Archivio dell'autore: michele fiore

Azikiwe

“Thank you all. Grazie, Mimmo.”
Biascicò poche parole Azikiwe.
Il discorso più breve mai pronunciato alla consegna di un Nobel.
Azikiwe doveva aver scoperto poco tempo prima qualcosa che avesse a che fare con le cellule tumorali. La sua ricerca pare stesse dando frutti così buoni che anche la medicina tradizionale aveva preferito inserirli nella sua dieta.
Azikiwe aveva messo in fila quarantaquattro anni, senza resto, la sua balbuzie aveva imparato l’italiano e poi l’inglese molto tempo prima, ma l’emozione non gli concesse di poter andare oltre quel misero ringraziamento, seppur la faccia scura lo tenesse al riparo da ogni ipotesi manifesta di rossore.
L’avete mai visto, voi, un nero che arrossisce? E un giapponese vecchio? Un giapponese vecchio forse sì, ogni tanto. Ma un nero che arrossisce no, mai. Come se a nessuno importasse se un nero possa o meno essere timido. Io la timidezza mi piace, per esempio. Ci ho scritto una cosa, sulla timidezza, che il titolo era “Apologia della timidezza” ed il testo non c’era. Cioè… geniale, no? L’avete capita? No? Il foglio bianco… La timidezza…
Vabbè; non vinsi nessun premio comunque, con ”Apologia della timidezza”. Ma i posteri… se i posteri sapranno… C’è anche un Nobel per la letteratura, no?!?
A Sully Prudhomme “in riconoscimento della sua composizione poetica, che dà prova di un alto idealismo, perfezione artistica ed una rara combinazione di qualità tra cuore ed intelletto”.
A Giosuè Carducci “non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”.
A George Bernard Shaw “per il suo lavoro intriso di idealismo ed umanità, la cui satira stimolante è spesso infusa di una poetica di singolare bellezza”.
A Luigi Pirandello “per il suo coraggio e l’ingegnosa ripresentazione dell’arte drammatica e teatrale”.
Ad Hermann Hesse “per la sua forte ispirazione letteraria coraggiosa e penetrante esempio classico di ideali filantropici ed alta qualità di stile”.
Ad Ernest Miller Hemingway “per la sua maestria nell’arte narrativa, recentemente dimostrata con Il vecchio e il mare e per l’influenza che ha esercitato sullo stile contemporaneo”.
A Pablo Neruda “per una poesia che con l’azione di una forza elementare porta vivo il destino ed i sogni del continente”.
A Michele Fiore “perché è timido”.
Azikiwe portò il suo metro e novanta incerto lontano dal Konsethuset di Stoccolma, senza dispensare troppi sorrisi. Evitò con cura i flash e la serata preparata in suo onore per poter rientrare presto a casa. Candele, luci sul mare, un’orchestra pronta a ricamare sulle onde del Baltico, donne vestite della propria grazia, uomini vestiti delle proprie donne.
Clima troppo freddo per un negro, si giustificò.

