Olimpiadi infernali. Soc(h)i 2014

C’è un testimone per ogni staffetta:
l’italico popolo per la Renzi-Letta.
Strumento, mi dissero, di democrazia indiretta.
Suvvia professore, risposi, la smetta!
Di certo coscienza c’impone via retta
ma mai biasimar troppo in fretta
(persino banale parlare di “setta”):
in fondo, assai spesso, la prassi si accetta
purché, della torta, ne resti una fetta.

Soltanto un appunto, ché cena m’aspetta:
Signor Costituente, ossequi, permetta…
la Carta prodotta, al culo la metta.


Alberghi

Porto dentro me alberghi tristi 
sale d’aspetto vuote, luci pigre
 
ed un bagaglio a mano abbandonato
Un portinaio spolvera la noia
Affondo in un divano dentro un whiskey
Con volto da puttana s’avvicina
quel che mi resta ancora della vita
Le stringo i seni e strappo via la buccia
 
-permette questo tango, mia signora?
Lei beve dalla bocca che vi parla
-tu porta la mia carne dove credi
Sussulta e mi conduce dove vuole
Per terra lascio frangere il bicchiere
.


Note di notte

Lascia segni ogni sogno.
È ancora più buio quando apri gli occhi.
È solo il cigolìo di un vecchio forno il profumo del pane.
Cerco un’orchestra che non suona
per distrarmi col movimento degli archi.


