Archivio dell'autore: michele fiore

E senza fame e senza sete

Migliaia di capocchie di spilli illuminate da qualche fascio di luce ai piedi di un palco. Altre migliaia intorno. O sui gradoni della chiesa di San Petronio a mescolare profano al sacro nel dubbio che distinzione valga la pena.
Fa nulla che non siano accendini quelle fiammelle di pixel che ci si muovono sopra.
Fa nulla che sgridi l’attesa per indovinare il prossimo pezzo prima degli altri ché tanto tutti lo sanno prima del primo tasto di pianoforte.
Fa nulla che da domani… ci penseremo domani.
Questa notte è volere bene e chiedere scusa disordinatamente.
Era stato un giorno strano, a 7 anni e un giorno esatti da un altro giorno strano.
L’ultimo treno senza passare per la stazione. O forse sì.
Questo mio enorme cuore tra le stelle. O quel che ne rimane, dei miei atri e di quegli astri.
Restiamo ancora un po’, senza dire parole.
Alle 00.20 c’erano 32 gradi. Ma ci aveva già pensato la donna cannone sotto il suo panama bianco, a scioglierci.
Restiamo ancora un po’: dalle porte della notte il giorno si bloccherà.


Sala scommesse

Parcheggio agile occupando un po’ più della porzione di carreggiata a disposizione. Assicuro la mia posizione sul bordo del codice stradale tirando su il freno a mano con fierezza mascolina. Scivolo su gagliardo. Mi chiudo lo sportello alle spalle con veemenza. Espiro sfiatando prepotenza. Spingo dove dice tirare. Correggo il tiro contrariato ed entro in uno dei peggiori centri scommesse di Caracas (vabbe’… non proprio Caracas). Gioco il mio pronostico.
In bella mostra accanto alla tv al plasma tre fogli A4 nastrati al muro descrivono fermamente i divieti del caso: divieto d’accesso ai non soci, divieto di fumo, divieto di giocata per i minorenni; elusi nell’ordine in 4 primi e 37. Di fronte uno sparuto gruppo occhi e orecchi quasi dentro lo schermo mentre la partita entra nel vivo. I commenti di matrice rigorosamente tecnico-tattica si sprecano. La tensione è palpabile. La tenzone probabile.
Dalla porticina secondaria della saletta slot, il rumore tintinnante delle monetine che cadono giù da un videopoker. Il giocatore doveva essere stato molto fortunato, e la vincita corposa, se il tintinnio si protraeva per più tempo rompendo l’idillio dell’erudita platea, che iniziava a rumoreggiava infastidita. Dall’ultima fila, all’improvviso, si leva la magia: “Llenne la suoneria!!!”.
Adoro.


Trai fogli rimasti

Scrivo la bella copia delle mie paure.
Vivo la brutta copia della mia immaginazione.

E intanto strappo giorni come fossero carta
Affidandoli al fuoco ch’entro mi arde e disegna
Pensando a quale forma di vanità affidare i miei resti.


La casa editrice

– Sì, pronto!?!
– Buongiorno. Parlo con Michele Fiore?
– Sì, mi dica.
– Siamo della casa editrice XXXXXXX, le arrechiamo disturbo?
– Ehm… no, affatto…
– Bene. Abbiamo letto con attenzione un suo elaborato. Se mi posso permettere, da quanto tempo scrive? Ha già all’attivo pubblicazioni?
– Con le case editrici ho un rapporto controverso, e sono fondamentalmente pigro. Scrivo prevalentemente per me. Ho realizzato qualche monologo. Da qualche anno mi servo anche di un piccolo blog: https://michelefiore.me/.
– Volevo dirle che abbiamo valutato in maniera molto positiva un suo elaborato. Anzitutto le faccio i miei personalissimi complimenti: lei ha un modo di scrivere davvero molto particolare e originale. La sua penna denota acume ed il suo stile è davvero molto, molto singolare. Per ciò stesso mi faccio portatrice di una proposta da sottoporle: lei è stato inserito, previa stringente selezione, nel novero di 13 autori che concorreranno a formare un’antologia poetica con 7 elaborati ciascuno. L’antologia verrà distribuita su scala nazionale sia in cartaceo che in formato e-book su varie piattaforme.
-Ehm… ma… diritti d’autore? Compenso?
– I diritti d’autore resteranno ovviamente suoi. Il compenso da girare all’autore sarà da valutare, probabilmente tra il 4% e il 6% delle vendite.
– Ammirevole (da sudarvi il culo, proprio -sottovoce-)
– E lei dovrebbe corrisponderci una tantum, a titolo di contributo di pubblicazione, 250 euro.
– Niente di meno… e, di grazia, se b’era fattu schifuallucazzu?
– Mi scusi?!?
– Ehm…