La sua vita era fatta di giustificazioni: anche quando ebbe il primo dei tre figli dovette presentarsi a casa della compagna, in Salento, a Diso, per provare a manifestare le buone intenzioni alla famiglia di lei, visto che la pelle ebano del primogenito avrebbe reso perlomeno dubbio qualsiasi tentativo di “nonsonostatoio”.
C’è un modo, l’unico, per far capire ad una famiglia del sud che si abbiano delle intenzioni serie, aldilà poi del fatto che il candidato provenga da un sud che è molto più sud, in questa iperbolica sopravvalutazione dei punti cardinali: sedersi a tavola e dimostrare di gradire. Solo che se si gradisce una volta si è impegnati per sempre: non conta nulla che sia la firma di un testimone, o di due, quattro, otto, sedici, al cospetto di un’avventura da commensale al sud. Succede così: si perdono i sensi a tavola, s’abbassa il grado d’intendere, ed è fatta. L’hai voluto tu, senza volere. Tutta quella famiglia sarà la tua famiglia. Tutta. Ma proprio tutta: fino al secondo grado ci dovrai mangiare ogni domenica, fino al terzo grado ad ogni festa comandata, fino al quarto ad ogni compleanno, fino all’ottavo ad ogni matrimonio.
Azikiwe, però, era felice. Dalmar, si chiamò quel bimbo mulatto che gli riempì le braccia e la vita. Gli occhi di profondità troppo azzurre per poterci guardare dentro senza saper nuotare. E poi Gaia e Gioia. Sempre alla stessa tavola. Coperta di sapori di sponde mediterranee diverse. Immersa in colori che sensi d’altre latitudini non avrebbero potuto concedersi.
Solo una cosa Azikiwe non sopportava, di quel suo nuovo sud: la voce del mare.
“Andateci voi. Io ascolto i grilli. E finisco l’anguria.”
Ascoltare i grilli nelle notti d’Estate in Puglia è qualcosa che nessun corso di mindfulness, nessuna campana tibetana e nessuna seduta di training autogeno potrà pareggiare.
Ad Azikiwe piaceva ascoltare.
I grilli, le domande dei figli, le richieste dei pazienti.
I grilli, le domande dei figli, le richieste dei pazienti.
“Perché, papà, non ti piace il mare?”
I grilli, le richieste dei pazienti.
Pochi anni prima di conoscere la madre dei suoi figli, Azikiwe aveva frequentato un’ex compagna di corso poco frequentante con la quale si era unito in matrimonio. O meglio si era semplicemente unito, perché, non sapendo i due a qual credo credere, preferirono godere delle proprie nudità senza formalizzare l’atto.
Rosa era la figlia di un noto pescatore di zona, ribattezzata da quelli del porto “Rosa dei venti” più per una certa predisposizione al sesso di gruppo che per il vecchio sapere del padre, si vociferava.
Le stesse voci di corridoio, che diventarono poderosi sussurri di piazza, dicevano che la procace giovane volesse appurare quanto si diceva sulle generose attitudini sessuali dei figli di mamma Africa, dopo aver, pare, cercato conferma empirica della stessa leggenda metropolitana che De Andre’ cantava che qualcuno narrava dei nani. Lei, sua ascoltatrice devota.
Sta di fatto che, tra loro, amore, musica e parole durarono solo un paio di stagioni sinfoniche: pare che lui trovò la promessa (non necessariamente) sposa a letto con uno di Oslo periferia. Addirittura. Che fanculo a tutte le leggende.
Però, pensavo: ci pensate a quanto siano razzisti i nostri pensieri? Prima che vengano edulcorati per non correre rischi di stigma sociale, perlomeno. C’è, in fondo, un pensiero che non operi dei distinguo su base cromatica? C’è un ambito in cui non ci sia contaminazione?
Per sentirci al riparo, qualche ripetente della Crusca ci ha suggerito l’adozione di consoni artifici linguistici. Più facile a farsi che a dirsi. A volte, perché tutto sia così candidamente politically correct, basta togliere una lettera, persino: Negro. Nero.
Meraviglioso: togli una sola, minuscola, consonate e sei platealmente inattaccabile. Basta togliere la “g”. Che detto tra noi nemmeno mi piace tanto, alla fine: ha la forma flaccida, il suono goffo…
Però, poi, ripensavo: quanto, esattamente, dev’essere nero un nero perché possa parlarsi di extracomunitario? È una questione di contrasto, di saturazione del colore, di post produzione?
Per uscire univocamente dall’impasse, comunque, è considerato risolutivo sostituire all’attributo “nero” l’inciso “di colore”: un negro è di colore. Un bianco no. E un giallo? Un azzurro? I puffi? Occazzo: ho detto negro… scusate!!! Ma io non sono mica razzista: io ascolto jazz e ho tutta la discografia di Miles Davis e John Coltrane! Mi sento assai blues sotto la doccia e quando guido canto Aretha e Otis Redding…
“Sittin’ in the morning sun
I’ll be sittin’ when the evening comes
Watching the ships roll in
Then I watch them roll away again, yeah
I’m sittin’ on the dock of the bay
Watchin’ the tide roll away… “
Ah… ma quindi dici che è perché i neri in America sono un po’ meno neri che i neri in Africa. E che quindi fa veramente curriculum antirazzista ascoltare solo musica afro?!? Beh, io una volta ho ascoltato dei neri, ma proprio molto neri, suonare dei bonghi ad una festa dell’unità. Ma non mi sono piaciuti molto… ok: non lo dico, altrimenti qui è un attimo e si rischia d’esser fraintesi.
“I’m just sittin’ on the dock of the bay
Wastin’ time…”