Amici miei

– Ciao Superman…
– Uei Fio’ !
– Sarà una vita che non ci si vede… che fai di bello? di cosa t’occupi?
– Ma… niente… lotto e sconfiggo la criminalità, risolvo casi, provvedo a cose, salvo gente… mi sono pure sposato: con Lois Lane, quella del 3° E, te la ricordi?
– Noooo… ti sei sposato! Addirittura! Tu sì che sei un supereroe, amico mio!
– E tu, Fio’, tu che fai?
– Navigo, su feisbuc.
– Mado’, che piacere m’ha fatto rivederti, Fio’! Ora vado, ché devo fare l’aerosol per l’allergia alla kryptonite; e poi mi tocca a Smallville ché c’è riunione di condominio al 22° piano e c’hanno l’ascensore rotto. Volo Fio’, ci si vede!
– E carne, Superman, sai che sforzo: tu c’hai i raggi X!
Eravamo i rappresentanti del 3°A, io e Superman. I primi della classe nelle materie umanistiche. Lui infatti si mise a studiare Scienze della Comunicazione perché voleva fare il giornalista.
Certo, un po’ leccaculi lo era: un giorno l’insegnate d’Italiano chiese ai banchi di studenti se ci fossero volontari, e lui alzò la mano d’avanti alla classe sgomenta –Io, pr’essore’!-
– A te, Superman!- rispose la scolaresca in coro. E d’allora se ne uscì così.
L’anno prima, sempre verso piazza Sant’Oronzo, mi ricordo, avevo rivisto Flash. Ma n’attimo, proprio.
– Ciao Flash…
– E Fio’ – mi disse.
Poi aggiunse duettré cose che provai ad ascoltare ma nemmeno sentii perché in un battito di ciglia era già arrivato an curci’a Manduria (che nel gergo dei supereroi vuol dire “posto molto distante”).
Flash era un tipo ansiogeno, faceva tutto di corsa: suonava la campanella della seconda ora e lui già faceva intervallo.
Stava un po’ sulle palle a tutti perché da quando iniziò a frequentare la nostra classe vinse tutti gli anni la corsa campestre ai Giochi della Gioventù. Solo che partecipò dal ‘93 al ‘98 e vinse anche nel ‘91 e ‘92. Che un po’ ci sembrava strano. Ma uno dell’altra classe, uno pluribocciato con i capelli arruffati grigi ed i baffi pensosi grigi che chiamavano Albert ci disse che sì, si può. Mi ricordo che poi ci fu un casino con i neutrini, i tunnel, il ministero dell’Istruzione, una bidella che si chiamava Maria Stella…
Mi ricordo anche che gli venne la mania della fotografia, a Flash, tanto che gli regalammo una Laica a costo di mandare su tutte le furie il professore di Religione. Non imparò mai ad usarla perché non capiva come potesse farsi un’istantanea col flash (se non avete studiato Heisenberg è un problema capirla, ma mica bisogna essere dei supereroi!).
No, proprio non era una cima, Flash.
Anche se il più ciuco della classe era senza dubbio Hulk. L’omone verde. Ma era senza speranza. Anche gli incontri con lui erano diventati negli anni sempre più saltuari.
– Ciao Hulk…
– Ou Fio’!
– Come stai? Come te la passi?
– Fio’, che dirti… tutto normale. So’ stato mò mò a Montecitorio a menare 630 idioti che secondo me ci stanno a prendere per culo. Sai come sono no!?! Sono diventato verde e… che te lo dico a fare Fio’! E tu?
–  Verde, anch’io. Al tavolo. Gioco a poker live, a texas on line, passo alla snai…
Hulk ce lo si portava sempre dietro, quando si usciva “alla Villa” o “al Ggarden”. Non si sapeva mai, specie “fuoripaese”: bastava un fischio e risolveva problemi.
Certo a scuola si cercava d’aiutarlo, perché nonostante fosse schizofrenico non aveva l’insegnante di sostegno.
Per un bel pezzo si era convinto di voler fare il giardiniere; ci aveva scartavetrato la prostata co’ ‘sto pollice verde!
– Salutami gli altri, Hulk!
– Sarà fatto Fio’, tvb.
Che alla fine era un bonaccione.
Hulk era molto amico dei Fantastici 4. E non era così difficile capirne il perché: I Fantastici 4 li ribattezzammo così perché per interi semestri il 4 risultava cifra periodica su ogni registro che riguardasse il loro rendimento scolastico.
Erano poco integrati e facevano gruppo a sé. Il loro leader era Mr Fantastic, un giovanotto smilzo che aveva il potere di allungare a suo piacimento proprio il corpo e qualunque parte di esso. Qualunque. Infatti era molto quotato tra le ragazze del liceo. Fu per lui, pare, che si dovette istituire il tempo prolungato.
Seppi che sposò la Donna Invisibile, che era una di quelle che si invitava sempre alle feste serali dopo il catechismo ma non c’era mai.
Gli altri due erano l’Uomo Torcia, che veniva sistematicamente bruciato in Chimica e Biologia da una professoressa metà donna metà Carla Conversano (anche qui chi non ha studiato Heisemberg avrà problemi), e La Cosa, che la professoressa di Latino chiamava Res/rei per darsi un tono.
