Il tempo dei citofoni

Pronto, passo tra mezz’ora. 
Pronto, poi ti squillo io. 
Pronto, sto partendo adesso. 
Pronto, esci: sono fuori.
Pronto, dai che faccio tardi.
Non c’è tempo: poi ti guardi.

C’era il tempo dei citofoni
Siamo sotto, dai che andiamo

C’era il tempo dei citofoni
Scendi giù che t’aspettiamo

In quel tempo dei citofoni
c’era un timido bambino
Sì: ero io, ma non soltanto
Era tutte quelle cose che potevi diventare,
che poi cosa esattamente, non ricordo, a ben pensare
Era tutte quelle cose che potevi fare ancora:
le vacanze di tre mesi,
la pipì dove si vuole,
dolci a iosa,
e poi aspettare…

Aspettare si poteva, e serviva a immaginare:
la più bella della classe,
quello che sarebbe stato,
biciclette con le casse,
la piscina in mezzo a un prato,
il tuo nome ripetuto dopo l’inno nazionale

C’era il tempo dei citofoni
Quando ci vergognavamo

C’era il tempo dei citofoni
Suona tu, che poi scappiamo


L’inizio

Mi commuovono gli inizi in fondo a un caffè,
dentro albe assolate ch’è più facile andare.
Mi commuovono i piedi dei bambini e le mani dei vecchi,
quel mare in tempesta da conquistare,
quel porto di quiete, poi, da guadagnare.
Mi commuove la polvere delle cose lasciate,
quello che forse sarebbe potuto essere
e che per ciò deve essere dimenticato.
Mi commuovono le luci di natale quando le guardo da solo,

appese come sogni fradici ad asciugare.
Mi commuove la piazza quando non c’è nessuno.
Le vite negli angoli, non ancora pensate.
Il tempo mai scritto.
Gli auguri non dati.

sdr


(la vera) Storia di Babbo Natale, 2018 (stralcio…)

(…) la definitiva resa di qualsiasi residuale stoica speranza dell’esistenza di Babbo Natale la maturai qualche tempo dopo: l’albero di Natale di casa mia era coperto da un congegno di lucine iperbolico, che adeguava la propria intermittenza a tre musichette natalizie, che potevi scegliere dal piccolo telecomando.
Le strane interferenze dell’impianto elettrico facevano sì che, ogni volta che si accendesse la luce delle scale, partisse la famigerata nenia, ad ogni ora, soprattutto quando tornavo alticcio nella speranza di non essere sentito in una delle nottate prenatalizie.
Fu così, pochi anni prima, che scoprii mio padre caricare quei pacchi: accese la luce delle scale e partì quella nenia, inesorabile.
Io mi svegliai sulle note del jingle natalizio più metallico mai sentito e anche la mia vista appurò la presenza di mia madre al confezionamento e di mio padre al trasporto pacchi.
Nessuna traccia dell’omone in rosso né del suo sacco, nessuno gnomo ad impacchettare né alcuna renna parcheggiata a mezz’aria nelle vicinanze del mio garage. Saranno state le 3 di notte; avrò avuto… vent’anni, ma fu egualmente un colpo duro e definitivo.
Si manteneva una parvenza di leggenda giusto per cugini e cuginetti che invadevano la mia casa al mattino presto mentre io ero di solito semicollassato a letto.
Ma quell’anno, alla solita domanda “Ma, per caso, non hai sentito uno strano rumore ‘stanotte?”, mia madre e la sua ansia furono meno pronte anche di fronte ai pargoli di famiglia: “Stanotte? Dove? Cosa? Chessuccesso?!?”.
L’ansia. Sì. Perché il Natale era un concentrato spaventoso d’ansia e disagio collettivo.
Già dover festeggiare a tutti i costi.
Far combaciare esattamente i pranzi e le cene in famiglia, talmente lunghi che si intersecavano. Negli intervalli Malox e via, per l’ennesima visita ai parenti infermi dovendo dire ti vedo meglio senza averlo mai visto prima.
E quelle intermittenze fulminate sui presepi e le pecorelle con tre gambe che a giorni alterni stramazzavano al suolo di carta roccia che tocca dire lo stesso machebello zia Lucia!!!
L’ansia. Dover prendere pensieri e pensierini per tutti.
E cambiare la confezione alle bottiglie ricevute negli ultimi tre lustri da riciclare stando attenti che non arrivino esattamente al primo che aveva generato la spaventosa catena di santantonio.
L’ansia. Dover scambiarsi gli auguri telefonici con le bocche tappate con le rimanenze dei panettoni d’uva passa e il tempo che no, non ne vuole sapere.
E baci un po’ unti a schiaffeggiare guance a caso della moltitudine augurale.
Chiedendo alla solitudine di non parlare,
che non sia mai farci scoprire soli da altre persone sole.
Chiedere alla solitudine di non parlare, nemmeno stavolta.
Chiedersi di resistere ancora, che tanto poi passa, dai… forse passa…

