Archivi categoria: Cose che ho scritto io e che, nonostante questo, condivido

Tartarughe e corpi celesti

Io, se non ho saputo male, ho davanti assai meno tempo del sole

Ed anche di ogni altro astro conosciuto, se non ho saputo male

E di ogni pianeta del sistema solare, debbo avere, mi pare

Meno degli ulivi secolari, se non li tagliano

Delle sequoie tutte

E di qualche mandarino. Albero, intendo

Di quelli che ci rubi in fretta i frutti, da piccolo, quando non t’interessa troppo quanto tempo resta, ché l’importante era scappare

Anche meno, ho letto, di molte specie di tartarughe ne ho, che sarà perché vanno piano

Che poi non s’immagina a cosa serva, tutto ‘sto tempo

Magari quel lento e grosso animale, non dico di no, lo bestemmia tutto quel tempo che avanza

Magari qualche corpo celeste si stancherà pure di stare nei cieli infiniti a girare le orbite che un noto geometra gli disegnò

Ma mica è bello noi qui con l’ansia che stia per passare

Pur vero è che altri esseri ne hanno ancor meno, di tempo,

ma quelli no, mica lo sanno e chi se ne fotte

Guarda, ci pensi?, è davvero da uscire di testa, che ci son tartarughe che c’erano già quando non c’era nessuno di noi e ora ancora ci sono

O che il sole farà caldo di mattine di aprile che nessuno sentirà

E intanto qui giù lo passiamo così, lo spicchio di tempo che ci è dato usare:

a cercare chi, mentre come si può ci si faccia all’amore, per un tempo piccolo ce lo faccia scordare

quel piccolo tempo che ci è dato usare

Fremito di foglia incurante di quando si possa staccare

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Apologia della timidezza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Nella cesta dei giochi dimenticati

In questo gioco non conta chi esiste e chi no
In questo gioco non serve aspettare
In questo gioco non ci sono abitudini, nemmeno sperare
In questo gioco ci sono puntini che si possono unire
In questo gioco non c’è una cosa da fare
In questo gioco non ci sono misure,
così nulla resta a metà
In questo gioco fa fresco ed è la mattina di un giorno senza ore
In questo gioco non esiste la fame né la sazietà
In questo gioco ci sono gelati al caffè che si sciolgono senza appiccicare
In questo gioco i soffitti ti ascoltano se hai una storia da raccontare
e scrivendo fumetti dentro i bordi delle nuvole, i più alti, puoi farli parlare
In questo gioco puoi correre senza stancarti,
o far finta, se vuoi cadere sull’erba del prato appena incontrato
In questo gioco puoi sollevare un elefante gigante con una mano soltanto
In questo gioco non c’è niente di grave o leggero
Non c’è un sopra né un sotto, nemmeno
E i punti cardinali spesso non sanno dove andare
In questo gioco puoi toccare le tette di chi ti piace
Puoi suonare i campanelli senza scappare
In questo gioco non grida nessuno, perché non c’è nessuno da svegliare
ché il sonno non serve perché non serve sognare
In questo gioco “bene” è quello che mi vuole il mio cane,
quando torno e ogni volta mi viene a cercare
In questo gioco sei un cantante, un astronauta o anche Bud Spencer, a esagerare
un pianoforte coi tasti a colori o il capotreno di treni inventati che non riesci a fermare
In questo gioco c’è un pazzo che l’infinito vuole contare
e persone sane che gli prestano dita per non perdere il conto parziale
In questo gioco si mettono in fila mille parole,
che se escludi promesse e poesie
quello che vuoi puoi farcele diventare
In questo gioco non c’è il bene e il male
In questo gioco ti prendo la mano e ti porto con me
In questo gioco non tremo, se guardo negli occhi le paure che ho
In questo gioco ti porto con me
In questo gioco non devo pensare
In questo gioco basta nuotare
In questo gioco si può respirare tra le mille specie del mare
In questo gioco ci si uccide ma non si muore
In questo gioco anche col la morte si può farci l’amore
In questo gioco nessuno dice che poi tutto finisce
In questo gioco non c’è futuro né passato
In questo gioco ti prendo la mano
In questo gioco, che l’ho dimenticato


Histoire d’un étranger à Lausanne” (stralcio)


Caro Fabrice,
dovevo andare.
È difficile, ma dovevo andare.
Il mio paese è malato.
Ci s’infila al pranzo domenicale pronti a riservare coltelli ai commensali.
Il mio paese è malato.
Si accetta la verità più comoda pur di non affrontare la responsabilità del dubbio.
Il mio paese è malato.
Si indossa il vestito migliore e non ci sono figli né mogli che siamo in grado di rispettare sotto il nostro sorriso di circostanza,
e non ci sono madri né dolori che siamo in grado di rispettare sotto il nostro pianto di circostanza.
Come quando mischi indeciso sopra un piattino di plastica tre o quattro colori a tempera e ti esce quell’incrocio cacchinaverdinomarroncinosenape, che poi puoi infilarci qualsiasi colore azzurrissimogiallissimoverdissimo ma che ormai non cambia più. Solo fagocita sfumature e le rassomiglia a sé. È così, il mio paese.