Un po’ meno graditi erano gli incontri col mio compagno di banco dell’epoca: uno che non era mai stato così volenteroso, ma che si salvava sempre perché riusciva ad arrampicarsi sugli specchi.
– Ciao Spiderman
– Ue Fiò… tutt’apposhtu?!?
– Ne è passato di tempo… ma cosa fai, di cosa ti occupi?
– Solita vità, Fio’: salvo l’umanità dal male, tu?
– No no… io… io gioco a calcetto. Pensa che faccio anche il Mister. Esordienti e Giovanissimi.
Di solito non avevamo molto altro da dirci: non c’era mai stato troppo feeling perché quando si giocava a calcio, lui faceva il portiere, gli toglievo sempre la ragnatela dall’incrocio dei pali. Ci metteva ore a rifarla (era agli inizi), ed io gli gridavo – Para, aracnide di merda!-, e prontamente la ritoglievo.
Ricordo ancora quanto lo si prendeva per culo con la canzone degli 883: se ne andava di testa… infatti credo che uccise Mauro Repetto, un giorno. Che non si seppe mai, talmente era inutile.
– Vado Fio’, ché c’ho lezione di free climbing
– E grazie al cazzo, Spiderman!
Era sempre seduto dietro a Capitan America, che non sento praticamente d’allora perché le chiamate intercontinentali costano. Che poi lui, a parlarci chiaro, era nato a Carmiano periferia, e ascoltava Toto Cutugno: “e se vai a cercar fortuna in america, t’accorgi che l’america, staqqua… paaaarappàppàpapà…“. Solo che lo prese ‘sta mania degli Usa, ‘sto filoamericanismo spinto… “tu abballe o rocc rol,  tu giochi al bes bol…”.
Pare che poi sia diventato famoso per il suo scudo fiscale. Una cosa assurda che poi venne proposta pure in Italia per il recupero crediti.
Una che per un certo periodo ho continuato a vedere spesso invece è Wonder Women, una ex fiamma che mi contendevano Thor, un ripetente della sezione B, e Daredavil, uno che non smetteva mai di pensarla; non a caso, poi, è diventato cieco… anche avvocato… quindi non si è mai saputo se la cecità fosse reale o burocraticamente indotta a scopi pensionistici. Un supereroe falso invalido, come ce ne sono tanti.
– Ciao, Wonder Woman
– Michele Fiore… ma tu guarda… speravo mi chiamassi, e invece… non sei cambiato per nulla, proprio come al liceo: bello e impossibile.
– Macché Wonderbra (la chiamavo così perché aveva due tette di marmo), ero solo timido.
Lei, mi ricordo, guariva dalle ferite molto più velocemente di noialtri. Che pensavo che questa fosse la sua peculiarità di supereroe, come narrano i suoi vignettisti, ma era solo comune caratteristica di donna.
Una volta, mentre ero con lei, incrociai uno di cui avevo smarrito anche il ricordo. E penso che la sorpresa fosse reciproca se disse – Per il potere di Greyskull, lu Fiore!-
– Pillamatonna, He-man.… che fai?
– Ma, nulla… ieri ho liberato l’Universo. Tu?
– Associazionismo e volontariato.
Che personaggio He-man… sfondato di soldi, finì col fare il finto punkabbestia in quel di Bologna. Con un cane che si chiamava Buttle-cat, che lui dice fosse una tigre domestica, ma era troppo megalomane per potergli credere.
– Ci vediamo Fio’, fatti vivo!
– A te, Highlander!
– Non confondere la merda con la cioccolata!
Che personaggio, He-man.
E non sai chi ti vedo una sera, st’Estate!
– Ehy- mi sento
– Ciao Batman… maledetto!
– Grande Fio’!
Io e Batman ci punzecchiavamo perché eravamo considerati i più belli del liceo, e ‘sta cosa un po’ mi dava i nervi. Ed anche a lui. Però ci si stimava.
Lui era un tipo strano, taciturno. Ci si vedeva poco, che co’ ‘sta cosa che non poteva stare alla luce frequentava le scuole serali.
– Rilassati, Batman, bbascia li ali. Stai sereno…
– Figurati Fio’, tutto tranquillo
– E quello che aveva fatto la primina, Robin? Che poi far fare la primina è di una presunzione genitoriale aprioristica insopportabile…
– Nella Bat caverna… frate mia… non si muove… sai, st’impiegati statali, quando s’attaccano alla poltrona! Adesso poi, che BAT fa provincia… non ti dico! La stasi del garantismo!
– E quell’altro, come si chiama?!? Quello strano, con la paresi facciale…
– Ah… Joker… sìsì, sta bene, un po’ esaurito… si è dato al cinema: ha fatto “Shining”, “Qualcosa è cambiato”…
– Quindi vivi ancora lì?
– Sì, ma faccio settimana corta, ché Gotham City è diventata una palla… sempre la stessa gente. Ci torno solo perché ho un contratto a tempo determinato co.co.co. per sconfiggere il male: ho dovuto fare l’impianto a metano alla Bat mobile. Insomma… solita routine… e tu Fio’? Tu? Che fai? Dimmi di te…
– Scrivo storielle.

