Ma se ci si sveglia depressi si può parlare di vilipendio all’alzabandiera?
Ma per un onanista pigro che si sposta in bagno, può parlarsi di turismo sessuale?
Ma se io suono il pianoforte, lei il violino e lui la tromba si può parlare di complesso?
Ma se lei vota pd e lui la lega si può parlare di masochismo?
Ma se un missionario prende posizione è sempre la più comoda?
Ma il kamasutra del sesso orale prevede figure retoriche?
Ma il coitus interruptus può considerarsi anacoluto?
Ma si parla di ratto delle sabine perché erano tope straordinarie?
Ma un nudo integrale può essere grasso?
Ma Bruno Mars è la versione al cioccolato fondente?
Ma prima del viagra il gusto puffo finiva prima?
Ma chi pratica l’autoerotismo è soggetto a limiti di velocità?
Ma la Rosa dei venti è una nota pornostar dedita alle gang bang?
Ma soprattutto, gli interrogativi, a letto, diventano esclamazioni?
Archivio dell'autore: michele fiore
Domande da porci
L’otto tutto l’anno. O anche no
“Io l’otto tutto l’anno”. Auguri alle donne
“Io cotto tutto l’anno”. Auguri ai loro innamorati
“Io fotto tutto l’anno”. Auguri ai meno platonici
“Io sotto tutto l’anno” Auguri alle tradizionaliste
“Io sfotto tutto l’anno”. Auguri alla parte femminile di me
“Io lotto tutto l’anno”. Auguri alle ludopatiche, alle femministe e a quelle in bikini nel fango
“Io letto tutto l’anno” Auguri alle letterate, alle pigre e alle fedifraghe
“Io lutto tutto l’anno”. Auguri ai loro mariti
“Io rutto tutto l’anno”. Auguri a chi ci beve sopra
“Io sfrutto tutto l’anno”. Auguri alle mantenute
“Io sfratto tutto l’anno”. Auguri alle esattrici di equitalia
“Io tratto tutto l’anno”. Auguri alle donne manager
“Io fratto tutto l’anno”. Auguri alle donne divise o separate
“Io frutto tutto l’anno”. Auguri alle lucciole e a chi è sempre a dieta
“Io fritto tutto l’anno”. Auguri a chi non ne vuol sapere
Erri non mi presento, sallo
Il mio ego impegnativo m’impedisce di voler somigliare a qualcuno. La mia vanità, di ammetterlo. In ogni cosa tra le cose. Ieri l’altro a Lecce c’era Erri De Luca. Che io ce l’avevo messo già dentro una cosa che ho scritto e lui no, non ha ricambiato la cortesia. Quando oltre alla fronte spaziosa avevo tutti i capelli, provavo a pettinarli come Luke Perry, o a rubare qualche mise di scena a qualcuno a caso dei Take That. Senza mai, ovviamente, avere poster nella stanza. Quando giocavo a calcio provavo ad imitare i dribbling di Roberto Baggio prima e i movimenti di Fernando Redondo e Zinedine Zidane poi. Senza mai, certo, comprare una loro maglietta. Quando ho cominciato a fare calcio dalla panchina ho guardato con attenzione al credo tattico di Guardiola, Zeman, oggi Maurizio Sarri. Senza mai ammettere di voler somigliare loro. Quando scrivo ho la stessa vanità: essere cosa nuova. Ieri l’altro a Lecce c’era Erri De Luca. Presentava un libro in Feltrinelli. Ci sono andato. Per fare outing (lo so che non si dice così, ma altrimenti voi non capite), cazzo! E dirglielo, senza vergogne, che l’uso musicale delle parole, il suo giocare leggero con l’etimo, spiegando senza rovinare, sviscerando senza violentare è per me un riferimento, come, nel tempo, Zeman e Guardiola, Zidane e Baggio, quel mucchio di cantanti e attori anni ’90, e come una stringatissima selezione di altri scrittori. E che io no: non voglio somigliare, e che sì: voglio essere cosa nuova, ma che se in questo un lettore distratto ritrovasse un po’ del suo, bè… sarei… insomma… non mi offenderei. C’era molta gente. C’era aria consumata. C’erano storie mai lette. C’erano storie illeggibili. C’erano domande ruffiane. C’erano risposte delicate. Ho ascoltato. Non ho detto. Non gli ho detto. Ho preso una birra con una fettina di limone. Poi sono sfilato via, un po’ dopo di lui, molto dopo gli altri.