Azikiwe, ai tempi, era già trai ricercatori più promettenti.
A ventitré anni aveva conseguito la laurea in medicina e chirurgia col massimo dei voti. Il titolo della tesi era così complicato che la commissione era più tesa del laureando. I ringraziamenti erano un lungo foglio bianco il cui silenzio era interrotto solo dal numero progressivo a pie’ di pagina.
Il giorno della discussione si era presentato in giacca e cravatta come etichetta accademica prevede. Il nodo, windsor nelle nobili intenzioni, somigliava più ad un cappio da impiccagione. I pois arrivavano a malapena sotto lo sterno, e comunque molto più in su dell’ombelico. L’abito, scuro e d’un paio di taglie più stretto, glielo aveva prestato Ciro, un collega fuori corso che lavorava come croupier per mantenersi agli studi.
Ciro fu il primo ragazzo che Azikiwe conobbe appena arrivato a Napoli. Che statisticamente mi rendo conto che l’evento non sia così sovrannaturale. Aveva un decennio più di lui e prima di mettersi in regola nei casinò, campava col gioco delle tre carte: due Madonne e San Gennaro. San Gennaro vince, la Madonna perde. Lo faceva anche sostituendo al santino di San Gennaro la figurina di Maradona. Un talento da rimanerci attaccati per ore. Due mani e dieci dita, ma forse molte di più.
Credo che quando una truffa sia fatta con questo talento, fottere diventi un’arte. Insomma: Ciro non era un ladro, era un artista. E molto più trasversale di Robin Hood. Quel bigliettone da 50 era il costo d’ingresso allo spettacolo d’arte varia dentro i vicoli di Secondigliano e San Pietro a Patierno.
In Italia tutto questo non si può fare: la truffa deve rimanere un monopolio di stato. No alle bische clandestine, ma gratta&vinci con papà, mammà e tutta la famiglia!
“Oi’, biondo, reggi un po’”, gli aveva detto una volta porgendogli di nascosto quattro o cinque banconote di quelle ereditate dalla curiosità dei passanti forestieri, “Ti spiego: tu punti dove vedi San Gennar’o Maradona, e vinci. E tutti vedono che vinci. E tutti puntano ché pensano che vincono pure loro. Guaglio’… hai capit’?”.
Azikiwe aveva capito. Azikiwe studiava e reggeva il gioco a Ciro. Ciro giocava e reggeva i libri ad Azikiwe.
Napoli era l’ultimo sud. Quello che mancava ancora, alla storia di Azikiwe.
Ogni mattina, nelle pause tra un atlante medico e gli appunti di fisiologia, girava le viuzze della città vecchia, che tutta pareva città vecchia; solo qualche pezzo ancora di più. E gli piaceva fermarsi lì, guardare i panni stesi vestirsi di vento, carezzare trasparenze in controluce, rubare scollature distratte, immaginare di farci l’amore.
Napoli somigliava al continente nero. Gli somigliava per la povertà e per la fantasia. E perché tutti sapevano cantare. Solo che le Gazzelle, quando si svegliavano, inseguivano, invece di scappare.
Dalla finestra della piccola camera sgarrupata che aveva preso in affitto insieme a Ciro si vedeva il Vesuvio.
“Guarda il Vesuvio, Azi’… Guardalo quant’è bello quando si tuffa nel mare!”
E Azikiwe rimaneva in silenzio, a fissare invece pezzi d’intonaco agganciati come trapezisti ai fili scoperti del vecchio impianto, appesi come naufraghi all’ultima scialuppa.