Portato in scena da Beatrice Pezzuto, con Michael Alexanian


Volo d’airone (decasillabo)

Infima mossa è il giudicare,
del dubbio ei possa beneficiare.
Sono opinioni tutti i giudizi,
ciò che asseriamo soltanto indizi.
 
Dal treno in corsa punti di vista:
si porga un freno, al macchinista.
Sia relativa ogni invettiva:
cambi sovente la prospettiva!
 
Certo, all’assunto, qualcuno sfugge,
e, questo è il punto, ciò non mi strugge:
tu, sopra mari, volo d’airone,
anche da un drone resti un coglione.

Millemila lune (almeno)

Ma quante pause da sé possono prendersi, esattamente, senza morire?
E quali pezzi si devono soffocare per sopravvivere?

E quanto uno può divenire senza rinunciarsi?

E di che colore sono le ore che mancano al mattino?

E quanto conta chiedersi scusa?
Se sapessi suonare il sax me ne andrei sopra la più vecchia luna e starei lì a suonare per tutti i cani e gli astronauti di passaggio.
Poggerei un cappello ai miei piedi,
se lo trovo, di paglia
e non farei metterci nessuna moneta,
ma solo delle cose da buttare che non facciano rumore.
E terrei la bocca così piena di fiato da non potermi fare domande, più.
Suonerei finché ce ne sarà bisogno. Ché ce n’è bisogno. Di suonare per far piangere chi piangere non sa.
Ce n’è bisogno di piangere perché ti si dica “è tutto a posto” uno che si trovi lì.
E che ti asciughi e ti lasci il suo fazzoletto e voli via di nuovo,
ché ci son millemila lune almeno (ma credo di più) con concerti di notte sopra uomini da asciugare.


Domande da porci

Ma se ci si sveglia depressi si può parlare di vilipendio all’alzabandiera?
Ma per un onanista pigro che si sposta in bagno, può parlarsi di turismo sessuale?
Ma se io suono il pianoforte, lei il violino e lui la tromba si può parlare di complesso?
Ma se lei vota pd e lui la lega si può parlare di masochismo?
Ma se un missionario prende posizione è sempre la più comoda?
Ma il kamasutra del sesso orale prevede figure retoriche?
Ma il coitus interruptus può considerarsi anacoluto?
Ma si parla di ratto delle sabine perché erano tope straordinarie?
Ma un nudo integrale può essere grasso?
Ma Bruno Mars è la versione al cioccolato fondente?
Ma prima del viagra il gusto puffo finiva prima?
Ma chi pratica l’autoerotismo è soggetto a limiti di velocità?
Ma la Rosa dei venti è una nota pornostar dedita alle gang bang?
Ma soprattutto, gli interrogativi, a letto, diventano esclamazioni?


L’otto tutto l’anno. O anche no

“Io l’otto tutto l’anno”. Auguri alle donne
“Io cotto tutto l’anno”. Auguri ai loro innamorati
“Io fotto tutto l’anno”. Auguri ai meno platonici
“Io sotto tutto l’anno” Auguri alle tradizionaliste
“Io sfotto tutto l’anno”. Auguri alla parte femminile di me
“Io lotto tutto l’anno”. Auguri alle ludopatiche, alle femministe e a quelle in bikini nel fango
“Io letto tutto l’anno” Auguri alle letterate, alle pigre e alle fedifraghe
“Io lutto tutto l’anno”. Auguri ai loro mariti
“Io rutto tutto l’anno”. Auguri a chi ci beve sopra
“Io sfrutto tutto l’anno”. Auguri alle mantenute
“Io sfratto tutto l’anno”. Auguri alle esattrici di equitalia
“Io tratto tutto l’anno”. Auguri alle donne manager
“Io fratto tutto l’anno”. Auguri alle donne divise o separate
“Io frutto tutto l’anno”. Auguri alle lucciole e a chi è sempre a dieta
“Io fritto tutto l’anno”. Auguri a chi non ne vuol sapere