Tra tutti i Supereroi sono quello che meno ha confermato le attese.


Cosa t’aspetti?

Un sorriso socchiuso,
una solitudine scambiata,
come ce ne fossero sempre altri,
come ce ne fossero sempre altre.
Abortire gentilezze
come ci fosse sempre tempo.
Corrono cieli indecisi
nuvole che non sanno aspettare.
Restano parole non dette,
abbarbicate lungo la gola.
Stretto nei palmi sudati
ciò ch’è fuggito lontano.


Un mattino di tanti

9.40 di una mattina di martedì.
C’è anche il sole… non ho scuse metereologiche al mio stato d’animo uggioso.
Con tempi di reazione geologici poggio entrambi i piedi nudi fuori dal letto.
Riposiziono le mie vertebre perpendicolari al pavimento e mi ritrovo, traslato, in bagno.
Aderisco alla superficie antartica della tazza (che poi non ho mai capito come si può aver inventato l’Ipod, l’Ipad, l’Ibook, l’Iphone e non ancora un copritazza riscaldato) per l’espletamento delle prime funzioni fisiologiche tra alterne fortune, lascito di una fedele sindrome del colon irritabile: la “malattia degli intelligenti”, come dicono gli esperti della psicosomatica. Peraltro è questa unica e sola conferma alla famigerata profezia delle scuole primarie: “signora, suo figlio è intelligente, ma non si applica”. Mai a nessuno che onestamente si dicesse “Signora cara… per impegnarsi suo figlio s’impegna… ma è che è proprio coglione, ed il suo un quoziente intellettivo a malapena gli consentirebbe la deambulazione”. Eppure così ce ne sono, sennò come si spiegherebbero i dati auditel!
Il sole mattutino ha un’altra controindicazione: non mente quando devi fare i conti con lo specchio; la tua faccia è lì, inondata tutta delle stesse frequenze luminose… sarà molto più difficile, oggi, far rientrare questa nuova ruga nel novero di quelle “d’espressione”.
Fidandomi più delle rimembranze tattili, stante temporanea semicecità, accendo la macchina del caffè, pulsante verde, apro il frigo: il mio ritmo sonno-veglia è più ingarbugliato del cubo di rubik, ingerisco 4000 kcalorie giornaliere in ordine tale da suscitare attacchi di panico anche ai dietologi più duttili, non ho rapporti sentimentali stabili tranne l’odio per chi ho amato, non disdegno alcolici né il fumo vanigliato di qualche sigaro; salvo poi pretendere l’espiazione dei miei peccati con 10 cl di fermenti lattici più sopravvissuti che vivi… solo che, cristo, ‘sta mattina sono rimasti solo quelli alla fragola… cioè dai… alla fragola… capisco alla pesca, all’ananas, all’albicocca, alle more, alla papaja, persino alla pappa reale, ma alla fragola…
Butto giù tutto d’un colpo, a torso nudo, come quelli della pubblicità; poi uno spiffero minaccioso consiglia la maglia della salute e la fine del mio minuto privato di celebrità.
Pulsante giallo, il caffè esce, lento, così come i primi interrogativi, vecchi, del nuovo giorno: con o senza zucchero? Dolcevita o camicia? Quando mi si presenterà l’estratto conto del mio credito con la vita?
Vista l’escalation delle domande ritengo opportuno aggiungere una zolletta di zucchero in più.
Mi faccio scorrere qualche litro d’acqua sopra, tiepida, nella speranza di sciogliere tensioni muscolari e grovigli di pensieri; appurata l’inefficacia del metodo, mi cospargo di crema al Q10 per mantenere il coefficiente elastico della pelle (lo hanno detto alla televisione) e spazzolo i denti con movimento ondulo-sussultorio (lo ha detto mio zio).
Non cedo all’ultimo ammiccamento del piumone ancora caldo solo perché ho la barba troppo al punto giusto per restare a casa; quella di tre giorni, che sembra abbandonata lì, al caso di un disordine perfetto.
Ho già fatto benzina? Torno a casa o pranzo fuori? Miles Davis o Charlie Parker? I propri istinti e le proprie passioni giustificano sempre ciò che di sé si lascia per strada?
Inforco il carisma e il sintomatico mistero dei miei occhiali da sole simulando fascinosa fretta.
La macchina parte, l’autoradio canta… Il solito asfalto, che non dimentica di ricordare, le solite curve, che non ricordano di dimenticare, il solito semaforo, rosso, sempre quello, sempre rosso…
Le note di Lou Reed si beffano di me… Perfect Day…


