Pesci d’aprile

Ma come fanno i pesci del mare
a non perdersi senza segnali,
quando si trovano soli a cercare
la preda giusta per non morire.
Avranno antenne, occhiali efficaci?
Lunghi binocoli, navigatori?
Mappe d’abissi sempre aggiornate?
Ecco: frequenze da catturare.
 
Ma come fanno, allora, le angosce
a nuotare seguendo identica rotta,
senza sentire nulla vibrare.

Sono pozzanghere mari profondi.
Riflessi pigri livree scintillanti.
Si sentono solo gli scrosci del vento,
ma forse è troppo, troppo banale
chiedergli di portarti lontano.

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Popolo

Ma già a leggere più volte consecutivamente il nome…
Popolo… popolo… popolo…
po-po-lo
Po
Po
Lo
È l’onomatopea del pantano.
Di piedi dentro scarpe appesantite dal fango
in cui sguazziamo
come porci malnutriti da qualcuno
che ci getta mangime da una finestra
a cui regaliamo il nostro grugnito di gratitudine
Po
Po
Lo


Lo smartfon (effetti collaterali)

Che uno poi mica può sempre rimaner fermo. Ci si deve muovere, smuovere se si fa più fatica, adeguare perfino.
E per esempio capita che, nonostante il mio pressappochismo tecnologico, la mia collaudata avversione a tutto ciò che si regga su bit & byte, nonostante il mio sudato status di tecnoleso sia trascritto sulla mia carta d’identità di nuova stampa, io decida di prendere uno smartphone…
Nulla di straordinario: il più scamuso degli smartphone, il flop della gamma top; giusto per riconsegnare un cellulare avuto in prestito dopo aver distrutto il mio vecchio e rassicurante nokia 81 15-18 per aver sopravvalutato la mia balistica ed aver centrato con lo stesso il pavimento limitrofo al morbido divano ecopelle della dimora cesarina obiettivo della mia rivedibile mira e dei miei inguardabili pomeriggi estivi…
E capita che io ed il più scamuso degli smartphone si provi, seppur entrambi piuttosto dubbiosi ed armati di onesta diffidenza, a far conoscenza… E che io, più a tentoni che a tentativi, provi, come dire, ad intuirne, come dicono, le intuitive funzioni di base; le sole che userò: sms… molto eventualmente bluetooth… contatti e chiamate… chiamate…. ehm chiamate… sì ma… porc… come cazzo è che è partita ‘sta chiamata adesso, e cosa cazzo devo schiacc… quale tasto devo clicc… con quale dito devo touch… come porcoddue la fermo ‘shtachiamata, crishtoiddio!?!?!
Dal mio nuovo smartphone parte la prima chiamata, sprovvista del coessenziale estremo della volontà. Al numero di casa. Sono le 03.15 di una tranquilla notte, secondo più, secondo me-no.
I miei dimostrano ottima reattività catapultati tachicardici fuori dal letto dal gradito trillo.
La tecnologia migliora la vita(?).


Corpi contundenti

M’immaginai
una tenda bianca gonfia di brezza scivolare le sue gambe setose.
Sue non so di chi. O non ricordo.
M’immaginai
le sue terga morbide scoperte a metà dalla mia maglietta da notte.
M’immaginai
chiavi di violino disegnate dall’arco della sua schiena spigolosa.
M’immaginai
aprirsi il sipario dei suoi capelli sulla piccola nuca chiara, preclusa al sole, nuda ai raggi di luna.
M’immaginai
i suoi seni strizzati dalla tramontana e da bikini insufficienti emergere orizzontali sospinti poco più in alto della marea da sensuali applicazioni di princìpi d’Archimede
Colpito da troppi corpi contundenti m’interruppi i pensieri alticci.
Bevvi due olive.
Arrossii.
M’immaginai solo sfiorare con la lingua furtiva il tuo broncio addormito.