Come quando (pigro ha due sole sillabe non a caso comunque troppe)

Non è mica, banalmente, soltanto pigrizia.
E’ molto più di non avere voglia.
E’ come quando per farti una camomilla, con tutti i pentolini sporchi, invece di sciacquarne uno metti l’acqua nella pentola per la pasta.
E’ come quando lasci l’ultimo biscotto perché non sai dove va la carta plastificata nella differenziata.
E’ come quando pisci con la porta aperta e ti riallacci un solo bottone.
E’ come quando lasci la luce accesa nel bagno casomai devi tornare.
E’ come quando vai a letto vestito senza lavarti tanto chi cazzo c’è.
E’ come quando esci con una tuta sopra il pigiama tanto chi cazzo trovo. E pure se trovo.
E’ come quando, al limite, ti togli le scarpe punta destra tallone sinistro punta sinistra tallone destro.
E’ come quando ma poi in fondo perché togliersele tanto basta che le suole non tocchino le coperte.
E’ come quando ti ricordi di aver lasciato la macchina aperta e il portafogli dentro ma non fa niente.
E’ come quando squilla il telefono fisso nell’altra stanza e preferisci richiamare col cellulare, procedendo a tentativi, chi ti ha potuto cercare.
E’ come quando sai che la E maiuscola accentata non si scrive così, ché quello è un apostrofo, ma la tua tastiera non ce l’ha e chi va a cercarla su google per fare copia/incolla…


Beati voi

Beati voi, che avete ‘sì tante certezze
Beati voi che je suis, tu es, il est, nous sommes, vous êtes, ils sont Charlie
Beati voi che – piacere, Charlie –
Beati voi che – ma tu guarda, alle volte, le coincidenze, ciarlo anch’io –
Beati voi che je suis Charlie anche il figlio appena nato (e a quindici anni già plagiato)
Beati voi che Charlie Brown che piange
Beati voi che pure il flash mob tutt’insieme
Beati voi che i cugini d’oltralpe
Beati voi che prima i cugini poi (casomai) i vicini
Beati voi miopi corretti che tutto v’indigna da lontano
Beati voi presbiopi corrotti che vicino non c’è nulla da vedere
Beati voi che condanno fermamente la matrice del gesto!
Beati voi che sapete a cosacomequando ricondurre il funesto
Beati voi che giocate a risiko con la geopolitica
Beati voi che ricostruite doviziosa la dinamica
Beati voi che avete d’ogni la soluzione
Beati voi che la libertà d’opinione
Beati voi che la libertà d’informazione
Beati voi che la libertà di stampa
Beati voi che la libertà vi stanca
Beati voi popolo di santi, poeti online e internettiani naviganti
Beati voi mò anche popolo di disegnatori
Beati voi che se avete finito i fiori nei vostri cannoni mettete grafite
Beati voi che temperate matite
Beati voi che stemperate coscienze sopite
Beati voi oggi tutti umili lavoratori della vignetta del Signore
Beati voi che conviene distruggere la loro razza
Beati voi che altrimenti qui laggente s’ammazza!
Beati voi che chiudiamo i confini!
Beati voi al saper così inclini
Beati voi che e perché i cristiani no?
Beati voi che l’India e i marò
Beati voi che almeno prima si facevano esplodere, questi
Beati voi che prima erano indiscutibilmente più onesti
Beati voi, Sherlock Holmes, che però ‘sta carta d’identità che ci sta a fare?
Beati voi che qui più d’una gatta ci cova, Watson, è elementare
Beati voi che il poliziotto era musulmano però
Beati voi che…  avranno sbagliato mira, e vabbuo’
Beati voi che l’undici settembre tutto è cambiato
Beati voi che era un complotto di Stato
Beati voi che l’America gli vende le armi, poi si offendono e si sparano, come accertato
Beati voi che Bin Laden Obama
Beati voi che Barack Osama
Beati voi che visto che già all’anagrafe era chiara la trama!?!
Beati voi che l’America… o s’odia Osama
Beati voi che il problema non è la razza ma la specie (specie quella razza)
Beati voi che ad ognuno le proprie confessioni
Beati voi che apriamo i confini ma chiudiamo i portoni
Beati voi che io l’avevo detto che la soluzione è l’ammore
Beati voi che tutti sul carro, anche funebre, del vincitore
Beati voi che si piange il morto più visto, Cristo!
Beati voi che piangete i morti loro con rispetto
Beati voi che i morti vostri, vi direi. Ma ometto.