Azikiwe era andato via di casa senza sapere quale fosse casa a diciotto anni. Obliterando per la tratta Lecce-Napoli, solo andata. Una valigia verde, ché a chiamarla trolley si fa più fatica che a spostarla, che mamma e papà avevano riempito come si conviene ad ogni flusso migratorio di cartone. Papà era l’uomo a cui Azikiwe era stato affidato: un omino canuto e asciugato dagli anni che lavorava ogni giorno, dall’inizio dei suoi, nel suo piccolo suprmrcato, ché le “e” erano tutte fulminate. Mamma la compagna di vita degli ultimi undici anni. Si erano conosciuti ad un seggio elettorale. Lei uscì dalla cabina che quasi le stava aderente e lui le guardò ingordo tutta quella carne. Il voto fu l’ultima cosa a rimanere segreta trai due, e lei smise quello di castità che aveva promesso all’ex marito sul letto di morte.
Azikiwe aveva vissuto la sua fanciullezza impilando cartoni sopra i bancali per una pipa gelato al giorno, gialla o rossa, e la sua adolescenza leggendo libri di medicina di nascosto dai coetanei e portando a spasso un meticcio di taglia media che ad ogni sorgere del sole gli leccava la sua riconoscenza quadrupede. Gli piaceva il profumo della terra, camminare i sentieri che i suoi passi scalzi non si stancavano di ripetere. Gli piaceva l’ombra degli alberi e l’odore delle viti. Gli piaceva succhiare l’erba e sfiorare le spighe. Gli piacevano i fiori quando non venivano colti. Gli piaceva dove non c’era troppo rumore d’uomo. E il rumore d’uomo, in quel paese di mare, c’era solo per due mesi l’anno, salvo i colpi di tosse con cui gli otto vecchi del circolo combattenti spostavano via la morte di qualche giorno ancora e le grida destagionalizzate di noi adolescenti che inseguivamo l’unico pallone prima che s’incastrasse sotto i paraurti delle 500. Azikiwe era troppo lungo per giocare a calcio e quando, ogni tanto, la sua timidezza s’avvicinava, noialtri lo si metteva sempre in porta: “Prendilo, Azikiwe! Prendilo!”.
E lui restava lì, trai due pali improvvisati. E molto più alto di quei legni. La regola era che il pallone era considerato alto solo se superava il braccio potenzialmente proteso di chi era in porta. Tutto il resto al di qua del perimetro immaginario era gol. Tutto il resto erano urla di gioia e pugni sotto lo stesso cielo, quando parava Azikiwe.
Si giocava fino a tardi, e quando scendeva la sera Azikiwe compariva solo quando sorrideva. Non molte volte, in verità. Forse sarebbe stato un buon giocatore di basket, chissà… ma non c’erano canestri nel suo paesino in riva a quel mare che mai si fermava a guardare. Per non sentire ogni onda frangersi come sulle sue stesse membra.
Azikiwe aveva cinque anni quando fu affidato alla sponda al di qua del mare.
Sottratto da una mano d’uomo al destino monco delle proprie terre.
Ogni bambino che muore è un fiore che non sboccerà.
Penso che ancora a più della metà dei nati non sia riservata la possibilità di esistere.
Penso alla beffa di un genio che mai nessuno saprà.
Penso al quieto riparo della nostra responsabilità.
Penso alla tempestosa via di fuga, tra le braccia provate di una madre.
Fuggire.
Da ciò che non hai, da ciò che non sarai.
Fuggivano senza sapere quegl’occhi di bambino, tra altri cento occhi di bambino.
Nell’iride ultima istantanea impressa, brandelli rubati da un’onda funerea.