Mi concedo congedo

Tappatevi le bocche
con le rimanenze dei panettoni
d’uva, e tempo che, passa,
di modo che non abbia strada
l’ennesimo sproposito
da ultimi rintocchi.
Come flatulenza silenziosa
troverà sbocco dall’orifizio meno nobile
allo scoccar di mezzanotte,
quando baci un po’ unti
schiaffeggeranno guance a caso
stando attenti ai doppioni.
Nel fumo di necessitate interazioni
nessuno farà caso a un sigaro acceso
allontanarsi dalla moltitudine augurale
per trovarsi meno solo.


Poco oltre la finestra

Poco oltre una finestra, appena dietro
Un altro giorno e un gatto infreddolito
Vapore le parole sopra il vetro
I miei retaggi nudi ed un vestito.

L’ipocrisia di rimandar le cose che non si faranno
I buoni propositi di fine d’anno


Migrazioni (tentativi)

Di quei giorni che te ne vai al mare
giusto così, per non morire
E fissi le rive calme
schiumando rabbia
Nulla ti somiglia

Forse il freddo
O la carcassa riempita di sabbia
-Funerea clessidra-
Di, chissà, un’allodola
senza più specchi.

 


Musica da camera

Come vorrei che ci fosse un chitarrista,
seduto sul mio letto
Un piccolo chitarrista con gli occhiali grossi e le dita veloci
a infilare dentro le corde le parole che scrivo,
o anche quelle che riesco solo a pensare
Che ci sarebbe un grande concerto,
nella mia stanza,
coi libri mai letti e i cd messi stretti a sentire,
qualche amico su carta lucida, fermato prima del digitale,
il loggione ricolmo di vecchi giornali,
la tv che si spegne per restare a guardare
E al sipario delle lenzuola,
anche le camicie più schive
chiederanno il bis dell’ultimo pezzo,
quello delle cose non dette
Ché le dimenticano presto le cose che ascoltano,
quelli nella mia stanza,
come tutto quello che hanno ascoltato
Le telefonate gridate, i lamenti d’amore,
le cose iniziate e il sentirmi morire.

Valigie (Il tempo di un saluto)

Chiedersi
se ciò ch’è stato sia giusto,
o sia sbagliato
La nostalgia,
a far finta che sia tutto passato
Contare dieci gocce
e poi, d’un fiato, berle
Nella valigia, stretto,
c’è il peso di restare
Il tempo di un saluto…
Ciao a te, ragazza scalza,
che non t’ho mai guardato
E a te, vecchia signora,
che, lume di candela,
è cera ogni tua ruga
e vegli ogni mia sera
Mi pare sia settembre,
o è la vita intera.


Storia dell’Estate 2017 (stralcio)


Però forse è vero che passa tutto più in fretta, mano a mano. Due anni fa ho preso un cane…
O era dodici anni fa… ma no… l’ho preso adesso…
Ma è appena morto… no, è appena nato…
Due anni fa ho preso un cane.
Sarà perché con quattro zampe tutto corre un po’ più veloce, ma un giorno per loro non impiega lo stesso tempo di un giorno per noi.
Un giorno per loro ci mette un tempo diverso per passare, anche quel giorno impiegato solo ad aspettarmi.
A volte il suo tempo corre così veloce che per quanto sia piccolo il tempo usato per aspettarmi, mi accoglierà sempre come fossi mancato per una vita intera, leccandomi la sua gratitudine ad ogni ritorno.
Anche se sono uscito solo per gettare la spazzatura, o per esser certo di aver chiuso la macchina.
Lui non ha altro da aspettare se non me.
E quando ci sono non ha altro da vivere.
Passiamo la nostra esistenza pensando così tanto a quanto sia difficile vivere senza contare per nessuno, che non badiamo a quanto sia insostenibile che qualcuno dipenda totalmente da noi.
Il mio cane mi ha insegnato quanto sia piccolo il tempo che si ha a disposizione, mentre noi pensiamo di averne sempre più di quello che abbiamo già trascorso.
È come se anch’io, in qualche modo, pensassi e vivessi un tempo diverso, un tempo quadrupede.

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