Orbite

Pensavo, ‘sta notte
(ché io tutte notti penso tutta notte…)
Ma quanto forte bisogna lanciare un pensiero che ritorna perché non ritorni?
Non basta mica scostarlo,
certo che no
Non basta mica spingerlo via,
certo che neppure
Abbisogna proprio d’essergli tirato forte un calc’in culo
ma spesso nemmeno basta
Cioè un calcio forte quanto forte?
Una sbombata
come al pallone SuperTele o Tango
come tirasse Roberto Carlos
contro la Francia
il 3 giugno 1997
Di una potenza di centinaia di milioni di Newton,
o erano Joule,
o erano Hertz…
cioè, insomma,
Isaac, James Prescott, Heinrich Rudolf,
datemi una mano tutti tutt’insieme,
tutte unite unità senza misura
Che, secondo me, uno che scopre una cosa che già c’era
e le dà il suo nome mica è poi così giusto
Bisogna tirar forte un calc’in culo, dicevovi,
fino a che vada così in su
che su di esso
pensiero
più non eserciti forza la gravità terrestre
Ma se poi senza gravità mi diventa leggero,
il pensiero,
allora, ho pensato trai pensieri,
‘sto pensiero magari lo rivoglio, rivorrei perlomeno
Eh, ma… dove vado per le galassie a cercarlo,
se poi magari chissà su quale asteroide si è disintegrato
o buco nero si è precipitato risucchiato,
ché tutto sugge il buco nero,
come portentosa donna universale
che compie di tutto sesso orale
Ecco… e se poi?
Non mi decido mai cosa volere
Voglio solo quello che manca
Pensavo ‘sta notte
(ché io tutte notti penso tutta notte…)


Duemilaquattordici. Gli auguri di un granchio

Duemilaquattordici.
Due. Zero. Uno. Quattro.
2… 0… 1… 4… : serie numerica da quiz d’ingresso nello scempio delle nostre università a numero chiuso, sezione logico-matematica.
2, 0, 1, 4, … : quattro/quinti di scala a terra al poker texano, aspettando il river.
2.0 e 1.4: nuove motorizzazioni per il prossimo acquisto a quattroruote.
2-0, 1-4: vincere in casa ed in trasferta, è così che si vince lo scudetto.
E vorrebbero farci credere che questo è il Tempo?
Ma per favore… cerchiamo d’esser seri!
Tempo quale? Tempo cosa? Tempo ché?
Ma per carità…
Si ha fretta solo se si è nel posto sbagliato.
Non è mai tardi se nessuno ci aspetta.
Il tempo, in fondo, è solo il modo di percorrere gli spazi.
Provate a chiedere “che ore sono” ad una seppia e ad un anemone, ad un gambero e ad un granchio.
“Signora Seppia, chiedo perdono, che ore sono?”; la seppia è una donna elegante ed ambiziosa, cangiante e volubile, che confonde di nero e sparisce. “E’ troppo tardi”, ti risponderà, e solleticando il mare con le pieghe della sua gonna, ti lascerà l’inchiostro per scrivere i tuoi ghirigori.
Chiedetelo all’Anemone di mare, fermo al suo scoglio, viscido playboy di dubbio gusto; non ha mai fatto i conti con l’eccedenza dei possibili, aspetta nient’altro che ciò che passa. “E’ ancora presto”, ghignerà, sommergendo di tentacoli e rassicurante noia la prossima preda.
Chiedetelo al Gambero rosso; timido, sfuggente, misoneista. “Era ora”, farà, e poi saltellerà all’indietro, come per riprendersi qualcosa lasciata per strada: le lacrime mostrate, per esempio; non i regali che ha fatto, né le ingenuità dell’amore, né le energie di giovinezza.
E poi domandatelo al Granchio, assopito al destino di sfogliare il mondo senza poter mai andare avanti; nel suo incedere laterale lo stesso orizzonte di un viaggiatore al finestrino del treno: lo sguardo fermo sul tutto che scorre. “Tutto scorre”, ti dirà. “Tutto scorre, nulla passa”, penserà.
Che voi siate crostacei, molluschi, colorati coralli di superficie o pallide creature degli abissi…
Buon Anno.
Possiate trovare in questo tempo un tempo in cui di tempo non abbiate bisogno.


