Archivio dell'autore: michele fiore

Questione di quorum?

Domenica, 17 aprile.
A me no. Non stupisce che Renzi Matteo da Firenze, città d’arte messa un po’ da parte, delegittimi lo strumento referendario, perché la sua stessa modalità elettiva è delegittimante la democrazia. Trovo sia, semplicemente, coerente con la sua nomina.
A me no. Non stupisce che Napolitano Giorgio da Napoli non condanni l’astensionismo, perché il suo stesso operato non ha condannato l’astensione quando si è guardato bene dal rinviare disegni di legge opinabili alle camere (art.74 cost.) perché tanto poi, in caso di nuova approvazione, avrebbe dovuto comunque promulgarli. Perché, garantire, in fondo, perché.
Trovo sia, semplicemente, coerente col suo mandato, doppio. Ed evito apostrofi.
A me non stupisce che un giornalaio rai, tale Greco Gerardo da dove volete voi per non far torto ai concittadini, nell’offrire un pubblico servizio “canonizzato”, dica che, a parte quei pochi che si sta ad occupare lembi di territorio affacciati sul mare, il resto se ne debba sbattere i coglioni di quello che sbatte sulle nostre coste (a noi pugliesi per esempio se crolla la cappella Sistina ce ne sbattiamo la nostra…).
Trovo sia, semplicemente, coerente col ruolo di una televisione di (questo) stato.
A me no. Non stupisce che il referendum abrogativo sia così diseconomicamente abusato, perché rappresenta l’unico strumento di democrazia diretta o indiretta con cui ci si possa ancora convincere di avere un piccolissimo potere decisionale.
Trovo sia, semplicemente, coerente col disegno governativo che ci cancella.
Quello che abbiamo tra le mani è, e resterà, democraticamente, quasi niente. Non sono così sicuro che l’infinitesimale potere concessoci valga la pena esercitarlo. Né so se sbarrando due paroline non se ne trovino presto delle altre per aggirare nuovi ostacoli, debordanti onde frenate da qualche alito contrario. Badando bene di non farcene notizia, ‘sta volta.
Ma quando io sto male, per provare a ritrovare qualche pezzo, me ne vado al mare, da solo, e lui mi fa stare meglio. E questo Sì, piccolo, parziale e un po’ farlocco, credo di doverglielo.

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Il 10 m’arzo

Stamattina, armato dei crismi della pazienza che mi si rimprovera da più sponde di non avere, mi dirigo verso lo studio del mio medico per la prescrizione di alcuni esami clinici causa qualche fastidioso contrattempo fisico.
Il meglio delle cose, bisogna prendere. Parcheggio senza fretta, entro, saluto compassato, mi fornisco del bigliettino col numero progressivo.
Consapevole che la solita fila avrebbe reso meriggio il mattino appena lasciato fuori dalla porta a vetri della sala d’aspetto, aspetto.
Non mi faccio abbindolare dai “Chi”-“Oggi”-“Cronaca vera” e dagli altri settimanali rigorosamente luglio 1987 distrattamente abbandonati sul solito tavolino quadrato, che Simona Ventura era ancora poco plastificata, le tette di Sabrina Salerno urlavano boysboysboys e addirittura Donatella Versace poteva parlare senza che le partissero a fionda entrambi gli zigomi.
Preferisco osservare le vecchine bisognose di brandelli di gentilezze e qualche personaggio bizzarro ingordo d’attenzioni.
Il meglio dalle cose, bisogna prendere. E dio solo sa quanto la lunga attesa dal medicodellamutua sia sempre emulsione risolutiva per i grovigli che riempiono i nostri sgabuzzini interiori, manna per i perché che li abitano. Basta dirigere il proprio padiglione auricolare verso il vicino d’attesa più prossimo. Senza che, il padiglione, una volta che le orbite oculari abbiano anch’esse incrociato quelle fameliche del vicino medesimo, abbia più margine di scelta.
Oggi, il paziente al numero 17 è riuscito a metter dentro al medesimo j’accuse:
a) Gli informatori scientifici che non si capisce perché non si dedichi un giorno a loro
b) Il monopolio delle case farmaceutiche che è strano che prescrivano sempre gli stessi medicinali per le stesse cose
c) Il sistema sanitario locale e la mattina che te la giochi
d) I mass media che se ne sentono di ogni e ci siamo pure stancati
e) La vigilessa aggredita al paese perché ce lo suggeriscono le televisioni
f) Il fenomeno del randagismo che comunque can che abbaia a volte morde
g) L’emarginazione dei diversamente abili che invece all’estero scrivono e fanno cose vedendo anche gente
h) il lavoro che non è vero che non c’è
i) Noi italiani che non siamo contenti non con una(!) non con due(!) non con tre(!) case (perché laggente c’hanno tre case!)
l) Gli immigrati che noi ci crediamo vengano da paesi poveri ma non sempre sono così poveri come le favelas
m) I politici che i soldi non si sa dove finiscono ma se li dividono e almeno questo si sa
n) Le cose che però stanno così un po’ ovunque
Trovando, per ciascuno dei compartimenti, magicamente cumulati, la stessa, lapalissiana, matrice risolutiva. Ché tutto è chiaro, al 17.
Io ero il numero 16. Al mio turno ero guarito.

