Archivio dell'autore: michele fiore

Il 10 m’arzo

Stamattina, armato dei crismi della pazienza che mi si rimprovera da più sponde di non avere, mi dirigo verso lo studio del mio medico per la prescrizione di alcuni esami clinici causa qualche fastidioso contrattempo fisico.
Il meglio delle cose, bisogna prendere. Parcheggio senza fretta, entro, saluto compassato, mi fornisco del bigliettino col numero progressivo.
Consapevole che la solita fila avrebbe reso meriggio il mattino appena lasciato fuori dalla porta a vetri della sala d’aspetto, aspetto.
Non mi faccio abbindolare dai “Chi”-“Oggi”-“Cronaca vera” e dagli altri settimanali rigorosamente luglio 1987 distrattamente abbandonati sul solito tavolino quadrato, che Simona Ventura era ancora poco plastificata, le tette di Sabrina Salerno urlavano boysboysboys e addirittura Donatella Versace poteva parlare senza che le partissero a fionda entrambi gli zigomi.
Preferisco osservare le vecchine bisognose di brandelli di gentilezze e qualche personaggio bizzarro ingordo d’attenzioni.
Il meglio dalle cose, bisogna prendere. E dio solo sa quanto la lunga attesa dal medicodellamutua sia sempre emulsione risolutiva per i grovigli che riempiono i nostri sgabuzzini interiori, manna per i perché che li abitano. Basta dirigere il proprio padiglione auricolare verso il vicino d’attesa più prossimo. Senza che, il padiglione, una volta che le orbite oculari abbiano anch’esse incrociato quelle fameliche del vicino medesimo, abbia più margine di scelta.
Oggi, il paziente al numero 17 è riuscito a metter dentro al medesimo j’accuse:
a) Gli informatori scientifici che non si capisce perché non si dedichi un giorno a loro
b) Il monopolio delle case farmaceutiche che è strano che prescrivano sempre gli stessi medicinali per le stesse cose
c) Il sistema sanitario locale e la mattina che te la giochi
d) I mass media che se ne sentono di ogni e ci siamo pure stancati
e) La vigilessa aggredita al paese perché ce lo suggeriscono le televisioni
f) Il fenomeno del randagismo che comunque can che abbaia a volte morde
g) L’emarginazione dei diversamente abili che invece all’estero scrivono e fanno cose vedendo anche gente
h) il lavoro che non è vero che non c’è
i) Noi italiani che non siamo contenti non con una(!) non con due(!) non con tre(!) case (perché laggente c’hanno tre case!)
l) Gli immigrati che noi ci crediamo vengano da paesi poveri ma non sempre sono così poveri come le favelas
m) I politici che i soldi non si sa dove finiscono ma se li dividono e almeno questo si sa
n) Le cose che però stanno così un po’ ovunque
Trovando, per ciascuno dei compartimenti, magicamente cumulati, la stessa, lapalissiana, matrice risolutiva. Ché tutto è chiaro, al 17.
Io ero il numero 16. Al mio turno ero guarito.

 


Histoire d’un étranger à Lausanne” (stralcio)


Caro Fabrice,
dovevo andare.
È difficile, ma dovevo andare.
Il mio paese è malato.
Ci s’infila al pranzo domenicale pronti a riservare coltelli ai commensali.
Il mio paese è malato.
Si accetta la verità più comoda pur di non affrontare la responsabilità del dubbio.
Il mio paese è malato.
Si indossa il vestito migliore e non ci sono figli né mogli che siamo in grado di rispettare sotto il nostro sorriso di circostanza,
e non ci sono madri né dolori che siamo in grado di rispettare sotto il nostro pianto di circostanza.
Come quando mischi indeciso sopra un piattino di plastica tre o quattro colori a tempera e ti esce quell’incrocio cacchinaverdinomarroncinosenape, che poi puoi infilarci qualsiasi colore azzurrissimogiallissimoverdissimo ma che ormai non cambia più. Solo fagocita sfumature e le rassomiglia a sé. È così, il mio paese.