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Portato in scena da Francesco Zecca. Musiche a cura di Martina Zecca, Alessandro Dell’Anna, Marcovalerio Sabato.
Alle mie parole piace stare in buona compagnia.


Meteo

Vago

aereo

sentiero

nomade

soffiato

da eventi

 

Nel freddo

rigido

pensiero

monade

transitorietà

violenti



Nel mio giardino

Nel mio giardino ci sono un cane, un ranocchio che non sarà principe e un pensiero che non sarà principio.
Mi stanno lì, tutto il tempo ad aspettare,
nello spicchio di sole tra l’inizio e il rumore.

Io sto lì a guardarli per un po’,
alla finestra di un altro giorno come un altro giorno.

Tocco il vetro con un’unghia per farli voltare.
Poi preparo qualcosa da mangiare:
una ciotola, il bacio di una principessa inventata e un altro giorno come un altro giorno.


Andiamovene (dalle ultime lettere di Alberto Fortis)

Ed ora, da bravi,
ammainate i megaombrelloni di paglia acrilica dei Lidoclub,
impilate le spiaggine di plastica bianche, tutte uguali, angoli sugli angoli, braccioli nei braccioli,
rompete le righe di barconi e cabinati del porto, a un massimo di 7-8 metri dalla darsena, perfettamente allineati a seconda del numero di cavalli motore, evoluzione marittima dell’ancestrale battaglia a chi ce l’ha più grosso,
e poi ripiegate slip, bikini, trikini, fili interdentali e copriclitoride dorati,
sgonfiate bicipiti e materassini a due piazze grigio decathlon,
smettete mocassini e laidi risvolti della selezione all’ingresso di bipedi notturni,
abbassate i fari dello Scoglio proiettanti ideogrammi luminosi nel blu della notte ché Gotham City torni quieto porto,
abbassate il volume della colonna sonora che mandate in loop da 60 giorni e 60 notti, sperando che il trattore del fantasma del pulcino pio uccida anche Giusy Ferreri e tutti i derivati di Gustavo Lima,
riponete le settordicimila istantanee fatte con la stessa posa provata tutt’inverno nei bagni,
sucate i resti dei vostri mojito sottomarca,
raccattate ciò che rimane delle vostre sinapsi e della vostra pelle raggrinzita dall’UVA, mentre s’affaccia la stagione dell’innimare,
richiudetevi negli ergonomici chiauti dei beauty center,
riaccendetevi la lampada e andatevene fanculo… ché è settembre.

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E= mc²

Ed ora corri, che aspetti?

Che senso avrà mai cercare sé stessi?

Fattelo dire da mille tuoi incontri: sarai mille persone diverse.

E allora corri, più forte!

Che importa delle macerie che lascia il tuo vento?

Ti basta non guardare: nemmeno tu saprai.

Forza, più forte… non vedi che è tardi?

Cosa mai sarà una vita al cospetto di quest’ora da succhiare?

Veloce, di più… c’è carne da muovere, materia da plasmare!

Cosa contano i solchi dell’anima?  

Nessun codice mai potrà contemplarne reato,

nessuna formula descriverli mai.