In concessionaria

– Prego, s’accomodi. Dunque, signor Fiore, la vettura accessoriata di serie, da listino, verrebbe 24.000 euro ipt esclusa. A cui bisognerebbe aggiungerne 2.500 per l’allestimento che ha scelto. Avrebbe una vettura da rottamare?
– Una fiat tempra, eventualmente.
– Anno?
– Non lo so, ma A.C., comunque.
– Vecchiotta.
– Esperta, direi.
– Bene. Consegnando la sua vecchia autovettura potremmo arrivare a decurtare 1.000 euro dal totale.
– Scusi? 1.000 euro? Ma ticceshtapparlamu?* Cioè ma… dico… lei ha la più pallida idea di cosa sia successo in questa macchina? Può lontanamente immaginare cosa hanno visto questi sedili? Cosa hanno riflettuto questi specchietti? Quante bocche ha ascoltato questa tappezzeria? Quante emozioni umide hanno asciugato questi tergicristalli? Quanta violenza ha sopportato questo cruscotto? Quanta vita ha calpestato il battistrada?
No, dico, tu, con cravatta regimental, matishtarendicontu?!?**
E sbattendo con veemenza lo sportello m’incamminai verso nuove mirabolanti avventure stradali…

N.B. traduzione letterale per i non indigeni:
* su quale tesi argomentativa poggia il nostro confronto dialogico?
** è in grado di asserire d’averne piena contezza?!?


Le ferrovie del signore sono infinite

Lecce-Milano-Bologna-Padova-Bologna-Lecce. In 7 giorni.
Ho capito che le ferrovie dello Stato usano l’aria condizionata come arma di distruzione di massa. E condivido.
Gli agenti atmosferici hanno saputo: ho preso litri d’afa e poi litri d’acqua.
Ho visto quartieri interi a forma di cinesi. Che vendevano tutto, anche di notte. E italiani che compravano tutto in grosse buste, anche di notte. E altri italiani che compravano poi, di giorno, da negozi di lusso made in italy che avevano comprato la notte prima dai cinesi.
Ho mangiato sushi.
Ho comprato una maglia che mi fa figo come quando lo ero e un puzzle completamente bianco.
Ho trovato per strada una signora di centoventi chili in carrozzina che voleva essere riportata a casa dove erano rimasti il marito e la badante.
Ho visto migliaia di avvocati -qualcuno meno- in pausa pranzo al Duomo con al collo nodi così grandi e stretti che potevano solo ingerire frullati.
Ho fatto finta di dormire in treno per sfuggire alla logorrea di una nonnina troppo in forma per me. Ed al dramma sussurrato di una donna più giovane e triste ché il figlio, poverino, dopo aver studiato filosofia era finito a fare il bancario a stipendio fisso al posto del padre.
Ho visto il Bologna tornare in serie A.
Ho visto reggiseni in disuso sotto canotte di cotone leggero. Che va bene così. E le nudità del Nettuno non cedere, stoiche, al proprio riposo.
Ho riconosciuto un mendicante barbuto sul quale questi anni hanno avuto molta meno incidenza che su di me.
-Ti trovo bene-, gli ho detto, e lui mi ha fatto cenno di aspettare un attimo che era al cellulare.
Sono passato dall’università per vedere quanti professori fossero morti, intanto. Non abbastanza.
Ho visto una donna in overdose morire a due metri dall’aperitivo.
Ho mangiato in una libreria col pianoforte.
Ho bevuto birra normale. Si chiamava così.
Ho visto la mostra di Escher, quello che disegna un sacco di scale che non si sa dove portino ed un sacco d’altre cose che non si sa dove vadano. Non è vero: sono un coglione perché non l’ho vista. Ma c’era.
Ho ascoltato un cantautore sparso in piazza che pare conosca la forma del mondo. E secondo me ha ragione lui.
Ho rivisto “Forrest Gump”, e mi fa piangere ancora grossi magoni senza lacrime pronti a sciogliersi dovessi parlare.
Ho disegnato coi pastelli a cera con un mio amico di un anno e mezzo, che non ci disegnavo da mille e mille anni. E sono più bravo io di lui!
Ho incrociato un poeta, vero dice lui ed io sarei anche d’accordo, sul binario quattordici.
C’è qualcosa di più banale di un poeta che aspetta un treno?
Mi ha lasciato il suo numero dietro lo scontrino di una farmacia. Aveva appena comprato il malox.
C’è qualcosa di più banale di un poeta che aspetta un treno: un poeta che aspetta un treno col malox in borsa.
Ho trascinato bagagli, e riposto pensieri da viaggio nei calzini sudati.
Ho occupato il mio posto stampato su carta, solo per un po’, ché io non so mai, davvero, qual è il posto che ho.


