Archivio dell'autore: michele fiore

L’ipocondriaco

Ha dolori intercostali
da malati terminali.
Son nefaste forze astrali,
quali mali stagionali!?!

Basta d’un fastidio a un arto
per sudar come pre-parto:
senza dubbio e alcuno scarto
qui si tratta d’un infarto.

Se la testa gli fa male
questo è ictus cerebrale.
C’è chi scende e c’è chi sale,
lui tracolla verticale.

Il nervoso per la gente
che serena pensa a niente
poi gli blocca immantinente
l’apparato digerente.

Se s’immerge ovunque sia
sopraggiunge l’embolia.
-Son pensieri o malattia?-
Si chiedeva la sua zia.

Soffre il caldo e la cistite.
Soffre il freddo e la borsite.
Già se il clima non è mite
si risveglia la rinite.

Se ci son pazienti ansiosi
paga spesso prezzi esosi:
si presentano trombosi
anche solo per osmosi.

Se respira un po’ d’affanno
sarà lo peggio malanno.
E peggiora di anno in anno:
c’è la beffa, oltre che il danno.

Anche solamente un crampo
a lui lascia niuno scampo:
degenerativo il campo,
amiotrofico lo stampo.

GammaGT,  piscio a colori,
quali che siano i valori,
è con quelli che poi muori,
aldilà di quanto sfori.

Tratta donne con i guanti.
Avrà modi assai galanti?
No, ma teme per esubero d’amanti
malattie sessuali invalidanti.

Parla idioma assai forbito,
informato da ogni sito.
Il suo amico favorito
fa chiamarsi Fazzi Vito.

Strillerebbe a fiato rotto,
se potesse usare un motto:
“Se ti stai cagando sotto,
chiama, orsù, il Centodiciotto!”

In realtà non c’è un difetto.
Morrà solo per diletto,
per potervi dire schietto:
“Ve lo avevo pure detto!”


Baci e abbracci (tecniche)

Nella mia vita di essere umano
ho dato anche dei baci
So che sembra impossibile
per uno come me,
ma è stato così
Hai presente di quelle cose che ci si schiacciano le labbra
e che poi se sei più bravo ci si scivola sopra inumiditi. Quelli
Uno dei due occhi a volte,
confesso,
l’ho tenuto chiuso per finta
Io conobbi nella mia vita diversi abbracci anche
Uno talmente grosso
che potevo solo abbracciargli un braccio
Uno talmente magro che,
ad abbracciarlo,
con me ci facevo tre giri ed un nodo
Per questo le cose non andavano,
tra me e questi abbracci
Mi ricordo che volevo,
che cercavo
l’abbraccio che fosse perfetto
Forse perché ero giovane
e non sapevo che era pericoloso volere cercare le cose perfette
O forse perché mi piaceva la geometria
Cioè perfetto è che le mani dell’abbraccio finiscono al centro
dove ci sono le vertebre,
una sulla schiena ed una sulla nuca,
quella sulla schiena a spingere un po’,
quella sulla nuca a stringere appena,
soprattutto col pollice opponibile,
che per quello ci è stato dato
dal dio dei pollici,
per carezzare le nuche
E poi, quando è esattamente così,
devi abbassare poco la testa
tra il suo collo e la sua spalla sinistra
ed appoggiare la bocca socchiusa sopra quell’incavo
Vi accorgerete di poter stare ore e ore e ore così.
Pur’io stetti
O forse no,
ma non vi voglio più raccontare
Poi a volte ho fatto pure cose più sporche
Che a volte è sporco se non le fai,
ma dipende
Ma non posso parlarvene qui
Anche mi è successo che mi hanno toccato il culo su un autobus
Ma mai nessuno mi ha fatto piedino sotto un tavolo
Deduco che ormai viviamo in maniera troppo sfrontata
O di non avere dei bei calzini.


Insetti

Logoro di devozioni malandate mi risveglio
Viso stropicciato dalle notti

Ridesto nella luce che inusuale pace affiora
piano inseguo, con lo sguardo e poi coi passi,
libellule sopra meno scivolosi prati