Portato in scena da Beatrice Pezzuto, con Michael Alexanian


Una giornata da dimenticare

Oggi è il giorno della… ehm… ccheccazz… il giorno… ehm…
Eppure è strano davvero che non me ne ricordi… io, persona dai principi saldi ma mai scontati.
I saldi! Ecco! È la giornata dei saldi: ultimi ribassi.
Mi metto in macchina e vago circospetto alla ricerca del prezzo pazzo (c’è crisi).
Faccio colazione con tè al limone e una brioche vuota (c’è crisi).
Quando ormai hanno portato via anche le commesse in cerca di arrotondare, giro compulsivo per negozi cercando solo megasconti dal 70% in su (c’è crisi).
Trovo e divento un parka verde, tra milioni di parka verde. Ce lo hanno tutti, per parkondicio.
Riprendo la macchina e cambio zona: direzione centro commerciale X. Parcheggi deserti. Che il Sahara a confronto sembra Copacabana (c’è crisi). 10, 100, 1000 parcheggi vuoti. Vuoti.
E che cazzo mi indichi come fare ad entrare in uno dei mille parcheggi vuoti tu, venditore di colore oggi anche parcheggiatore abusivamente subentrato al parcheggiatore abusivo di ruolo, se sono tutti vuoti?
Con abile manovra parcheggio al limite tra spina di pesce e cazzo di cane cercando di accaparrarmi più posti possibile per dare un segnale di presenza contro la crisi (c’è crisi, sì).
Tiro il freno a mano, spengo l’autoradio mentre dentro c’erano Tony Hadley e gli Spandau Ballet (c’è crisi). Esco. Chiudo lo sportello. Aziono il bip dell’antifurto.
Ho il viso smunto, la barba diventata di tre giorni in uno (c’è crisi), il parka verde, un jeans da gggiovane un po’ stracciato dalle parti delle rotule, una borsa a tracolla home made (che praticamente l’ha fatta mia nonna ma così fa più figo), un sigaro mozzato tra le dita lasciate scoperte dai guanti senza dita (c’è crisi).
Il parcheggiatore abusivo che mi aveva aiutato a districarmi nella complicata scelta da eccedenza del parcheggio più opportuno mi aspetta. Io mi invento uno sguardo da duro pronto a cedere i 50 centesimi preparati rigorosamente in pezzi di rame insieme al solito: -To’… occhio alla macchina-
Lui mi guarda. Io lo guardo. Fa un passo verso di me. Io un passo verso di lui. Mi riguarda. Lo riguardo. Scruta da capo a piede la mia mise non troppo lussuosa e, senza pretendere né mano protendere, mi concede esenzione: – Vai, amigo-
Cioè. Vabbe’.
Rimetto gli spicci in tasca. Qualcuno cade senza far più rumore del mio risentimento. Rimetto in macchina le mie natiche parimenti irritate. Piove: non sia mai che stingano, il mio parka verde o ‘sto stronzo.
Ah… ecco… ecco cos’è! Oggi è il giorno della memoria… la shoah… Schindler’s list… l’olocausto… La vita è bella… gli ebrei. Sì, sì… per gli ebrei d’accordo… ma ‘sti cazzo di negri!?!


Costumanze

Sono l’Infuso che colora l’acqua bollente.
Il puntiglio dei miei programmi sterili.
Sono le note che sfoglio.
I rumori mentre gli altri dormono.
I dolori che affiorano intorno.
Sono l’ora che leggo sotto l’ultima chiamata.
La luce che accesa sopravvive al mio sonno.

Sono l’odio per le abitudini di cui ho bisogno.


 
 
 

A Natale siamo tutti più buoni

Natale.
Ci si scambia un pensiero, un regalo, un saluto, un sorriso.

Perché oggi è Natale.
E a Natale siamo tutti più buoni!
Tutti più buoni.
Più buoni.
Più buoni di chi? Di cosa? Di quando?
Questa storia che a Natale siamo tutti più buoni mi fa girare davvero le palle.