“Tieniti stretto a me! Come ti chiami?”
“Azikiwe”
“Io mi chiamo Mimmo. Tieniti stretto a me, Azikiwe, ché ti porto via da qui.”


E senza fame e senza sete

Migliaia di capocchie di spilli illuminate da qualche fascio di luce ai piedi di un palco. Altre migliaia intorno. O sui gradoni della chiesa di San Petronio a mescolare profano al sacro nel dubbio che distinzione valga la pena.
Fa nulla che non siano accendini quelle fiammelle di pixel che ci si muovono sopra.
Fa nulla che sgridi l’attesa per indovinare il prossimo pezzo prima degli altri ché tanto tutti lo sanno prima del primo tasto di pianoforte.
Fa nulla che da domani… ci penseremo domani.
Questa notte è volere bene e chiedere scusa disordinatamente.
Era stato un giorno strano, a 7 anni e un giorno esatti da un altro giorno strano.
L’ultimo treno senza passare per la stazione. O forse sì.
Questo mio enorme cuore tra le stelle. O quel che ne rimane, dei miei atri e di quegli astri.
Restiamo ancora un po’, senza dire parole.
Alle 00.20 c’erano 32 gradi. Ma ci aveva già pensato la donna cannone sotto il suo panama bianco, a scioglierci.
Restiamo ancora un po’: dalle porte della notte il giorno si bloccherà.


Sala scommesse

Parcheggio agile occupando un po’ più della porzione di carreggiata a disposizione. Assicuro la mia posizione sul bordo del codice stradale tirando su il freno a mano con fierezza mascolina. Scivolo su gagliardo. Mi chiudo lo sportello alle spalle con veemenza. Espiro sfiatando prepotenza. Spingo dove dice tirare. Correggo il tiro contrariato ed entro in uno dei peggiori centri scommesse di Caracas (vabbe’… non proprio Caracas). Gioco il mio pronostico.
In bella mostra accanto alla tv al plasma tre fogli A4 nastrati al muro descrivono fermamente i divieti del caso: divieto d’accesso ai non soci, divieto di fumo, divieto di giocata per i minorenni; elusi nell’ordine in 4 primi e 37. Di fronte uno sparuto gruppo occhi e orecchi quasi dentro lo schermo mentre la partita entra nel vivo. I commenti di matrice rigorosamente tecnico-tattica si sprecano. La tensione è palpabile. La tenzone probabile.
Dalla porticina secondaria della saletta slot, il rumore tintinnante delle monetine che cadono giù da un videopoker. Il giocatore doveva essere stato molto fortunato, e la vincita corposa, se il tintinnio si protraeva per più tempo rompendo l’idillio dell’erudita platea, che iniziava a rumoreggiava infastidita. Dall’ultima fila, all’improvviso, si leva la magia: “Llenne la suoneria!!!”.
Adoro.


Trai fogli rimasti

Scrivo la bella copia delle mie paure.
Vivo la brutta copia della mia immaginazione.

E intanto strappo giorni come fossero carta
Affidandoli al fuoco ch’entro mi arde e disegna
Pensando a quale forma di vanità affidare i miei resti.