 


Histoire d’un étranger à Lausanne” (stralcio)


Caro Fabrice,
dovevo andare.
È difficile, ma dovevo andare.
Il mio paese è malato.
Ci s’infila al pranzo domenicale pronti a riservare coltelli ai commensali.
Il mio paese è malato.
Si accetta la verità più comoda pur di non affrontare la responsabilità del dubbio.
Il mio paese è malato.
Si indossa il vestito migliore e non ci sono figli né mogli che siamo in grado di rispettare sotto il nostro sorriso di circostanza,
e non ci sono madri né dolori che siamo in grado di rispettare sotto il nostro pianto di circostanza.
Come quando mischi indeciso sopra un piattino di plastica tre o quattro colori a tempera e ti esce quell’incrocio cacchinaverdinomarroncinosenape, che poi puoi infilarci qualsiasi colore azzurrissimogiallissimoverdissimo ma che ormai non cambia più. Solo fagocita sfumature e le rassomiglia a sé. È così, il mio paese.

Portato in scena da Beatrice Pezzuto, con Michael Alexanian


Una giornata da dimenticare

Oggi è il giorno della… ehm… ccheccazz… il giorno… ehm…
Eppure è strano davvero che non me ne ricordi… io, persona dai principi saldi ma mai scontati.
I saldi! Ecco! È la giornata dei saldi: ultimi ribassi.
Mi metto in macchina e vago circospetto alla ricerca del prezzo pazzo (c’è crisi).
Faccio colazione con tè al limone e una brioche vuota (c’è crisi).
Quando ormai hanno portato via anche le commesse in cerca di arrotondare, giro compulsivo per negozi cercando solo megasconti dal 70% in su (c’è crisi).
Trovo e divento un parka verde, tra milioni di parka verde. Ce lo hanno tutti, per parkondicio.
Riprendo la macchina e cambio zona: direzione centro commerciale X. Parcheggi deserti. Che il Sahara a confronto sembra Copacabana (c’è crisi). 10, 100, 1000 parcheggi vuoti. Vuoti.
E che cazzo mi indichi come fare ad entrare in uno dei mille parcheggi vuoti tu, venditore di colore oggi anche parcheggiatore abusivamente subentrato al parcheggiatore abusivo di ruolo, se sono tutti vuoti?
Con abile manovra parcheggio al limite tra spina di pesce e cazzo di cane cercando di accaparrarmi più posti possibile per dare un segnale di presenza contro la crisi (c’è crisi, sì).
Tiro il freno a mano, spengo l’autoradio mentre dentro c’erano Tony Hadley e gli Spandau Ballet (c’è crisi). Esco. Chiudo lo sportello. Aziono il bip dell’antifurto.
Ho il viso smunto, la barba diventata di tre giorni in uno (c’è crisi), il parka verde, un jeans da gggiovane un po’ stracciato dalle parti delle rotule, una borsa a tracolla home made (che praticamente l’ha fatta mia nonna ma così fa più figo), un sigaro mozzato tra le dita lasciate scoperte dai guanti senza dita (c’è crisi).
Il parcheggiatore abusivo che mi aveva aiutato a districarmi nella complicata scelta da eccedenza del parcheggio più opportuno mi aspetta. Io mi invento uno sguardo da duro pronto a cedere i 50 centesimi preparati rigorosamente in pezzi di rame insieme al solito: -To’… occhio alla macchina-
Lui mi guarda. Io lo guardo. Fa un passo verso di me. Io un passo verso di lui. Mi riguarda. Lo riguardo. Scruta da capo a piede la mia mise non troppo lussuosa e, senza pretendere né mano protendere, mi concede esenzione: – Vai, amigo-
Cioè. Vabbe’.
Rimetto gli spicci in tasca. Qualcuno cade senza far più rumore del mio risentimento. Rimetto in macchina le mie natiche parimenti irritate. Piove: non sia mai che stingano, il mio parka verde o ‘sto stronzo.
Ah… ecco… ecco cos’è! Oggi è il giorno della memoria… la shoah… Schindler’s list… l’olocausto… La vita è bella… gli ebrei. Sì, sì… per gli ebrei d’accordo… ma ‘sti cazzo di negri!?!


