bravi bambini non parlano…
non importa se ascoltano,
ma i bravi bambini non parlano,
fino a sessant’anni non parlano,
i bravi bambini.
Nel silenzio del sud,
rotto solo da qualche pianto
che poi s’acquieta all’abitudine,
si sfiorano
discrezione ed omertà,
s’abbracciano
discrezione ed omertà,
si confondono
discrezione ed omertà.
Sssshhh, fate silenzio…
i bravi bambini non parlano,
fino a quando poi un giorno muoiono non parlano,
i bravi bambini.


Appena sveglio

Pur di sentirci adeguati accendiamo le luci su qualsiasi cosa promani dalla mediocrità.
Pur di sentirci accettati condanniamo il talento a mendicare attenzioni.
Dovrebbe esser giorno, stando a quanto rumore si fa.
Quando ormai è già ora, pur non sapendo di cosa, lavo via dal viso resti di cose taciute.
Riempio d’imbarazzo una camicia sgualcita,
Svuoto la vescica, abile saltimbanco, centrando la tazza senza mani.
Non uso più il pettine da quando so che ben pochi nodi tornano, ben pochi conti vengono.
Seguendo le riflessioni del mio impietoso specchio mi dipingo la giusta espressioni per confondermi, mentre continuo a frequentare assenze.
Chiudo una porta. Sbatto il portone.
Anche oggi non sono pronto…


Sedimenti(chi)

Cavalca le tue maledizioni
Addomesticale
Accarezzale grato
Non sopravvalutare complicità
che non conoscano solitudine
Alza il volume del tuo tumulto
ché adesso non c’è altro d’ascoltare
E poi riprendi per mano le tue ombre
Che le tue crepe siano
sottili pieghe del viso
Sorridi o usane esercizio
Non perdere il lume del disprezzo
Aspetta


Lettera al mio vicino

Gentile vicino,
è bene Lei, insieme a chi Le scrive, riconosca l’abilità della sua affabile bestiola a produrre dal suo minuscolo orifizio anale bisogni equamente distribuiti lungo il marciapiede che condividiamo, in sorprendente prossimità del portone che dà accesso alla mia umile dimora.
Ebbene.
Considerando che…
è la credoterza volta che, in infradito, calpesto, come dea fortuna vuole, quanto prodotto dal fulgido metabolismo dell’esserino oggetto della Sua responsabilità ex art. 2052 c.c.,
che…
stante fetore di morte tale da far supporre sia mandria di buoi o armamento di cavalli piuttosto che esile razza canina; fetore che, nonostante più tentativi d’accurata rimozione, si era sposato alle mie calzature preferite (prima le bianche, poi le verdone, indi le nere), a tal guisa da doverne gettare il paio (prima il bianco, poi il verdone, indi il nero),
e che…
ieri, pur avendo preso in sul meriggio il 2 del Cagliari di maestro Zeman al Meazza (quotato a 8), il sistemino ennesimo mi saltò fanculo in sulla sera, a 15 minuti 15 dalla fine del derby della lanterna – la matonna m’illumini, a tal proposito-, insinuandomi già reiterato dubbio circa quanto si dice del merdaiolo richiamo a quella gran puttana della dea sopra menzionata.
Ebbene.
Crede sia il caso di suggerire all’adorabile quadrupede un posto diverso ove profondere le sue attenzioni intestinali, o preferisce, nel rispetto del Suo amore quadrupede, come scrisse Stefano Benni, che noi ci si mobiliti con un tappo al pertugio ossuto della bestiolina quand’anche non sia il caso, più radicalmente, di destinare la stessa bestiolina, parlando di orifizi, al Suo, immagino, ben più generoso bucodiculo?
Ebbene. Mammata.


Anosognosie culturali

Diseconomico spiegar a chi di pieghe vive.
La resa resta a chi di piaghe scrive.
Il non saper a voi teniate stretto:
l’ignoranza è l’alibi perfetto.


Senti.mento

Sparso tra umor acqueo di persone
ascoltar per sublimare una questione
A favor del mio villoso petto non depone
ritrovarsi a piangere in fondo a una canzone


Cose a forma di felicità

Un pallone tra due mattoni
a rotolare un gol infinito,
senza mai muovere la rete

Un rumore di mezzanotte
che sapevi avere barba bianca,
sentito ad occhi strizzati

Biscotti affondati
in una colazione di vetro verde,
sotto gli occhi ancora e già svegli di nonna

Il suono svelto
dell’ultima ora del sabato,
alla prima mattina di maniche corte

La testa tra la sua pancia
e il cielo di san Lorenzo,
fingendo di non avere altro cuscino.

Appagati nella sete che secca le parole.

L’attesa. Gioia. Di una risposta che già si sa.

Finché crescono in noi stupidi accademici
a cercar prove della sua esistenza.

Dio, la felicità…

Svanisce l’attimo in cui la si cerca.

Abbuffàti senza fame di surrogati cui si usa nome di serenità.

L’attesa. Angoscia. Di una risposta che non si avrà.