La casa editrice

– Sì, pronto!?!
– Buongiorno. Parlo con Michele Fiore?
– Sì, mi dica.
– Siamo della casa editrice XXXXXXX, le arrechiamo disturbo?
– Ehm… no, affatto…
– Bene. Abbiamo letto con attenzione un suo elaborato. Se mi posso permettere, da quanto tempo scrive? Ha già all’attivo pubblicazioni?
– Con le case editrici ho un rapporto controverso, e sono fondamentalmente pigro. Scrivo prevalentemente per me. Ho realizzato qualche monologo. Da qualche anno mi servo anche di un piccolo blog: https://michelefiore.me/.
– Volevo dirle che abbiamo valutato in maniera molto positiva un suo elaborato. Anzitutto le faccio i miei personalissimi complimenti: lei ha un modo di scrivere davvero molto particolare e originale. La sua penna denota acume ed il suo stile è davvero molto, molto singolare. Per ciò stesso mi faccio portatrice di una proposta da sottoporle: lei è stato inserito, previa stringente selezione, nel novero di 13 autori che concorreranno a formare un’antologia poetica con 7 elaborati ciascuno. L’antologia verrà distribuita su scala nazionale sia in cartaceo che in formato e-book su varie piattaforme.
-Ehm… ma… diritti d’autore? Compenso?
– I diritti d’autore resteranno ovviamente suoi. Il compenso da girare all’autore sarà da valutare, probabilmente tra il 4% e il 6% delle vendite.
– Ammirevole (da sudarvi il culo, proprio -sottovoce-)
– E lei dovrebbe corrisponderci una tantum, a titolo di contributo di pubblicazione, 250 euro.
– Niente di meno… e, di grazia, se b’era fattu schifuallucazzu?
– Mi scusi?!?
– Ehm…


In concessionaria

– Prego, s’accomodi. Dunque, signor Fiore, la vettura accessoriata di serie, da listino, verrebbe 24.000 euro ipt esclusa. A cui bisognerebbe aggiungerne 2.500 per l’allestimento che ha scelto. Avrebbe una vettura da rottamare?
– Una fiat tempra, eventualmente.
– Anno?
– Non lo so, ma A.C., comunque.
– Vecchiotta.
– Esperta, direi.
– Bene. Consegnando la sua vecchia autovettura potremmo arrivare a decurtare 1.000 euro dal totale.
– Scusi? 1.000 euro? Ma ticceshtapparlamu?* Cioè ma… dico… lei ha la più pallida idea di cosa sia successo in questa macchina? Può lontanamente immaginare cosa hanno visto questi sedili? Cosa hanno riflettuto questi specchietti? Quante bocche ha ascoltato questa tappezzeria? Quante emozioni umide hanno asciugato questi tergicristalli? Quanta violenza ha sopportato questo cruscotto? Quanta vita ha calpestato il battistrada?
No, dico, tu, con cravatta regimental, matishtarendicontu?!?**
E sbattendo con veemenza lo sportello m’incamminai verso nuove mirabolanti avventure stradali…

N.B. traduzione letterale per i non indigeni:
* su quale tesi argomentativa poggia il nostro confronto dialogico?
** è in grado di asserire d’averne piena contezza?!?