Sulle punte leggere ascolto vento
talento presunto
presuntuoso vanto

Svestendo i modi delle mie rigidità,
scivolo bussando porte aperte ai più

Sulla soglia resto a sbirciare dentro

Scrupoloso addomestico pugni di mosche


Metereofagia

Certo che è incredibile ’sto caldo a novembre – C’è qualcosa di innaturale… sarà l’effetto serra, la deriva dei continenti, lo scioglimento dei ghiacciai, il buco dell’ozono (o era dell’azoto?) – Quest’estate sembra non finire mai – Oddio, è arrivato il freddo –  Che fastidio st’umido intrallosse – Lo scirocco proprio non lo sopporto – Questa pioggia non la smette più – Sarà l’inverno più freddo degli ultimi cent’anni – Non ci sono più le mezze stagioni…
La dovete finire!!!
Basta, cari orfani del Bernacca. Basta, aborti del Giuliacci. Basta, brutti figli di colonnelli dell’aeronautica in baby pensionamento.
E concedetela una soluzione di continuità al monotema!
Smettetela di affogare qualsiasi forma di frustrazione nel meteo!
Ricominciate con l’alcool, se proprio non riuscite a sostenerla.
Vi spiego, ossequioso al nesso causale: la ragazza che vi ha lasciato in compagnia di due corna della stessa altezza di due trampoli del circo Togni scappando col domatore di elefanti, non tornerà se dovesse spiovere.
Il datore di lavoro che ha stracciato il vostro curriculum vitae ennesimo e cestinato lo stesso in pdf per rendere univoco l’intento non si farà risentire se solo tornerà a far capolino il sole, né il concorso pubblico truccato che avete appena sostenuto darà esiti diversi se il clima si sveglierà più mite.
L’umidità non è causa della vostra ritenzione idrica (che già è positivo che qualcosa riteniate), se siete alla soglia del quintale.
E, non ditelo ad alcuno, la vostra gastrite non svanirà d’incanto solo perché la pressione atmosferica si abbasserà di 5 millibar.
Insomma, cari meteorofagi, il problema non è l’agente esogeno contro cui scagliate fulmini e saette.
È tutto, sempre, ancora, dentro. Eruzioni cutanee, terremoti intestinali: sono i nostri fattori endogeni che ci fottono.
Bisogna proporre dei correttivi con urgenza; per onestà intellettuale, se non altro.
Anzitutto bisogna bandire l’estetizzazione meteorologica. Basta col bello o brutto tempo.
Aboliamone il concetto migrato. Quand’è che è bello? Chi decide? C’è una giuria? Esperti? Truccatori? Estetisti? Visagisti? Hair stylist?
E soprattutto… quand’è che è brutto?
Prendetelo quel sole tiepido che c’è solo al mattino, e rubatelo a chi tesse le reti appena ritirate sotto l’odore di un caffè.
Consegnate le vostre tensioni plantari all’erba fresca che s’asciuga.
E sul far del buio giocate con la nebbia, che come rugiada notturna si posa sugli ululati delle nostre solitudini animali.
Godete dei silenzi, quando la stagione muta.
Confidate i vostri tumulti alle onde più gonfie, quando cresce la violenza del libeccio.
E poi mettetecelo insieme, lo smeraldo di quando quei cumuli grigi si tuffano nel mare, alla maestria con cui Erri De Luca racconta le parole.
E magari, tornando a casa, sotto la luna calante, lei… no. Lei non sarà tornata, perché quella grandissima stronza figlia di arrampicatrice sociale se n’è andata in Australia con lui, il domatore, perché non sopporta il freddo… e quel lavoro maledetto sarà sempre del figlio mentecatto del rettore e di quella gran passeggiatrice della madre… ed il malox sarà sempre lì, sopra il comodino, tra la foto di lei in spiaggia ed una copia stampata male dell’ultimo curriculum.
Però almeno, adesso, potete liberamente e violentemente prendervela con chi merita, senza aspettare le previsioni.


Appunti di desiderio

Ebbra l’attesa si scioglie in fragranze di vaniglia e tè bianco,
occhi impazienti assaggiano le meraviglie dei propri possessi;
osmosi di sensi tremanti.

In perfette aderenze si mescolano ventri concave e voglie convesse,
lente carezze scorrono armonie musicali di corpi flessuosi;
vicinanze ermetiche.

Denti stridenti strappano gli ultimi lembi di stoffa gelosi,
morsi violenti straziano labbra irrorate di purpurea rosa;
dondolii tellurici.

Mani ingorde si scaldano al crepitio dei piccoli seni golosi,
docili piedi si sfiorano complici cercandosi in angoli nuovi;
brandelli di lussuria.

Il brivido di un fiato nel sudore chiede strada lungo la schiena,
bocche ansimanti trattengono pudiche sospiri clandestini;
dissonanze retroattive di ipertrofici tarli.

Rivoli di piacere umidi attraversano i sinuosi sussulti di cosce tornite,
sazia la pelle si posa sfiorandosi ancora;
voluttà sconfitte.

Una lacrima riga di sale i volti d’amanti.