Millemila lune (almeno)

Ma quante pause da sé possono prendersi, esattamente, senza morire?
E quali pezzi si devono soffocare per sopravvivere?

E quanto uno può divenire senza rinunciarsi?

E di che colore sono le ore che mancano al mattino?

E quanto conta chiedersi scusa?
Se sapessi suonare il sax me ne andrei sopra la più vecchia luna e starei lì a suonare per tutti i cani e gli astronauti di passaggio.
Poggerei un cappello ai miei piedi,
se lo trovo, di paglia
e non farei metterci nessuna moneta,
ma solo delle cose da buttare che non facciano rumore.
E terrei la bocca così piena di fiato da non potermi fare domande, più.
Suonerei finché ce ne sarà bisogno. Ché ce n’è bisogno. Di suonare per far piangere chi piangere non sa.
Ce n’è bisogno di piangere perché ti si dica “è tutto a posto” uno che si trovi lì.
E che ti asciughi e ti lasci il suo fazzoletto e voli via di nuovo,
ché ci son millemila lune almeno (ma credo di più) con concerti di notte sopra uomini da asciugare.


La dura vita degli scrittori normali (racconto breve)

-Ma chi è quel tipo strano con quella corona d’alloro in testa? Si è laureato un bel po’ fuori corso…-

Al Caffè Letterario io ero solito prendere il mio caffè corretto con grappa barricata ed una punta di zucchero di canna, ogni giorno all’ora del tè.
Il mio bioritmo era ubriaco dai tempi dell’università, e quel posto era l’unica cosa che trovavo aperta ogni volta che le mie terga avevano bisogno d’uno sgabello e la mia gola di qualcosa di caldo.
Il Caffè Letterario era gestito da Mario, un ex scaricatore di porto che aveva preso la terza media alle scuole serali a cui il padre, Giuseppe Letterario, aveva lasciato in eredità quel bancone, tre macchinette videopoker e la manciata di clienti affezionatissimi abbandonati su quel lastrico opaco da mogli e datori di lavoro.