Io non sono più buono: sono lo stesso fetente che vive di vanità e mendica attenzioni.
Sono lo stesso presuntuoso che non impara a far star bene la gente.
Sono lo stesso stronzo che non sopporta il bene degli altri se ne va del proprio, e non sopporta il proprio bene se non ne vede il riflesso in quello degli altri.
Sono lo stesso perfezionista a cui non va mai bene niente. O forse nulla.
Il solito rigido idealista che non accetta carezze da mani sporche.
Sono lo stesso che non impara mai dai propri errori.
Sono lo stesso che sprofonda, annaspa, riemerge giusto per gridare rabbia.
Il solito spigoloso umorale sempre uguale a se stesso, pronto ad uccidere coi toni sbagliati i residui sani dei propri intenti.
Sono lo stesso abietto in grado di esecrare, odiare, detestare. A Natale, come tutti gli altri giorni.
E se volete l’augurio è solo questo, e forse no, che vi so fare:
che sappiate vestire di luci e ricordi un albero senza reciderne le radici, di fronte al mare un giorno di giugno, e poi portarci vostro figlio per dirgli che quel che si può fare non è per forza quel che gli altri fanno.



Volo d’airone (decasillabo)

Infima mossa è il giudicare,
del dubbio ei possa beneficiare.
Sono opinioni tutti i giudizi,
ciò che asseriamo soltanto indizi.
 
Dal treno in corsa punti di vista:
si porga un freno, al macchinista.
Sia relativa ogni invettiva:
cambi sovente la prospettiva!
 
Certo, all’assunto, qualcuno sfugge,
e, questo è il punto, ciò non mi strugge:
tu, sopra mari, volo d’airone,
anche da un drone resti un coglione.

Le parole che non v’ho detto

Lo so… sono un uomo col pudore dei sentimenti, dispensatore sin troppo avaro di quanto abita il mio stomaco, compositore sin troppo attento alla sacertà delle parole:
per me è sempre stato più difficile che per altri profondere quel “grazie” che troppe volte rimase prigioniero trai gorgoglii del mio orgoglio.
Ma oggi, questa mattina che forgia di speranze i nostri uichend, non mi piegherò alle sovrastrutture avverse della mia intelligenza emotiva, non ai freni inibitori della mia timidezza…
E dirò grazie.
Grazie a te, nerboruto operaio dell’acquedotto pugliese venuto a riparare il guasto all’impianto citofonando, sine (che bada, lettore, non è affermazione dialettale bensì negazione avverbiale latina) esitazione alcuna, a casa mia alle ore 6.25, appena 12 primi, 23 secondi, 234 millesimi dopo che finalmente ero caduto esausto, in overdose da melatonina&filtrofiorebonomelli, tra le braccia del mio Morfeo psicotico, che da mesi di lunghe notti, ormai disilluso, gioca con me a poker on line…
E grazie al tuo imberbe amico/discepolo, che, voglioso di rubare il segreto ennesimo del tuo mestiere, mosso da garbo e cortesia fuori dal tempo, mi ha chiesto, col tatto incantevole di un Hippopotamus amphibius della Tanzania, di spostare immantinente le mie automobili da sotto casa di modo che non vi si procurino danni, ed io, con la tachicardia e l’infermità mentale del gentil risveglio, ho indossato il mio trench londinese in perfetto abbinamento con i miei boxer da notte, ed incurante dello strazio oculare dei passanti, impavido, ho schiacciato le babbucce di Homer Simpson contro la frizione, per portare in salvo presso isolati altri da qui le fuoriserie in via d’estinzione di casa Fiore…
E grazie, grazie al tuo, al vostro, al nostro, martello pneumatico, che d’allora lavora indefesso esattamente sotto la finestra della mia stanza da letto, invasa dai 5964318933 decibel da ivi metal heavy concentratisi (confusioni anglofone indotte da follie bioritmiche) ad accarezzare il mio riconoscente padiglione auricolare…
Grazie, a voi ed al vostro gioioso vociare fanciullino, al vostro eloquio discreto, educato ai canoni di una dizione perfetta, che al confronto Lugggialluca di Frigole* sembrerebbe originario d’oltralpe, financo.
Musica che, come “amor ch’al cor gentil ratto s’apprende”.
Musica che, “come vedi, ancor non m’abbandona”.
A voi,
eaccibbastramuerti®**,
Grazie.
Infinitamente.