Persa
come quel pallone
che non ritornò

Fuggita
con quell’uomo panciuto, di soppiatto
la notte di Natale

Stanca
come corpo vitreo di vecchi
inumidito dai giorni

Rotta
come quella campanella
che, ruggine, non suona più

Sgretolata
come frammento celeste a contatto con l’atmosfera,
che credevi desiderio d’agosto.


Pelle o parole

Che siano pelle o parole.
Tutte queste nudità, 
che poi non svelano niente.
Ci scopriremo senza bellezza 
quando avremo finito di mostrarci.


Piccoli scontri

La mia anima gentile carezza il tempo
senza saperne scalfire il corso.
Là fuori corpi avvinghiati ad anestesie musicali
mordono spazi e muovono sudore.
La mattina è vento caldo,
odore di plastica e qualche scontrino per terra.


Le parole

Tutta colpa delle parole…
Capita che bussino piano, spesso nel cuore delle veglie notturne, quando non hai altra via d’uscita che darle ascolto… è sempre stato così: un’esigenza pressante, di imprimere d’inchiostro i miei pensieri… è sempre stato così: un’esigenza che continua, unica di un cumulo di estemporaneità, a trovar strada… è sempre stato così: l’esigenza di fissare in segni l’astratto pulsante della mia inquietudine perenne, quasi come se dando significato al mio significante acquietassi per un attimo i miei sensi, quasi come se l’ordine di qualche parola in fila per sei col resto di due mi convincesse dell’illusione di un ordine cerebrale che il mio intimo sa di non poter avere.
Cerchi nelle tue conoscenze la manciata di lettere che meglio si sposi con le sensazioni di quel momento, strappi a qualche reminiscenza volatile la somiglianza con le vibrazioni dell’anima di cui in quel momento ti senti pervaso.
Mischiate alla vanità le parole si allineano, morbide e docili, stemperando il senso d’insoddisfazione, come un letto perfettamente disfatto, come una pila di maglie cromaticamente ordinate, come 5 matite equidistanti, in un’applicazione lessico-grammaticale di un disturbo ossessivo compulsivo.
In un attimo, per un attimo si smorza il senso d’indeterminatezza, per un attimo, quell’attimo tu sei le parole che hai scritto, la tensione entropica dei tuoi pensieri più reconditi diviene la serena quiete del mare d’inverno, per un attimo.
Le parole sono il piacere più individuale.

Capita che le briglia sciolte di una passione diventino le redini del sentimento, capita che il tuo disordine non sia fatto solo di te, capita che bussino nuove parole, le stesse esigenze, e che con naturalezza disarmante tu riconosca la necessità di fissare in tratti d’ inchiostro quel disordine per un fruitore che non sei tu.
La stesura delle parole che neutralizza l’ansia dei meandri del tuo inconscio si scioglie allo stesso identico modo, sapendo però che non sarai tu a godere dei pazienti ricami della tua penna.
Senza filtri né esitazioni, né compromessi con la verità, la follia del tuo animo vestita di parole si destina a completo travaso presso animo “altro da te”, che il deficit di diottrie di ogni sentimento puro ti descrive come te stesso; senza remore, senza paura.
Pari alla soddisfazione che avevi leggendoti è la soddisfazione della supposta altrui lettura di te; la momentanea sensazione dell’ordine che nella bellezza delle parole ha insinuato il tuo pensiero è immaginata in occhi non tuoi.
Le parole sono la necessità di donarsi.

Capita che le redini del sentimento divengano le catene di un ricordo, capita che si avverta la stessa esigenza della rassicurazione di parole fermate e ferme, finite e definite.
La ricerca è più ardua, t’accorgi, la penna meno fluida, e quello che pensavi di rinvenire negli anfratti del tuo spirito vissuto fluttua informe e fatuo, denso ma meno compatto; i pensieri non trovano descrizione nelle parole di cui disponi, nemmeno in quelle nuove che la vita ti ha insegnato…
Forse non sta nella mancanza di parole adeguate la questione, forse a perdersi sono stati pezzi di te, e quel che senti, quel che il tuo introspetto respira, è assenza di te… perché non è la parola giusta da cercare, ma qualcosa di te; non è la descrizione ma il descritto che è andato perduto nel travaso presso altro fruitore, che la cecità di ogni sentimento vero ti aveva mostrato come fidato scrigno ma che invece, come un volgare radiatore bucato, ha distrattamente smarrito nel torbido dei suoi percorsi le quote della tua anima che non trovi più, mischiandole alle parole di altri occhi.
Le parole sono il furto più infame.

Questo resta: l’illusione che siano le parole a mancare, quando per comprendere quello che sei ora nessun arcano intreccio di sillabe potrà aiutarti, perché nulla di quello che eri è, perché non ci sono ragioni per esserlo, e non ci sono ragioni per cercare le parole giuste, solite e ripetute e vane successioni di segni e curve e linee, perché forse solo una parola che non esiste o che ancora deve trovare asilo presso l’accademia dei colti può fissare il tuo pensiero ora, perché forse strumpflondrunchestalnar frunvigheriastilrpugrascenghenfult…
ed è inutile cercare di capire anche questo, è inutile cercare il significato di tutto se poi, forse, nulla ha veramente un senso…