Allivederci

Flebile il tuo respiro senza parole
Sottile la tua pelle senza più umidità

Quella tua mano stretta, diventando carezza,
mi diceva mi resti anche se te ne vai

Ho percorso stazioni, ma ero fermo a un’estate
Mentre tu eri già in viaggio dove niente si sa
 
E ho dormito la mia ultima notte di bambino
E tu la tua prima d’eternità


Posture

A ‘na certa, da essere un competitore seriale cronico a fare sport per sé stessi è un attimo. Da qui a muoversi solo per riacquisire una posizione eretta è ancor meno.
Ma tant’è.
Bisogna dotarsi di pazienza, accettare il normale corso delle cose, anche quando sono tue, le cose, cercare il buono che c’è, e continuare a chiedere al proprio corpo, solo con più gentilezza.
Togliamo di mezzo il lattosio, un mese di trattamento detox, sedute di neural e ozonoterapia infiltrate con materno sadismo lungo la mia dorsale, le mani sapienti del mio operatore di fitness di fiducia e la sua panca posturale.
Rimettere bacino e vertebre in asse, dice.
Epperò, pianopianopiano, devo dire… ma non lo dico, eh…
Con nuove e sorprendenti sembianze da bipede, dopo l’ultima seduta, puntando sui gradini inaspettato vigore, risalgo le scale ed entro in macchina. A cigolare è solo la portiera, per una volta. Le mie giunture restano sorprendentemente mute. Mi giro a destra e a sinistra con sufficiente disinvoltura. Ed è pure una giornata di quelle da passeggiarci sopra. Lecce soleggiata e fresca, i caffè aperti.
“Prenditi cura di te”, dice alla televisione una pubblicità di prodotti che non posso più usare.
Me la prendo, allora, un’ora di passeggio. Silenziosa.
Non c’è moltitudine informe che scorre, ma il giusto compromesso di presenze, discrete, identificabili, e senza fretta.
Mi affaccio a qualche vetrina, fingendo di non sapere che siamo a ridosso dei saldi, mi fermo in liberrima, fingendo di saper leggere. Entro in gelateria: ananas e mango, ché alla frutta sono senza lattosio.
-Vuole assaggiare il fico?- mi fa la gelataia. Oggi mi sento che potrei dirle altrettanto, ma ometto.
Riparto. Via Trinchese, direzione Mazzini. Una leccata e un passo. In asse. Postura scrupolosa e fiera. Fino alla macchina.
16.05. Perfetto orario grattino.
Saranno stati anni che non mi permettevo passeggiate pomeridiane per il gusto in sé di farne.
Bene.
Accontentarsi, d’accordo.
Di quattro passi.
Appunto.
Passi che l’incedere non era quello deciso e sprezzante dei vent’anni.
Passi che a Lecce ci sono finito per correggere le mie errate convinzioni posturali.
Passi che alla ricercatezza celata del lino ho dovuto sostituire onesta maglietta traspirante e sneakers con solette plantari in silicone.
Passi che un po’ di tempo fa il gelato l’avrei preso solo dopo un minimo sindacale di birre pomeridiane.
Passi.
Però, cazzo: Piazza Mazzini-Piazza Duomo. Andata e ritorno. L-e-n-t-a-m-e-n-t-e.
E degli sguardi in opposto senso di marcia ai miei occhiali da sole non mi ha fissato nemmeno una donna dai 18 ai 50 anni!
Non mi era mai successo, mai! Fino a due-tre anni fa. Facciamo quattro, sì.
Che cazzo di vita insopportabile, l’età adulta: dover per forza parlare per risultare interessante.


Ogni 4 anni, piccola storia dei mondiali di calcio (stralcio…)