Quel giorno però lo strano signore d’alloro crinito era appena sceso da un taxi giallo fiammante porgendo al conducente, barba lunga, aspetto demoniaco ed occhi di bragia, quanto richiesto dal tassametro in monete da due euro.
-Ciao Caro’, ti squillo tra un po’. Dio t’assita!- disse con un’invocazione non troppo dissimile, nei toni, a una bestemmia, brandendo uno smartphone di ultima generazione.
E mentre il losco figuro lasciava buona parte del retrotreno sull’asfalto di via della Speranza, il singolare passeggero entrò senza salutare, ordinò due negroni e scartò un pacco di toscani appena sotto il cartello “no smoking”.
-Pago io, Virgi’, non fare troppe commedie- fece fermando con un cenno l’uomo che lo aspettava al tavolo appena questi accennò ad alzarsi.
-Quello delle commedie qui sei tu…- rispose l’uomo riguadagnando cauto la seduta mentre si accompagnava un rene -per quanto divine, intendiamoci!-
Non potevo crederci: era lui.
Seduto in quel bar del centro con poca luce, il poeta più luminoso che la letteratura d’ogni tempo avesse conosciuto, il geniale esecutore dei canti più straordinari mai letti, il padre del meraviglioso idioma che volgare modernità minaccia.
Ed io seduto lì, con una tazzina ed un taccuino vuoti a implorare ispirazione. Ad un palmo dal suo naso. Metaforicamente. Che dato la prominenza del suo setto non è che avrebbe significato tutta ‘sta vicinanza.
Ne avevo appena compiuti trentatré, e non parlo di canti.
E non pensavo nemmeno che, nei due anni che mancavano al mezzo del cammin, potessi inventarmi chissà cosa.
Io ero uno scrittorino in attesa dell’editore che ricercasse il talento che sapevo di non avere, ma che magari fosse vittima d’una fortunata svista. Da una vita inseguendo il romanzo perfetto, tutti i giorni a rincorrerlo nelle stesse vie, sulle stesse spiagge, negli stessi ricordi, sullo stesso tavolino, dentro lo stesso caffè corretto.
Senza mai trovare altro che bozze balbuzienti, bic mordicchiate e pagine accartocciate vicino alle mie gazzelle grigie, che non correvano più.
M’alzai. Di scatto. Iracondo pronto ad offrire candidatura al quinto cerchio. I resti della mia penna stretti nella mano che delle due non colpì con furia il tavolino. Il frangersi della tazzina non fece in tempo a far rumore…
-E ora dimmelo, ti prego: come hai fatto tu, Alighieri, a fare quella cosa che hai fatto?!?-
-Ma smettila…- disse lui sufficiente mentre schiacciava pulsanti a caso al videopoker.
-Cioè ma… ti rendi conto di quanto è difficile scrivere cose che sembrino geniali, o anche soltanto belle, dopo quella cosa che ti sei inventata tu? No ma, dico, lo sai che casino hai fatto tra tutti noialtri che si scrive, tra tutti i poeti dopo di te Poeta? Non ti viene vertigine a star così in alto?
Non ti girava la testa a girare gironi?-
– Ma fammi il piacere… gli unici gironi che mi interessano sono quelli di europa league, ché quest’anno la viola vince!-
-E Beatrice che dice?- incalzai- Hai idea che invidia le altre? Non potevi scrivere cose così, come tutti… Io impazzisco se so come hai messo in riga i numeri a forma di parole. Se so come hai parlato tu della morte. E tu dell’amore.-
Lo schermo infilò quattro donne ed un nugolo di monete tintinnò fuori dal videopoker.
– Quattro donne… altro che Beatrice, ragazzo: si deve andare sulla quantità!-
– Va’ all’inferno!- sbottai facendo attenzione a mettere al posto giusto l’apostrofo.
– Ma che tu dici, bischero? L’inferno non esiste…-
– Come non esiste? Se lo hai inventato tu! E non fare il modesto, ché sarebbe di pessimo gusto!-
Lui s’alzo, cambiò le monetine, pagò il mio caffè corretto, prese due gratta e vinci.
-Ed ora dimmi- provai ancora io per rallentare il commiato – per tutto ciò che hai fatto a noi scrittori normali, quale sarebbe il contrappasso che tu meriti?-
Mi strappò dalle mani il taccuino in cui si inseguivano i miei pochi appunti potabili e i miei innumerevoli dubbi…
-Leggerti- sentenziò guadagnando l’uscita col compagno di bevute.
Il tassista appena allertato passò alitando imprecazioni e cognac, e qualche sportello sbatté poco prima che il traffico lento dell’ora di punta inghiottisse i tre.


Mediterraneo

Ogni bambino che muore è un fiore che non sboccerà.
Penso che ancora a più della metà dei nati non sia riservata la possibilità di esistere.
Penso alla beffa di un genio che nessuno mai saprà.
Penso al quieto riparo della nostra responsabilità.
Penso alla tempestosa via di fuga,
tra le braccia provate di una madre.
Fuggire.
Da ciò che non hai, da ciò che non sarai.
Fuggivano senza sapere quegl’occhi di bambino,
nell’iride ultima istantanea impressa,
sottratti da un’onda al destino monco nelle proprie terre.