*intenso protagonista del remake di una nota pellicola di marchio spielberghiano
**nello slang locale un modo per cumulare ai propri i meriti dei propri avi


L’abitante dei luoghi comuni

-Un caffè, grazie.
Sai, io dormo come un ghiro.
E poi Marlboro da venti.
Sai, io fumo come un turco-

Lavorava come un mulo,
e alla sera si scopriva,
traditor delle sue veglie,
a scopar come conigli
con la preda occasionale
Finché desto alle sue voglie
lacrimando, il coccodrillo
non ricominciava il giro:
-Un caffè, grazie.
Sai, io dormo come un ghiro.
E poi Marlboro da venti.
Sai, io fumo come un turco-

Vita comune, fino a impazzire
Prigioniero d’altrui luoghi
che retorica gl’impose

Assai facile vederlo
sbronzo a bere come spugna,
per le vie della città
che rideva a crepapelle,
sotto i portici del centro
che cantava a squarciagola

Normale da far schifo
la sua follia, perfino

Ma ad un tratto d’una notte
(era notte, quella notte)
ruppe i sui passi veloci
(lui correva a perdifiato)
ch’era innanzi ad una donna,
forse un uomo,
o un animale
(questo non è dato sapere)

E lo amò
Con tutti gli atomi del suo corpo lo amò
Come goccia che disseta filo d’erba morente
trafitta da un sibilo di sole
E capì
Con tutti gli atomi dei suoi neuroni capì

Fuggì via
Con tutti i maledetti atomi
del suo maledetto meraviglioso corpo
quella donna,
forse un uomo,
o un animale
(questo non è dato sapere)
gli fuggì

Lui restò
Mai più lo stesso
Che era (ora) null’altro che sé
Ché pianse lacrime
che mai nessuno pianse
Ché rise risa
che mai nessuno rise
E strillò ululati di bestie marine
a quel piccolo pezzo di luna
sopravvissuto alle nuvole

DSCF7193


Una telefonata non necessariamente allunga la vita

Buona sera, il signor Fiore?-
-Sì, sono io, mi dica-
-La chiamo da Città di Lecce per comunicarle la data del ricovero-
-Ehm… mscs… quale ricovero? (120 battitixminuto)-
-Il ricovero per l’intervento di elettroxttfuxjjxifioosg (nome strano incomprensibile in stato di panico)-
-Ehm… veramente mi coglie un po’… cioè… così… (160 battitixminuto)-
-Ma lei non è il paziente del dott.xxxxxx xxxxxxx?-
-Sì (250battitixminuto)…. …. …. (300battitixminuto)… ma si è trattato di un semplice consulto-
-Quindi lei sta bene…-
-Ehm… sì, a quanto mi ha detto il dottore assolutamente sì- (380battitixminuto)
-Ah bene, allora. Buonasera-
….tu tu tu tu tu…
(379battitixminuto)
(378battitixminuto)
(377battitixminuto)
Braccio penzolante con telefono ancora aperto sulla linea interrotta.
Occhi sgranati e sguardo fisso sul tergicristallo in movimento sincopato.
(250battitixminuto)
(245battitixminuto)
(240battitixminuto)
-Buonasera a lei.
(120battitixminuto)
bruttafigliadiunagranputtana®-
(65battitixminuto)
…tu tu tu tu tu…