Come quando (pigro ha due sole sillabe non a caso comunque troppe)
Non è mica, banalmente, soltanto pigrizia.
E’ molto più di non avere voglia.
E’ come quando per farti una camomilla, con tutti i pentolini sporchi, invece di sciacquarne uno metti l’acqua nella pentola per la pasta.
E’ come quando lasci l’ultimo biscotto perché non sai dove va la carta plastificata nella differenziata.
E’ come quando pisci con la porta aperta e ti riallacci un solo bottone.
E’ come quando lasci la luce accesa nel bagno casomai devi tornare.
E’ come quando vai a letto vestito senza lavarti tanto chi cazzo c’è.
E’ come quando esci con una tuta sopra il pigiama tanto chi cazzo trovo. E pure se trovo.
E’ come quando, al limite, ti togli le scarpe punta destra tallone sinistro punta sinistra tallone destro.
E’ come quando ma poi in fondo perché togliersele tanto basta che le suole non tocchino le coperte.
E’ come quando ti ricordi di aver lasciato la macchina aperta e il portafogli dentro ma non fa niente.
E’ come quando squilla il telefono fisso nell’altra stanza e preferisci richiamare col cellulare, procedendo a tentativi, chi ti ha potuto cercare.
E’ come quando sai che la E maiuscola accentata non si scrive così, ché quello è un apostrofo, ma la tua tastiera non ce l’ha e chi va a cercarla su google per fare copia/incolla…
Dietro gli angoli
Dietro gli angoli delle strade
cercavamo vite,
palloni persi,
occhi rubati,
baci mai dati,
figurine girate
(curvi sui gradini dell’uscio più in alto).
Cercavamo vita,
ginocchia sbucciate,
baci sfiorati,
occhi turbati,
dietro gli angoli delle strade,
dentro, gli angoli delle strade.
Oggi reti wireless
(curvi sui gradini dell’uscio più in alto),
dietro gli angoli delle strade.
L’omino con l’abaco
‘Sta cazzo d’insonnia…
Cosa non provai a fare per scacciarla, ferirla, insinuarle un dubbio, almeno…
Provai a convincerla di farsi da parte con fare assertivo, poi la minacciai con lame di cicuta e valeriana…
Mi faceva caldo contare le pecore… sarà che ho un debole per quelle in cashmere, sicché mi misi a contare identità.
Iniziai che avevo vent’anni anni, mi sa.
Mamma, papà, fratello… 1, 2, 3 zii, cugini… 4, 5, 7, 11…
La mia era una famiglia numerosa, ché ci misi le prime due notti per scorrerla tutta.
Gli amici, pochi in verità, e le storie d’amore… 45, 46, 49, 58… macché, state serene: molte meno… i miei compagni di classe, di scuola, di giochi… e continuai con persone nuove, investigate nelle profondità o solo sfiorate in superficie… 221, 222…
Mi ritrovai sui mille che ancora contavo gente del mio paese, Onarevel, e poi finii, finì che più non ne trovavo: 14.267.
E continuai per la provincia, d’oltre 100 paesi, e segnavo: Roccu, ‘Nzinu, Ucciu, vecchi dai nomi radicali, finiti, immediati, adulti, bambini dai nomi esterofili, Christian, con l’acca, Alex, con la ics, Kevin, con la cappa. Che diventavano sovente nelle bocche eleganti di genitori, parenti ed affini Christia e Kevi, tronco, oppure Christianna e Kevinni; il richiamo vocale è sempre troppo forte, ggiùalsuddu: abbiamo talmente tante cose in sospeso che non sopporteremmo un consonante lasciata lì, al vento, al limite di qualcuno.
E continuò, il mio censimento onirico, tra donne e uomini, mescolati nelle piazze meridionali, tra nomi e cognomi, segni d’inchiostro dimenticati dentro fogli di fatiscenti uffici anagrafe.