(…)
Nel 2006 i mondiali si giocavano proprio in Germania.
Allaggermania.
Per un mese siamo di nuovo popolo di emigranti.
Era il decennio breve, (…) la velocità delle innovazioni ci fa sembrare tutto più rapido e sfuggente.
Non scriviamo lettere, ma mail. Non leggiamo pagine ma pdf.
Non c’è nulla da toccare.
Anch’io cedo alla tecnologia.
Quella mattina che si trasformò in pomeriggio impiegai la mia preziosa giornata montando tutto ciò che poteva assecondare la mia fantozziana sete di calcio da italiano medio: televisore al plasma 42 pollici hd, poltrona reclinabile massaggiante, frigo portatile per non abbandonare la postazione, lettore dvd per eventuali repliche, pc desktop con modem e pen drive per le ultime news dalla rete. Tutto accuratamente collegato in modalità wireless.
Dopo 8 ore, 47 primi e 58 secondi di tentativi, è comparso Osama Bin Laden in videoconferenza che vendeva elettrostimolatori su telerama…
Fanculo la tecnologia.
Risuonano The White Stripes, “Seven Nation Army”.
E st’americanismo, l’ennesimo, diventa l’inno dell’Italia.
Del resto cosa puoi aspettarti da un popolo che crede che Po-poropo-poropoppoppoppopo siano parole del testo di Goffredo Mameli…
Saviano scrive Gomorra, e Veronesi col suo “caos calmo” prende il premio Strega.
Uno Strega speciale va alla nostra Costituzione del ’48.
Attualmente più un romanzo di fantascienza che un’opera di saggistica.
Quest’anno ha festeggiato il suo settantesimo.
E infatti. La trattano un po’ da vecchia rincoglionita.
La nonna che si fa finta d’ascoltarla e poi, invece, si fa sempre come si vuole.
Sì nonna, sta’ tranquilla: non faccio tardi… Sì sì, certo, la sovranità popolare…
Il saldo artistico è pesantemente negativo: ci lasciano James Brown, Bruno Lauzi, poeta genovese a cui piaceva cantare, e Syd Barret, fondatore, voce e mito dei Pink Floyd.
Nel 2006 mutano ancora gli orizzonti della storia: Saddam Hussein, che nel ’90 si fece conoscere dal mondo, viene giustiziato.
Giustiziato.
Mi viene sempre strano usare qualcosa con l’etimo simile a Giustizia quando si tratta della morte di un uomo per mano di un uomo.
L’Italia “entra” in un periodo buio, politicamente instabile.
Calcisticamente veniamo dalla disfatta del mondiale del 2002.
Usciamo contro il paese ospitante, la Corea del Sud, che massimizza l’abominio del Golden Gol e passa il turno.
Introdotta nel 1994, e bandita da ogni competizione dal 2004, la regola del Golden Gol è un’invenzione della Fifa mutuata dal calcio di strada che, sostanzialmente, dice che, nei supplementari, “ci segna ince”.
Era una cosa che succedeva per qualsiasi strada del paese quando si giocava per strada, ed era ormai troppo buio per continuare.
Corea del Sud.
La faccia di quella disfatta è la faccia, disfatta, di Byron Moreno.
Una faccia, perché dire viso sarebbe troppo generoso, che Lombroso avrebbe cestinato alla nascita se avesse fatto l’ostetrica.
Sguardo intelligente, aria arguta.
Un corpo che gli Spartani avrebbero consegnato immantinente al dirupo.
Nel credo popolare diviene il nemico di una nazione.
E fa soldi, perché poi, noi italiani, a volte, siamo davvero idioti, con delle comparsate nelle nostre televisioni.
Dopo una breve carriera politica in Ecuador, viene beccato con 6 kg di eroina all’aeroporto JFK di New York.
Quando uno è sveglio.
L’Italia “esce” da Calciopoli.
Uno scandalo che ancora adesso ha i suoi strascichi.
In Italia siamo sempre i più bravi a trovare i capri espiatori.
Ci fa sentire meglio.
Lo faremo anche lì, cercando di smacchiare con una centrifuga per colorati a mezzo carico un fiume di fango.
C’è sempre bisogno che ci sia uno a cui dare la colpa se non ci siamo qualificati all’ultimo Mondiale, se il calcio italiano non produce talenti, se i nostri stadi sono vecchi, se c’è violenza sugli spalti, se la mia ragazza mi ha lasciato…
E poi sempre più su, di colpa in colpa, fino al buco dell’ozono, e alla criminalità organizzata.
Salvo poi che non si vinca.
E allora… abbiamo scherzato.
Le vittorie cancellano tutto, garantiscono l’impunità.
E ce lo insegna la democrazia, a ben pensarci.
O quello che ci fanno credere sia, la democrazia.
(…)

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Portato in scena da Gustavo D’Aversa, Piergiorgio Martena. Musiche a cura di Domenico Protino, Marco Scarciglia.
Alle mie parole piace stare in buona compagnia.