Azikiwe

“Thank you all. Grazie, Mimmo.”
Biascicò poche parole Azikiwe.
Il discorso più breve mai pronunciato alla consegna di un Nobel.
Azikiwe doveva aver scoperto poco tempo prima qualcosa che avesse a che fare con le cellule tumorali. La sua ricerca pare stesse dando frutti così buoni che anche la medicina tradizionale aveva preferito inserirli nella sua dieta.
Azikiwe aveva messo in fila quarantaquattro anni, senza resto, la sua balbuzie aveva imparato l’italiano e poi l’inglese molto tempo prima, ma l’emozione non gli concesse di poter andare oltre quel misero ringraziamento, seppur la faccia scura lo tenesse al riparo da ogni ipotesi manifesta di rossore.
L’avete mai visto, voi, un nero che arrossisce? E un giapponese vecchio? Un giapponese vecchio forse sì, ogni tanto. Ma un nero che arrossisce no, mai. Come se a nessuno importasse se un nero possa o meno essere timido. Io la timidezza mi piace, per esempio. Ci ho scritto una cosa, sulla timidezza, che il titolo era “Apologia della timidezza” ed il testo non c’era. Cioè… geniale, no? L’avete capita? No? Il foglio bianco… La timidezza…
Vabbè; non vinsi nessun premio comunque, con ”Apologia della timidezza”. Ma i posteri… se i posteri sapranno… C’è anche un Nobel per la letteratura, no?!?
A Sully Prudhomme “in riconoscimento della sua composizione poetica, che dà prova di un alto idealismo, perfezione artistica ed una rara combinazione di qualità tra cuore ed intelletto”.
A Giosuè Carducci “non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”.
A George Bernard Shaw “per il suo lavoro intriso di idealismo ed umanità, la cui satira stimolante è spesso infusa di una poetica di singolare bellezza”.
A Luigi Pirandello “per il suo coraggio e l’ingegnosa ripresentazione dell’arte drammatica e teatrale”.
Ad Hermann Hesse “per la sua forte ispirazione letteraria coraggiosa e penetrante esempio classico di ideali filantropici ed alta qualità di stile”.
Ad Ernest Miller Hemingway “per la sua maestria nell’arte narrativa, recentemente dimostrata con Il vecchio e il mare e per l’influenza che ha esercitato sullo stile contemporaneo”.
A Pablo Neruda “per una poesia che con l’azione di una forza elementare porta vivo il destino ed i sogni del continente”.
A Michele Fiore “perché è timido”.
Azikiwe portò il suo metro e novanta incerto lontano dal Konsethuset di Stoccolma, senza dispensare troppi sorrisi. Evitò con cura i flash e la serata preparata in suo onore per poter rientrare presto a casa. Candele, luci sul mare, un’orchestra pronta a ricamare sulle onde del Baltico, donne vestite della propria grazia, uomini vestiti delle proprie donne.
Clima troppo freddo per un negro, si giustificò.