In-espresso

Quando ero all’università tornavo spesso a casa in treno di notte.
Era un ritorno sgombero, leggero: un ritorno di valigie e borsoni semivuoti che tutti i tuoi duecentrotrentasei parenti avrebbero contribuito a riempire di vasetti sottovuoto alla ripartenza. Dopo quelle traversate L5-S1 non sarà più per me una coordinata per la battaglia navale.
La stazione di Bologna aveva luci gialle e palpebre socchiuse. Il bigliettaio allo sportello non parlava mai e non aveva mai fretta. Il bigliettaio allo sportello si divertiva a guardare la fretta degli altri.
-Un biglietto per Lecce. Carta verde-
Dopo il sottopassaggio buio si apriva il binario 14. Ancora più buio. La macchinetta obliterava con un gracchio rassicurante quando l’espresso delle 22.32 era quasi in partenza. Già stanco.
Stando attento ad evitare personaggi troppo più loschi di me sceglievo con cura lo scomparto che avesse qualche remota possibilità di non ospitare la scabbia. Spingendo la maniglia color ottone scastravo con colpi ben assestati le valigie dalla porta, ritrovandomi per il contraccolpo tra le braccia di una vecchia o del suo cane, ed issavo il bagaglio in alto provandone con generose pacche la resistenza in equilibrio.
Poi mi sedevo sul comodo similpelle marrone in direzione di marcia. Più che la studentessa carina che avevo adocchiato, e che sarebbe scesa tra Forlì e, al limite, Rimini, m’avrebbe accompagnato il simpatico odore dei calzettoni mensili di lana grezza del compagno di scompartimento che aveva deciso di liberare dalle sue scarpe sé e svariati altri esseri del regno animale. E che non scenderà, manco a dirsi, prima di Fasano.
Per cercare di far correre il tempo più del treno, ero solito portare con me un paio di succhi alla pesca o al luppolo, un tubo di pringles ed uno di ringo, la gazzetta dello sport e un mensile, tipo men’s health, di quelli che dicono che bastano cinque minuti di crunch al giorno per addominali da urlo e come far godere lei con 5 trucchi (è incredibile cosa possa fare una trousse!).
Ma siccome qualcuno chiedeva immancabilmente la cortesia di spegnere la luce, il 50% del mio potenziale veniva puntualmente annientato: la gazzetta al buio non credo sia rosa e la tecnica di quegli addominali miracolosi mi sarebbe restata per sempre preclusa.
Così mi ritrovavo attaccato ai tubi, solitamente già prima della partenza, nonostante mi sia più volte riproposto di centellinare le porzioni per intermezzare di gusto il viaggio. Il solo freno era rappresentato dall’imbarazzo della croccantezza dello snack a forma di patata che cercavo di smorzare attraverso qualsiasi evoluzione dei -dice- 43 muscoli facciali. Fortunatamente il signore di cui sopra, caduto in catalessi, avrebbe presto coperto i miei decibel intimiditi con i suoi torniti ronfi notturni.
Faenza, stazione di Faenza.
Sta di fatto che, dopo circa mezz’ora di viaggio, non restava che attaccarmi ad un paio di cuffie auricolari e ad una vecchia radio fm provando ad indovinare i pezzi in musica che dribblavano interferenze e scansavano gallerie.
Pesaro, stazione di Pesaro.
Nel disagio ennesimo di aver saputo bloccato il finestrino unico, provavo a farmi strada tra gli arti distesi degli altri occupanti per guadagnare uno dei seggiolini estraibili dell’angusto corridoio.
Ancona, stazione di Ancona.
Spesso l’unico diversivo, mentre i secondi si travestivano da ore, era la ricerca di un cesso non guasto per poi provare a centrare il wc mentre venivo sbattuto in alternanza verso le 3 o 4 pareti della camera iperbarica da piscio, che tali erano le sollecitazioni del treno in corsa che mi sentivo come uno che si era appena abbassato le mutande sul tagadà.
Pescara, altro giro, altra corsa.
Dopo aver ritrovato il mio vagone ed aver fatto ritorno nel mio scompartimento, ormai completamente deossigenato, riuscivo ad addormentarmi, o più probabilmente a perdere conoscenza, nell’ultima ora di buio.
San Severo, stazione di San Severo.
Quando arrivi in Puglia sei a metà del viaggio. Meno, con quell’Espresso: con i suoi tempi geologici, percorreva le rotaie adriatiche fermandosi in qualunque punto di qualunque posto: capoluoghi, città, paesi, paesini, paesotti, masserie, rioni; anche case, credo. Con lo stesso rumore sincopato che ti resterà nelle orecchie per tutta la permanenza al tuo paesello.
Ma poco più giù di quel dormiveglia la gioia immensa di aprire gli occhi e riscoprirsi in Puglia è riassunta in un fotogramma: la distesa sterminata di ulivi nella cornice del finestrino di quel lentissimo Espresso, che scorrevano nel loro incedere laterale a perdita d’occhio,
sotto tonalità d’azzurro che avevi dimenticato potesse essere e sopra una terra d’un rosso ch’è la vita che ora non ti sfugge.
Quella insopportabile lentezza che sfregava le rotaie adesso ti pare di volerla ancora più lenta.
Tra quei rami un’arancia di sole irradiava l’immensa energia delle sue prime ore, dentro ai tronchi, dietro i muretti a secco, sopra scorci di blu e piccole barche.
Che ti veniva da piangere e da ridere, e da ringraziare.
Non avevi bisogno di cartelli stradali: eri a casa.
Loro erano sempre lì: secolari come un monumento, pregni di storia, robusti, fieri.
E sempre i primi a darmi il benvenuto.
(Ora pare ce li portino via. Spogliandoli. Spogliandoci. Pare che una folle corsa li porterà con sé. Ed io non so dove. Pare che il sole dovrà trovarsi altri profili da disegnare. Ed io non so perché)