E proseguì, la faticosa conta, nei campetti di periferia e nei grandi stadi… Giulio, Andrea, Antonio, Diego, Armando… nei teatri e dietro le quinte, al di qua, tra le maschere, e fin dietro i sipari… 203381, 203382… di città in città: prendevo treni ed aerei velocissimi (perché non c’erano, nei sogni, le Ferrovie dello Stato né l’Alitalia), e sognavo e segnavo… e a Roma contai due grandi camere piene di gente che mangiava e dormiva, e mangiavano e dormivano i loro amici, e mangiavano e dormivano gli amici dei loro amici… e a Milano tutta la gente a spasso d’uomo… e a Bologna i musicanti in piazza Maggiore… e chi c’era nelle piccole province, nei piccoli paesi, nei rioni e sotto i ponti… e trascrissi, trascrissi tutte le identità d’Italia…
E poi svelto passai a tutte le identità d’Europa, dall’est povero all’ovest che si credeva ricco… 730.999.999, 731.000.000, 731.000.001…
E scorrevano le notti, e traversai gli oceani, e giunsi fino alle Americhe, in navestop sulle caravelle del Vespucci, che ancora castimava le fortune storiche di Colombo che, ma Indie di cosa, Cristo’?!? e contai il suo equipaggio…
E tornai, sulle righe del Milione, verso le terre dell’est… e scrivevo, scrivevo milioni di identità diverse, dagli occhi sempre più stretti, fino al punto più alto, nel Tibet… e poi nel medio Oriente tra le guerre di religione e di altre cose scure in barile… e poi giù, in groppa ad un antilope velocissimo, nella più nera delle Afriche, dove c’erano guerre meno interessanti, e gente talmente scura che compariva solo quando sorrideva…
Altre manciate di nomi le trovai negli igloo, che sarebbero dei trulli più freddi, unico riparo dai soffi del polo, dove fui trascinato in volo dalle renne di Santa Claus, quando lui fece fortuna in occidente e poté permettersi una motoslitta.
Tanti tratti e incroci di razze, che in tante notti fermai. 7.033.348.798. Li avevo contati tutti.
E m’addormii.
Fu strano, ma presto mi svegliai, perché mi comparse un faccione dentro un casco gigante che si chiamava Gagarin Jurij, e che non avevo ancora, in verità, catalogato.
M’invitò, ridendo di una risata cosmica: “Monta su, genio… ché non siamo a nulla! Davvero pensi d’aver ultimato l’album? E chi siamo noi umani, i soli abitanti di questo universo? Siamo solo i più presuntuosi…”
E mi portò in alto, a bordo del suo iperultrasonico Vostok1, lì da dove la terra era più bella, senza frontiere né confini, trai satelliti e sugli altri sette pianeti del sistema solare (Plutone è stato catalogato come pianeta nano, per chi storce il naso di saccenza pure di fronte ai sogni!), e poi più lontano, nelle orbite galattiche, tra nane rosse e giganti bianche, e dentro mille universi e verso miliardi di stelle per ogni universo, e biliardi di persone per ogni stella…. e ne scrissi i nomi, e ne segnai le identità.
Esausto m’abbandonai, perché tutto lo spazio siderale avevo contato, perché tutti erano sul mio enorme taccuino. 34.536.858.574.524.735.787.983.238.576.498.989.899 (trentaquattromila miliardi di biliardi di triliardi… sussidio alla lettura).
E m’addormii.
Mi svegliò il fragore di una risata baffuta.
– Piacere, Albert…- mi disse un uomo -Io scrissi d’una teoria che se hai bisogno di fartela spiegare allora non la puoi capire…-
E rise, rise ancora di una risata relativa. Solo mi disse che non potevo pensar di un’opera finita spostandomi solo in questo spazio siderale. E mi condusse a bordo della sua “Bianchina del Tempo” in altre cose che chiamerò posti. Ed in effetti era pur vero: non certo bastano le identità contate se sono solo quelle di questo rintocco.