Costumanze

Sono l’Infuso che colora l’acqua bollente.
Il puntiglio dei miei programmi sterili.
Sono le note che sfoglio.
I rumori mentre gli altri dormono.
I dolori che affiorano intorno.
Sono l’ora che leggo sotto l’ultima chiamata.
La luce che accesa sopravvive al mio sonno.

Sono l’odio per le abitudini di cui ho bisogno.


 
 
 

A Natale siamo tutti più buoni

Natale.
Ci si scambia un pensiero, un regalo, un saluto, un sorriso.

Perché oggi è Natale.
E a Natale siamo tutti più buoni!
Tutti più buoni.
Più buoni.
Più buoni di chi? Di cosa? Di quando?
Questa storia che a Natale siamo tutti più buoni mi fa girare davvero le palle.

Io non sono più buono: sono lo stesso fetente che vive di vanità e mendica attenzioni.
Sono lo stesso presuntuoso che non impara a far star bene la gente.
Sono lo stesso stronzo che non sopporta il bene degli altri se ne va del proprio, e non sopporta il proprio bene se non ne vede il riflesso in quello degli altri.
Sono lo stesso perfezionista a cui non va mai bene niente. O forse nulla.
Il solito rigido idealista che non accetta carezze da mani sporche.
Sono lo stesso che non impara mai dai propri errori.
Sono lo stesso che sprofonda, annaspa, riemerge giusto per gridare rabbia.
Il solito spigoloso umorale sempre uguale a se stesso, pronto ad uccidere coi toni sbagliati i residui sani dei propri intenti.
Sono lo stesso abietto in grado di esecrare, odiare, detestare. A Natale, come tutti gli altri giorni.
E se volete l’augurio è solo questo, e forse no, che vi so fare:
che sappiate vestire di luci e ricordi un albero senza reciderne le radici, di fronte al mare un giorno di giugno, e poi portarci vostro figlio per dirgli che quel che si può fare non è per forza quel che gli altri fanno.



Volo d’airone (decasillabo)

Infima mossa è il giudicare,
del dubbio ei possa beneficiare.
Sono opinioni tutti i giudizi,
ciò che asseriamo soltanto indizi.
 
Dal treno in corsa punti di vista:
si porga un freno, al macchinista.
Sia relativa ogni invettiva:
cambi sovente la prospettiva!
 
Certo, all’assunto, qualcuno sfugge,
e, questo è il punto, ciò non mi strugge:
tu, sopra mari, volo d’airone,
anche da un drone resti un coglione.

Le parole che non v’ho detto

Lo so… sono un uomo col pudore dei sentimenti, dispensatore sin troppo avaro di quanto abita il mio stomaco, compositore sin troppo attento alla sacertà delle parole:
per me è sempre stato più difficile che per altri profondere quel “grazie” che troppe volte rimase prigioniero trai gorgoglii del mio orgoglio.
Ma oggi, questa mattina che forgia di speranze i nostri uichend, non mi piegherò alle sovrastrutture avverse della mia intelligenza emotiva, non ai freni inibitori della mia timidezza…
E dirò grazie.
Grazie a te, nerboruto operaio dell’acquedotto pugliese venuto a riparare il guasto all’impianto citofonando, sine (che bada, lettore, non è affermazione dialettale bensì negazione avverbiale latina) esitazione alcuna, a casa mia alle ore 6.25, appena 12 primi, 23 secondi, 234 millesimi dopo che finalmente ero caduto esausto, in overdose da melatonina&filtrofiorebonomelli, tra le braccia del mio Morfeo psicotico, che da mesi di lunghe notti, ormai disilluso, gioca con me a poker on line…
E grazie al tuo imberbe amico/discepolo, che, voglioso di rubare il segreto ennesimo del tuo mestiere, mosso da garbo e cortesia fuori dal tempo, mi ha chiesto, col tatto incantevole di un Hippopotamus amphibius della Tanzania, di spostare immantinente le mie automobili da sotto casa di modo che non vi si procurino danni, ed io, con la tachicardia e l’infermità mentale del gentil risveglio, ho indossato il mio trench londinese in perfetto abbinamento con i miei boxer da notte, ed incurante dello strazio oculare dei passanti, impavido, ho schiacciato le babbucce di Homer Simpson contro la frizione, per portare in salvo presso isolati altri da qui le fuoriserie in via d’estinzione di casa Fiore…
E grazie, grazie al tuo, al vostro, al nostro, martello pneumatico, che d’allora lavora indefesso esattamente sotto la finestra della mia stanza da letto, invasa dai 5964318933 decibel da ivi metal heavy concentratisi (confusioni anglofone indotte da follie bioritmiche) ad accarezzare il mio riconoscente padiglione auricolare…
Grazie, a voi ed al vostro gioioso vociare fanciullino, al vostro eloquio discreto, educato ai canoni di una dizione perfetta, che al confronto Lugggialluca di Frigole* sembrerebbe originario d’oltralpe, financo.
Musica che, come “amor ch’al cor gentil ratto s’apprende”.
Musica che, “come vedi, ancor non m’abbandona”.
A voi,
eaccibbastramuerti®**,
Grazie.
Infinitamente.