La sua vita era fatta di giustificazioni: anche quando ebbe il primo dei tre figli dovette presentarsi a casa della compagna, in Salento, a Diso, per provare a manifestare le buone intenzioni alla famiglia di lei, visto che la pelle ebano del primogenito avrebbe reso perlomeno dubbio qualsiasi tentativo di “nonsonostatoio”.
C’è un modo, l’unico, per far capire ad una famiglia del sud che si abbiano delle intenzioni serie, aldilà poi del fatto che il candidato provenga da un sud che è molto più sud, in questa iperbolica sopravvalutazione dei punti cardinali: sedersi a tavola e dimostrare di gradire. Solo che se si gradisce una volta si è impegnati per sempre: non conta nulla che sia la firma di un testimone, o di due, quattro, otto, sedici, al cospetto di un’avventura da commensale al sud. Succede così: si perdono i sensi a tavola, s’abbassa il grado d’intendere, ed è fatta. L’hai voluto tu, senza volere. Tutta quella famiglia sarà la tua famiglia. Tutta. Ma proprio tutta: fino al secondo grado ci dovrai mangiare ogni domenica, fino al terzo grado ad ogni festa comandata, fino al quarto ad ogni compleanno, fino all’ottavo ad ogni matrimonio.
Azikiwe, però, era felice. Dalmar, si chiamò quel bimbo mulatto che gli riempì le braccia e la vita. Gli occhi di profondità troppo azzurre per poterci guardare dentro senza saper nuotare. E poi Gaia e Gioia. Sempre alla stessa tavola. Coperta di sapori di sponde mediterranee diverse. Immersa in colori che sensi d’altre latitudini non avrebbero potuto concedersi.
Solo una cosa Azikiwe non sopportava, di quel suo nuovo sud: la voce del mare.
“Andateci voi. Io ascolto i grilli. E finisco l’anguria.”
Ascoltare i grilli nelle notti d’Estate in Puglia è qualcosa che nessun corso di mindfulness, nessuna campana tibetana e nessuna seduta di training autogeno potrà pareggiare.
Ad Azikiwe piaceva ascoltare.
I grilli, le domande dei figli, le richieste dei pazienti.
I grilli, le domande dei figli, le richieste dei pazienti.
“Perché, papà, non ti piace il mare?”
I grilli, le richieste dei pazienti.
Pochi anni prima di conoscere la madre dei suoi figli, Azikiwe aveva frequentato un’ex compagna di corso poco frequentante con la quale si era unito in matrimonio. O meglio si era semplicemente unito, perché, non sapendo i due a qual credo credere, preferirono godere delle proprie nudità senza formalizzare l’atto.
Rosa era la figlia di un noto pescatore di zona, ribattezzata da quelli del porto “Rosa dei venti” più per una certa predisposizione al sesso di gruppo che per il vecchio sapere del padre, si vociferava.
Le stesse voci di corridoio, che diventarono poderosi sussurri di piazza, dicevano che la procace giovane volesse appurare quanto si diceva sulle generose attitudini sessuali dei figli di mamma Africa, dopo aver, pare, cercato conferma empirica della stessa leggenda metropolitana che De Andre’ cantava che qualcuno narrava dei nani. Lei, sua ascoltatrice devota.
Sta di fatto che, tra loro, amore, musica e parole durarono solo un paio di stagioni sinfoniche: pare che lui trovò la promessa (non necessariamente) sposa a letto con uno di Oslo periferia. Addirittura. Che fanculo a tutte le leggende.
Però, pensavo: ci pensate a quanto siano razzisti i nostri pensieri? Prima che vengano edulcorati per non correre rischi di stigma sociale, perlomeno. C’è, in fondo, un pensiero che non operi dei distinguo su base cromatica? C’è un ambito in cui non ci sia contaminazione?
Per sentirci al riparo, qualche ripetente della Crusca ci ha suggerito l’adozione di consoni artifici linguistici. Più facile a farsi che a dirsi. A volte, perché tutto sia così candidamente politically correct, basta togliere una lettera, persino: Negro. Nero.
Meraviglioso: togli una sola, minuscola, consonate e sei platealmente inattaccabile. Basta togliere la “g”. Che detto tra noi nemmeno mi piace tanto, alla fine: ha la forma flaccida, il suono goffo…
Però, poi, ripensavo: quanto, esattamente, dev’essere nero un nero perché possa parlarsi di extracomunitario? È una questione di contrasto, di saturazione del colore, di post produzione?
Per uscire univocamente dall’impasse, comunque, è considerato risolutivo sostituire all’attributo “nero” l’inciso “di colore”: un negro è di colore. Un bianco no. E un giallo? Un azzurro? I puffi? Occazzo: ho detto negro… scusate!!! Ma io non sono mica razzista: io ascolto jazz e ho tutta la discografia di Miles Davis e John Coltrane! Mi sento assai blues sotto la doccia e quando guido canto Aretha e Otis Redding…
“Sittin’ in the morning sun
I’ll be sittin’ when the evening comes
Watching the ships roll in
Then I watch them roll away again, yeah
I’m sittin’ on the dock of the bay
Watchin’ the tide roll away… “
Ah… ma quindi dici che è perché i neri in America sono un po’ meno neri che i neri in Africa. E che quindi fa veramente curriculum antirazzista ascoltare solo musica afro?!? Beh, io una volta ho ascoltato dei neri, ma proprio molto neri, suonare dei bonghi ad una festa dell’unità. Ma non mi sono piaciuti molto… ok: non lo dico, altrimenti qui è un attimo e si rischia d’esser fraintesi.
“I’m just sittin’ on the dock of the bay
Wastin’ time…”