E m’arrampicai allora alle radici dei miei ulivi, di querce e sequoie genealogiche vedendo nonno, nonna, le gesta dei miei avi… e al mio catalogo aggiunsi un signore fiorentino col naso aquilino e tutta la gente dei suoi gironi, due ometti goffi coi baffetti, Charlie ed Adolf, aggiunsi Miles e John, due che suonavano la tromba, Mozart Wolfgang Amadeus, Chopin, Schopenhauer, Friedrich Wilhelm, un altro filosofo tedesco col cognome a forma di codice fiscale, un pittore che chiamavano Pablo, fissato coi cubi, Cleopatra, George Washington, William Shakespeare, e Sigmund, uno maniaco dei sogni che voleva uccidere Marzullo, e tale Martin Luther che continuava a strillare “I have a dream” (e subito di nuovo ‘sto Sigmund a rompere i coglioni) e Federico Fellini, James Dean, Audrey, che m’offrì la colazione, tre di Manchester con delle chitarre, i mille di Garibaldi, che raccontavano barzellette su Renzo Bossi, Napoleone, che mi chiese “Ma ‘sti posteri, poi, che hanno sentenziato?”, il sosia di Osama Bin Laden, che non mi ricordo come si chiama, gli eserciti dei Romani, Attila, i popoli Greci, Socrate e i presocratici, che mal sopportavano questa dipendenza e vollero scritti i loro nomi per esteso, Assiri, Babilonesi, e Bereghesi, Banatù, Munclassen, Xananà, Tinnini ed Antienterprise, altri popoli dell’intespazio avantiCristo (A proposito: lui non si fece trovare manco ‘sta volta!), il sig.Rossi, Rossana Alberti, Jacques Bordeaux, Elmut Lang, Ivan Petrov, Yoseph Ismael, Abdul Assan, Kim jun-wo, Evaristo de las Casas.
135.998.785.983.429.598.698.269.862.983.897.678.648.699.768.975.489.768.976.894.509.896. 897.328.934.686.874.386.778.689.743.986.026.034.949.986.897.687.498.896.769.440.405.096
(centotrentacinquemila miliardi di biliardi di triliardi di quadriliardi di quadriliardi…)
Avevo contato tutte le identità di tutti i luoghi e di tutti i tempi.
E m’addormii.
Avevo finito…
credevo…
-Salve, son Luigi-
Mi svegliai ancora, riconoscendo un uomo già registrato in sulla metà.
Continuò: -Io son padre di questo teatro, pensi al disegno com’ultimato? Folle tu sei, ma limitato-
Risposi: -Perdonerà il mio estro maldestro: lei mi conduca, caro maestro-
E per vero così fu al che, arricciando un sorriso, questo mi disse, qui per inciso:
-Davvero no, non si può credere che per ogni esistito ci sia un’identità sola: siam uno, nessuno e centomila. E per ogni identità d’ogni spazio ed ogni tempo ve n’è una per ogni istante vissuto, una per ogni persona incontrata.
Siamo moltitudini.
Infiniti punti d’infinito spazio d’infinito tempo, che si fondono in ognuno. Perfetta armonia di imperfezioni senza numero.
Dormi, dormi… e non metterti a contare, ché ognuno già conta, se ogni parte di sé impara ad amare-
La bimba bomba
C’era una bimba
vestita da bomba
dieci anni un corpo
e pochi secondi.
Correva forte
la bimba bomba
lunghi capelli
ora di punta.
Gente tra gente
la bimba bomba
finché brandelli si ritrovò.
La bimba bomba
era un gioco d’adulti
che mai le regole io capirò.
Beati voi
Beati voi, che avete ‘sì tante certezze
Beati voi che je suis, tu es, il est, nous sommes, vous êtes, ils sont Charlie
Beati voi che – piacere, Charlie –
Beati voi che – ma tu guarda, alle volte, le coincidenze, ciarlo anch’io –
Beati voi che je suis Charlie anche il figlio appena nato (e a quindici anni già plagiato)
Beati voi che Charlie Brown che piange
Beati voi che pure il flash mob tutt’insieme
Beati voi che i cugini d’oltralpe
Beati voi che prima i cugini poi (casomai) i vicini
Beati voi miopi corretti che tutto v’indigna da lontano
Beati voi presbiopi corrotti che vicino non c’è nulla da vedere
Beati voi che condanno fermamente la matrice del gesto!
Beati voi che sapete a cosacomequando ricondurre il funesto
Beati voi che giocate a risiko con la geopolitica
Beati voi che ricostruite doviziosa la dinamica
Beati voi che avete d’ogni la soluzione
Beati voi che la libertà d’opinione
Beati voi che la libertà d’informazione
Beati voi che la libertà di stampa
Beati voi che la libertà vi stanca
Beati voi popolo di santi, poeti online e internettiani naviganti
Beati voi mò anche popolo di disegnatori
Beati voi che se avete finito i fiori nei vostri cannoni mettete grafite
Beati voi che temperate matite
Beati voi che stemperate coscienze sopite
Beati voi oggi tutti umili lavoratori della vignetta del Signore
Beati voi che conviene distruggere la loro razza
Beati voi che altrimenti qui laggente s’ammazza!