 


L’ansia (filastrocca simpatica in rima baciata. fino a un certo punto)

Seggo al circolo del vizio d’un ospizio un po’ fittizio.
L’esercizio di ‘sto tizio ripercorro dall’inizio:

“L’ansia è un coso ansioso.
Di cui dir non so.
È un rotondo afoso.
Di cui dir non oso.
Anzi,oso.
Io per esempio l’ansia
ce l’ho quando devo fare cose.
Io per esempio l’ansia
ce l’ho quando faccio cose.
Io per esempio l’ansia
ce l’ho quando faccio nulla.
Solo non ce l’ho quando faccio nulla dopo aver fatto cose.
Ma è un momento.
Piccolo assai.
Che in quel momento si dovrebbero far tante cose belle.
Che se penso a quante farne entrare in un posto così piccolo mi viene l’ansia”.


Ho sempre molte difficoltà a concepire un titolo

Cioè, parliamoci chiaro (che pensandoci nessuno mai ha scritto il primo articolo di un blog iniziando da un cioè… che fa tanto anni ’80, tra l’altro… ma già sto divagando… e sto usando troppi puntini, e parentesi assai)… Parliamoci chiaro, dicevo… cioè io parlo, voi leggete, qualora lo vogliate e, al limite, commentate (e già mi rinfranca questa diminutio democratica: troppi equivoci ha prodotto ‘sto concetto di libertà d’opinione).
Insomma, torno a dire… vent’anni fa, quando ero sicuro di poter guadagnare un pozzo di sporco danaro con superbe prestazioni calcistiche non ci avrei mica pensato, di pensare a scrivere in rete da parvenu della parola; dieci anni fa, quando ero giovane (che proprio giovane non credo di esserlo mai stato) e bello (e già qui mi sento di sbilanciarmi maggiormente), mica avevo pensato al bisogno di affidare il divenire della mia vanità ad un blog. Ma le cose cambiano, le cose divengono, perfino il mio misoneismo.
Che poi che cosacazzo… è tutta questione d’insicurezza malcelata: sto qui, scrivo di mio, offro quote della mia indolenza senza corrispettivo se non la quiete di un momento, eppur sento il bisogno di giustificarmi… lo faccio per questo, lo faccio per quello, è colpa anche vostra…
Che onestamente un po’ è anche vero, certo: in questi anni di interazioni eteree gli attestati di stima per la mia supposta (o supponente?) grazia stilistica si sono inseguiti, ed io facevo finta di rifuggirli cercandone astutamente degli altri come una ragazzetta adolescente al primo ciclo mestruale (che secondo me ce l’ho anch’io, e più lungo). I fidbec positivi di amici, conoscenti, passanti si sono rincorsi con una certa continuità, ancora piacevole. Poi però c’è chi ha azzardato i primi suggerimenti: scrivi a qualcuno… non puoi fare sempre tutto aggratis… provaci… sai le case editrici… raccogli materiale (e che lavoro in una cava?)… invia… sii costante… sii partecipativo…
Ed il significante “suggerimenti amichevoli” ha assunto presto presso il mio stomaco il significato di “pressioni insostenibili”: mi sentivo un po’ come quei quattro cinque panda rimasti nelle grinfie del wwf che, vicini all’estinzione, vengono guardati da occhi di animalisti famelici che intonano “vai che ce la fai vai che ce la fai” tifando per il concepimento. Pensa che ansia da prestazione (secondo me le macchie nere intorno agli occhi, prima, non ce le avevano. E nemmeno io).
A  ognuno i suoi tempi, quindi; e se i miei sono geologici (che poi, sul tempo, ho detto e pure qui dirovvi) pace, amen, alleluja (alleluja un po’ meno).
Alla fine arrivò un altro inizio. Io persevererò nell’utilizzo abusivo dell’idioma italico, o di quel che ne resta, e voi continuerete a dirmi che sono bravo, meno bravo, pessimo, o a cercare l’agognato errore d’accentazione (che è sport molto in voga individuare l’errore d’accentazione in chi scrive e che così, al contempo, si sopravvaluta).
Ciò che ancora mi crea imbarazzi è questa tastiera: non imparerò mai ad utilizzare altre dita che i due indici perché, sappiatelo se non lo sapete, fosse per me avrei continuato con la penna, ma ci ho provato e rigo lo schermo… In alternativa potrei scannerizzare le mie carte inchiostrate e pubblicarne il file, ma ho difficoltà anche con lo scanner perché questi attrezzi demoniaci ed ormai semoventi individuano con facilità sbalorditiva se l’umano nelle vicinanze appartiene alla disadattata specie (peggio dei panda) dei tecnolesi.
Capisco che sia contorto… però… dai: chi è senza psicosi scagli il primo aggregato naturale di minerali!


uorch in regress

Nacque. È anche colpa vostra.
Prossimamente su questi scherni:
https://michelefiore.me/
i
l blog che mi farà diventare ricco e migliorerà il mondo.