È Natale

Non c’è abbastanza neve
ché possa essere candore prima di sciogliersi.
Luci blu e capelli d’argento
scivolano il profilo della piazza del centro.
Aneliti d’anima vestiti di fiato
si trascinano e condensano nell’aria.
Nascosti dietro ai baveri alzati
cacciatori senz’armi
di un altro regalo da non dare.
Avvolti in abitudini e shetland
passanti infeltriti,
senz’altro orizzonte del guardo
che il pavé dove scricchiolerà il prossimo passo.
Ciondolano addobbi di strani alberi genealogici:
sono padri e mariti
di speranze invecchiate alla fermata del 13
e solitudini fedeli,
sono madri e spose
di figli avuti in prestito al tavolo verde del destino
e del loro ricordo,
sono figli
di amori che lasciano incinti per sempre
di qualcosa che non nascerà.
Natale.
Suona una nenia
resa metallo dai nostri anfratti umidi.


Santa Claus main post office. 96930 Arctic circle. Finlandia

S’avvicina il venticinque, e tutti giù a scriver lettere…
Ho visto il cinico
chiedere a Babbo Natale una giacca di renna.
Ho visto il sadico
chiedergli la consegna del pacco, per mezzanotte in punto, presso Greenwich, Roma, Cape Town, Mosca, Abu Dabi, Islamabad, Jakarta, Pechino e Sidney.
Ho visto l’ottimista
chiedere un set di bicchieri mezzi pieni.
Ed il pessimista berci sopra.
Ho visto l’ansioso
inviare la letterina con corriere, posta prioritaria e ricevuta di ritorno.
Ho visto l’integralista
richiedere un pacco bomba.
Ho visto un bipolare ignorante
mandare una lettera in Artide ed una in Antardite.
Ho visto la femminista
esigere delle quote rosa per la fabbrica in Lapponia.
Ho visto lo stoico
iniziare ogni lettera con “Anche per quest’anno…”.
E l’epicureo
finire ogni lettera con “, per piacere.”.
Ho visto lo scettico
scriverla a matita e consegnarla a mano.
Ho visto il feticista
chiedere la calza anche a Santa Claus.
Ho visto il tradizionalista
mandare un piccione viaggiatore chiedendo un pc.
Ed il progressista
mandare una mail chiedendo un piccione.
Ho visto un genio tossicomane
scrivere una lampada e poi sfregare la lettera.
Ho visto un alcolista anonimo
dimenticarsi il mittente.
Ho visto il surrealista
inviarsi.
Ho visto il filantropo
rassegnare la lettera di dimissioni.
Ho visto l’europeista
inviare il pagamento in moneta unica.
E l’italiano medio
inviarlo in unica moneta.

La crisi, per fortuna: quest’anno, Babbo Natale, slitta.