Beati voi che chiudiamo i confini!
Beati voi al saper così inclini
Beati voi che e perché i cristiani no?
Beati voi che l’India e i marò
Beati voi che almeno prima si facevano esplodere, questi
Beati voi che prima erano indiscutibilmente più onesti
Beati voi, Sherlock Holmes, che però ‘sta carta d’identità che ci sta a fare?
Beati voi che qui più d’una gatta ci cova, Watson, è elementare
Beati voi che il poliziotto era musulmano però
Beati voi che… avranno sbagliato mira, e vabbuo’
Beati voi che l’undici settembre tutto è cambiato
Beati voi che era un complotto di Stato
Beati voi che l’America gli vende le armi, poi si offendono e si sparano, come accertato
Beati voi che Bin Laden Obama
Beati voi che Barack Osama
Beati voi che visto che già all’anagrafe era chiara la trama!?!
Beati voi che l’America… o s’odia Osama
Beati voi che il problema non è la razza ma la specie (specie quella razza)
Beati voi che ad ognuno le proprie confessioni
Beati voi che apriamo i confini ma chiudiamo i portoni
Beati voi che io l’avevo detto che la soluzione è l’ammore
Beati voi che tutti sul carro, anche funebre, del vincitore
Beati voi che si piange il morto più visto, Cristo!
Beati voi che piangete i morti loro con rispetto
Beati voi che i morti vostri, vi direi. Ma ometto.
Il coccodrillo come fa?
Tre Due Uno… ed ecco il solito inseguirsi dei famigerati video-coccodrillo di commiato all’ultimo artista passato a miglior vita perché così fan (si noti la valenza polisemantica e al 50% anglofona) tutti. Che Rip, più che per acronimo di “Rest in peace”, sembrerebbe stare per “Ripetere” appuntato.
Perché poi “va’ e insegna agli angeli a suonare la chitarra e/o il piffero e/o il clarinetto…”
Cinque Quattro Tre Due Uno (il conto alla rovescia è appena un po’ più lungo)… ed ecco pronti i pe-santi inquisitori a smascherare l’ipocrisia della famelica abitudine combattendola con altrettanto cospicua dose della propria (quand’anche non fossero pronti al copia-incolla dell’eperchennòggiggidalessio, che ormai passerà più tempo con le mani strette sui suoi attributi partenopei che sulle grazie plastificate della giovane compagna).
Così, la solita scolastica acredine antipopulista trasforma ogni cosa nello sconfortante confronto tra guelfi e ghibellini, guardie e ladri, Mazzola e Rivera, ipocrisia e ipocrisia.
Una sorta di anatocismo delle ipocrisie che mi pare abbiano tonalità diverse ma la medesima matrice: provare la propria presenza, che è cosa ben diversa dal manifestare la propria essenza.
Esserci, che è cosa ben diversa dall’Essere (né probabilmente ciò che scrivo è scevro da tale sentimento!). Null’altro che, banalmente, partecipare, in fondo. Tutto nello stesso calderone. Mescolato secondo dosi ormai mandate a mente.
E se ognuno vivesse la morte come crede, quando può permetterselo, giacché deve farlo come può, quando non ti lascia margine di scelta?
Ci sono morti che arrivano, ti schiaffeggiano, ti sconvolgono, ti devastano. Avresti diritto al silenzio del dolore, se non fossi troppo impegnato a prendertela con la vita puttana, col dio che ha deciso a capocchia.
Sono le morti private, quelle vissute al buio della propria solitudine; quelle che ogni tanto devi far finta di dimenticare, ma che ti s’apprenderanno dentro, sostanze nocive pronte ad avvelenarti appena resterai di nuovo da solo con loro.
Poi ci sono morti sentite per strada, che arrivano inattese, e che forse non sarebbero così dentro di te da concederti il diritto di piangerle, ma nelle quali si ritrova un senso d’ingiustizia immanente tale da rendere quasi condivisibili delle quote di quel dolore: di quando un ragazzo buono lascia la sua famiglia dopo qualche spicciolo di vita perché così ha voluto scherzarlo il tempo, appena dopo che lui aveva provato ad usarlo per dare un sorriso e un domani ai suoi bimbi.