Azikiwe, ai tempi, era già trai ricercatori più promettenti.
A ventitré anni aveva conseguito la laurea in medicina e chirurgia col massimo dei voti. Il titolo della tesi era così complicato che la commissione era più tesa del laureando. I ringraziamenti erano un lungo foglio bianco il cui silenzio era interrotto solo dal numero progressivo a pie’ di pagina.
Il giorno della discussione si era presentato in giacca e cravatta come etichetta accademica prevede. Il nodo, windsor nelle nobili intenzioni, somigliava più ad un cappio da impiccagione. I pois arrivavano a malapena sotto lo sterno, e comunque molto più in su dell’ombelico. L’abito, scuro e d’un paio di taglie più stretto, glielo aveva prestato Ciro, un collega fuori corso che lavorava come croupier per mantenersi agli studi.
Ciro fu il primo ragazzo che Azikiwe conobbe appena arrivato a Napoli. Che statisticamente mi rendo conto che l’evento non sia così sovrannaturale. Aveva un decennio più di lui e prima di mettersi in regola nei casinò, campava col gioco delle tre carte: due Madonne e San Gennaro. San Gennaro vince, la Madonna perde. Lo faceva anche sostituendo al santino di San Gennaro la figurina di Maradona. Un talento da rimanerci attaccati per ore. Due mani e dieci dita, ma forse molte di più.
Credo che quando una truffa sia fatta con questo talento, fottere diventi un’arte. Insomma: Ciro non era un ladro, era un artista. E molto più trasversale di Robin Hood. Quel bigliettone da 50 era il costo d’ingresso allo spettacolo d’arte varia dentro i vicoli di Secondigliano e San Pietro a Patierno.
In Italia tutto questo non si può fare: la truffa deve rimanere un monopolio di stato. No alle bische clandestine, ma gratta&vinci con papà, mammà e tutta la famiglia!
“Oi’, biondo, reggi un po’”, gli aveva detto una volta porgendogli di nascosto quattro o cinque banconote di quelle ereditate dalla curiosità dei passanti forestieri, “Ti spiego: tu punti dove vedi San Gennar’o Maradona, e vinci. E tutti vedono che vinci. E tutti puntano ché pensano che vincono pure loro. Guaglio’… hai capit’?”.
Azikiwe aveva capito. Azikiwe studiava e reggeva il gioco a Ciro. Ciro giocava e reggeva i libri ad Azikiwe.
Napoli era l’ultimo sud. Quello che mancava ancora, alla storia di Azikiwe.
Ogni mattina, nelle pause tra un atlante medico e gli appunti di fisiologia, girava le viuzze della città vecchia, che tutta pareva città vecchia; solo qualche pezzo ancora di più. E gli piaceva fermarsi lì, guardare i panni stesi vestirsi di vento, carezzare trasparenze in controluce, rubare scollature distratte, immaginare di farci l’amore.
Napoli somigliava al continente nero. Gli somigliava per la povertà e per la fantasia. E perché tutti sapevano cantare. Solo che le Gazzelle, quando si svegliavano, inseguivano, invece di scappare.
Dalla finestra della piccola camera sgarrupata che aveva preso in affitto insieme a Ciro si vedeva il Vesuvio.
“Guarda il Vesuvio, Azi’… Guardalo quant’è bello quando si tuffa nel mare!”
E Azikiwe rimaneva in silenzio, a fissare invece pezzi d’intonaco agganciati come trapezisti ai fili scoperti del vecchio impianto, appesi come naufraghi all’ultima scialuppa.