*intenso protagonista del remake di una nota pellicola di marchio spielberghiano
**nello slang locale un modo per cumulare ai propri i meriti dei propri avi


L’abitante dei luoghi comuni

-Un caffè, grazie.
Sai, io dormo come un ghiro.
E poi Marlboro da venti.
Sai, io fumo come un turco-

Lavorava come un mulo,
e alla sera si scopriva,
traditor delle sue veglie,
a scopar come conigli
con la preda occasionale
Finché desto alle sue voglie
lacrimando, il coccodrillo
non ricominciava il giro:
-Un caffè, grazie.
Sai, io dormo come un ghiro.
E poi Marlboro da venti.
Sai, io fumo come un turco-

Vita comune, fino a impazzire
Prigioniero d’altrui luoghi
che retorica gl’impose

Assai facile vederlo
sbronzo a bere come spugna,
per le vie della città
che rideva a crepapelle,
sotto i portici del centro
che cantava a squarciagola

Normale da far schifo
la sua follia, perfino

Ma ad un tratto d’una notte
(era notte, quella notte)
ruppe i sui passi veloci
(lui correva a perdifiato)
ch’era innanzi ad una donna,
forse un uomo,
o un animale
(questo non è dato sapere)

E lo amò
Con tutti gli atomi del suo corpo lo amò
Come goccia che disseta filo d’erba morente
trafitta da un sibilo di sole
E capì
Con tutti gli atomi dei suoi neuroni capì

Fuggì via
Con tutti i maledetti atomi
del suo maledetto meraviglioso corpo
quella donna,
forse un uomo,
o un animale
(questo non è dato sapere)
gli fuggì

Lui restò
Mai più lo stesso
Che era (ora) null’altro che sé
Ché pianse lacrime
che mai nessuno pianse
Ché rise risa
che mai nessuno rise
E strillò ululati di bestie marine
a quel piccolo pezzo di luna
sopravvissuto alle nuvole

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Una telefonata non necessariamente allunga la vita

Buona sera, il signor Fiore?-
-Sì, sono io, mi dica-
-La chiamo da Città di Lecce per comunicarle la data del ricovero-
-Ehm… mscs… quale ricovero? (120 battitixminuto)-
-Il ricovero per l’intervento di elettroxttfuxjjxifioosg (nome strano incomprensibile in stato di panico)-
-Ehm… veramente mi coglie un po’… cioè… così… (160 battitixminuto)-
-Ma lei non è il paziente del dott.xxxxxx xxxxxxx?-
-Sì (250battitixminuto)…. …. …. (300battitixminuto)… ma si è trattato di un semplice consulto-
-Quindi lei sta bene…-
-Ehm… sì, a quanto mi ha detto il dottore assolutamente sì- (380battitixminuto)
-Ah bene, allora. Buonasera-
….tu tu tu tu tu…
(379battitixminuto)
(378battitixminuto)
(377battitixminuto)
Braccio penzolante con telefono ancora aperto sulla linea interrotta.
Occhi sgranati e sguardo fisso sul tergicristallo in movimento sincopato.
(250battitixminuto)
(245battitixminuto)
(240battitixminuto)
-Buonasera a lei.
(120battitixminuto)
bruttafigliadiunagranputtana®-
(65battitixminuto)
…tu tu tu tu tu…