Sono le morti private che diventano pubbliche: si solleva quella pietas popolare che vorrebbe sollevare chi quel diritto al pianto ce l’ha, e ce l’avrà anche quando noialtri ce ne saremo dimenticati, che vorrebbe sostenere le loro membra senza più vigore, i loro volti senza più espressione. Che vorrebbe partecipare, nel senso più pieno ‘sta volta, ma probabilmente può solo, e ancora, limitarsi ad esserci, facendo attenzione, se si può, a non pestare il limite sottile tra sostegno ed invadenza, gentilezza e violenza.
E poi ci sono morti pubbliche, che arrivano e ti paiono strane, semplicemente.
Non hai diritto al dolore, alle lacrime. Solo al ricordo, che però è tuo e di nessun altro. Perché ad alcune persone è stato concesso di lasciar qualcosa a chi vuol prenderla senza imprigionare la propria volontà in un testamento olografo, e perché questa eredità si può prenderla senza sottrarla ad altri.
L’espressione del genio di alcuni di loro è divenuta patrimonio del nostro vissuto, rendendo riconoscibile chi non si è mai conosciuto. E facendo calare lieve il miracolo della malinconia, per non poter più toccare una persona che non abbiamo mai toccato.
Sono le morti pubbliche che diventano private, perché, quando passava per radio “Resta cu mme”, io ricordo esattamente dov’ero, e perché credo fosse nel mio primo concerto dal vivo che ho sentito “Quanno chiove”.
Pino Daniele era un grande musicista. E cantava la singolarità di Napoli come potesse essere quella di ogni vicolo del mondo. Un posto tanto privato quanto pubblico, come la morte.
E questo basta per volerlo ricordare. O per non farlo.
L’ archivista
Mack Smith sotto la Treccani. Boccaccio dopo Petrarca.
L’odore è quello inconfondibile del sapere ingiallito dal tempo.
Affiancare copertine e pagine imbevute d’inchiostro, spostare la polvere e mettere storie in fila.
Tra enciclopedie e classici fare i conti con la propria umana finitezza che, ahimè, rende quasi solo un esercizio estetico sistemare la ricca libreria di famiglia. Salvo poche chicche di cultura da ingurgitare nei ritagli.
Platone, Catullo. Porgo quella mensola ai classici, quello spazio alle biografie.
Vespa? Sarà stato un regalo…
Freno spropositi d’ego che mi suggerirebbero di destinare un cassetto alla mia produzione e lo riempio con qualche fortunato dell’economica Feltrinelli. Camilleri vicino a Goethe mi sembra esagerato. E che ci fa Nietszche trai contemporanei? Già… scusa Friedrich…
Qui ci va della narrativa. Qui i mattoni di diritto. Qui rovescio quello che avanza dei saggi.
Ci vorrebbe un buon archivista…
Mio padre diceva che non era il marito di sua sorella, mio zio, sospinto dall’orgoglio di un’amicizia che aveva attraversato più anni del suo vincolo parentale.
Mio zio era un’anima gentile, prigioniera della sua onestà, che rovistava tra le sue carte e le altre cose in sospeso cercando di darne un ordine. Ogni tanto s’imbatteva in qualche vinile di musica buona.
Il mio egoismo puro ne avverte spesso la mancanza, perché mi dava sempre ragione, come del resto facciamo quasi tutti con tutti, quando esponiamo opinioni in reciproca compresenza. Lui però capiva quello di cui si parlava, ci andava dentro, sotto, toglieva la polvere, coglieva il senso.
Non so come funzionasse quel suo meccanismo fuori moda, ma a lui non interessava sentire: lui voleva ascoltare. Quasi una vocazione, nel limite sottile dell’essere interessato alle vite tutt’intorno alla sua vita, senza volerle disturbare. Attenzioni d’altro tempo.
Il tempo è andato via quando doveva essercene di più. Per sistemare, rilegare. Pagine, pensieri, sentimenti feriti.
E pensa te, dio o chi è che cazzo c’è, cosa invece se ne faranno di tutto ‘sto tempo concesso tutte queste persone che corrono, non dicono ma poi sparlano, gridano senza aver cura delle parole, pur di non ascoltare, di non ascoltarsi. E quanto tempo per le loro tracce, per la loro musica di bassa lega.
Sì, lo so che è un discorso stupido… lo so che mica si decide così, quanti giorni meritiamo…
Sì, lo so… lo so che ho ragione ma… ma che, lascia perdere… e lo so che potrei, me l’hai detto un giorno in un caffè… lo so che non mi manca niente per… non mi manca niente. O qualcosa sì.