Azikiwe era andato via di casa senza sapere quale fosse casa a diciotto anni. Obliterando per la tratta Lecce-Napoli, solo andata. Una valigia verde, ché a chiamarla trolley si fa più fatica che a spostarla, che mamma e papà avevano riempito come si conviene ad ogni flusso migratorio di cartone. Papà era l’uomo a cui Azikiwe era stato affidato: un omino canuto e asciugato dagli anni che lavorava ogni giorno, dall’inizio dei suoi, nel suo piccolo suprmrcato, ché le “e” erano tutte fulminate. Mamma la compagna di vita degli ultimi undici anni. Si erano conosciuti ad un seggio elettorale. Lei uscì dalla cabina che quasi le stava aderente e lui le guardò ingordo tutta quella carne. Il voto fu l’ultima cosa a rimanere segreta trai due, e lei smise quello di castità che aveva promesso all’ex marito sul letto di morte.
Azikiwe aveva vissuto la sua fanciullezza impilando cartoni sopra i bancali per una pipa gelato al giorno, gialla o rossa, e la sua adolescenza leggendo libri di medicina di nascosto dai coetanei e portando a spasso un meticcio di taglia media che ad ogni sorgere del sole gli leccava la sua riconoscenza quadrupede. Gli piaceva il profumo della terra, camminare i sentieri che i suoi passi scalzi non si stancavano di ripetere. Gli piaceva l’ombra degli alberi e l’odore delle viti. Gli piaceva succhiare l’erba e sfiorare le spighe. Gli piacevano i fiori quando non venivano colti. Gli piaceva dove non c’era troppo rumore d’uomo. E il rumore d’uomo, in quel paese di mare, c’era solo per due mesi l’anno, salvo i colpi di tosse con cui gli otto vecchi del circolo combattenti spostavano via la morte di qualche giorno ancora e le grida destagionalizzate di noi adolescenti che inseguivamo l’unico pallone prima che s’incastrasse sotto i paraurti delle 500. Azikiwe era troppo lungo per giocare a calcio e quando, ogni tanto, la sua timidezza s’avvicinava, noialtri lo si metteva sempre in porta: “Prendilo, Azikiwe! Prendilo!”.
E lui restava lì, trai due pali improvvisati. E molto più alto di quei legni. La regola era che il pallone era considerato alto solo se superava il braccio potenzialmente proteso di chi era in porta. Tutto il resto al di qua del perimetro immaginario era gol. Tutto il resto erano urla di gioia e pugni sotto lo stesso cielo, quando parava Azikiwe.
Si giocava fino a tardi, e quando scendeva la sera Azikiwe compariva solo quando sorrideva. Non molte volte, in verità. Forse sarebbe stato un buon giocatore di basket, chissà… ma non c’erano canestri nel suo paesino in riva a quel mare che mai si fermava a guardare. Per non sentire ogni onda frangersi come sulle sue stesse membra.
Azikiwe aveva cinque anni quando fu affidato alla sponda al di qua del mare.
Sottratto da una mano d’uomo al destino monco delle proprie terre.
Ogni bambino che muore è un fiore che non sboccerà.
Penso che ancora a più della metà dei nati non sia riservata la possibilità di esistere.
Penso alla beffa di un genio che mai nessuno saprà.
Penso al quieto riparo della nostra responsabilità.
Penso alla tempestosa via di fuga, tra le braccia provate di una madre.
Fuggire.
Da ciò che non hai, da ciò che non sarai.
Fuggivano senza sapere quegl’occhi di bambino, tra altri cento occhi di bambino.
Nell’iride ultima istantanea impressa, brandelli rubati da un’onda funerea.

“Tieniti stretto a me! Come ti chiami?”
“Azikiwe”
“Io mi chiamo Mimmo. Tieniti stretto a me, Azikiwe, ché ti porto via da qui.”