Le ferrovie del signore sono infinite

Lecce-Milano-Bologna-Padova-Bologna-Lecce. In 7 giorni.
Ho capito che le ferrovie dello Stato usano l’aria condizionata come arma di distruzione di massa. E condivido.
Gli agenti atmosferici hanno saputo: ho preso litri d’afa e poi litri d’acqua.
Ho visto quartieri interi a forma di cinesi. Che vendevano tutto, anche di notte. E italiani che compravano tutto in grosse buste, anche di notte. E altri italiani che compravano poi, di giorno, da negozi di lusso made in italy che avevano comprato la notte prima dai cinesi.
Ho mangiato sushi.
Ho comprato una maglia che mi fa figo come quando lo ero e un puzzle completamente bianco.
Ho trovato per strada una signora di centoventi chili in carrozzina che voleva essere riportata a casa dove erano rimasti il marito e la badante.
Ho visto migliaia di avvocati -qualcuno meno- in pausa pranzo al Duomo con al collo nodi così grandi e stretti che potevano solo ingerire frullati.
Ho fatto finta di dormire in treno per sfuggire alla logorrea di una nonnina troppo in forma per me. Ed al dramma sussurrato di una donna più giovane e triste ché il figlio, poverino, dopo aver studiato filosofia era finito a fare il bancario a stipendio fisso al posto del padre.
Ho visto il Bologna tornare in serie A.
Ho visto reggiseni in disuso sotto canotte di cotone leggero. Che va bene così. E le nudità del Nettuno non cedere, stoiche, al proprio riposo.
Ho riconosciuto un mendicante barbuto sul quale questi anni hanno avuto molta meno incidenza che su di me.
-Ti trovo bene-, gli ho detto, e lui mi ha fatto cenno di aspettare un attimo che era al cellulare.
Sono passato dall’università per vedere quanti professori fossero morti, intanto. Non abbastanza.
Ho visto una donna in overdose morire a due metri dall’aperitivo.
Ho mangiato in una libreria col pianoforte.
Ho bevuto birra normale. Si chiamava così.
Ho visto la mostra di Escher, quello che disegna un sacco di scale che non si sa dove portino ed un sacco d’altre cose che non si sa dove vadano. Non è vero: sono un coglione perché non l’ho vista. Ma c’era.
Ho ascoltato un cantautore sparso in piazza che pare conosca la forma del mondo. E secondo me ha ragione lui.
Ho rivisto “Forrest Gump”, e mi fa piangere ancora grossi magoni senza lacrime pronti a sciogliersi dovessi parlare.
Ho disegnato coi pastelli a cera con un mio amico di un anno e mezzo, che non ci disegnavo da mille e mille anni. E sono più bravo io di lui!
Ho incrociato un poeta, vero dice lui ed io sarei anche d’accordo, sul binario quattordici.
C’è qualcosa di più banale di un poeta che aspetta un treno?
Mi ha lasciato il suo numero dietro lo scontrino di una farmacia. Aveva appena comprato il malox.
C’è qualcosa di più banale di un poeta che aspetta un treno: un poeta che aspetta un treno col malox in borsa.
Ho trascinato bagagli, e riposto pensieri da viaggio nei calzini sudati.
Ho occupato il mio posto stampato su carta, solo per un po’, ché io non so mai, davvero, qual è il posto che ho.


Millemila lune (almeno)

Ma quante pause da sé possono prendersi, esattamente, senza morire?
E quali pezzi si devono soffocare per sopravvivere?

E quanto uno può divenire senza rinunciarsi?

E di che colore sono le ore che mancano al mattino?

E quanto conta chiedersi scusa?
Se sapessi suonare il sax me ne andrei sopra la più vecchia luna e starei lì a suonare per tutti i cani e gli astronauti di passaggio.
Poggerei un cappello ai miei piedi,
se lo trovo, di paglia
e non farei metterci nessuna moneta,
ma solo delle cose da buttare che non facciano rumore.
E terrei la bocca così piena di fiato da non potermi fare domande, più.
Suonerei finché ce ne sarà bisogno. Ché ce n’è bisogno. Di suonare per far piangere chi piangere non sa.
Ce n’è bisogno di piangere perché ti si dica “è tutto a posto” uno che si trovi lì.
E che ti asciughi e ti lasci il suo fazzoletto e voli via di nuovo,
ché ci son millemila lune almeno (ma credo di più) con concerti di notte sopra uomini da asciugare.


La dura vita degli scrittori normali (racconto breve)

-Ma chi è quel tipo strano con quella corona d’alloro in testa? Si è laureato un bel po’ fuori corso…-

Al Caffè Letterario io ero solito prendere il mio caffè corretto con grappa barricata ed una punta di zucchero di canna, ogni giorno all’ora del tè.
Il mio bioritmo era ubriaco dai tempi dell’università, e quel posto era l’unica cosa che trovavo aperta ogni volta che le mie terga avevano bisogno d’uno sgabello e la mia gola di qualcosa di caldo.
Il Caffè Letterario era gestito da Mario, un ex scaricatore di porto che aveva preso la terza media alle scuole serali a cui il padre, Giuseppe Letterario, aveva lasciato in eredità quel bancone, tre macchinette videopoker e la manciata di clienti affezionatissimi abbandonati su quel lastrico opaco da mogli e datori di lavoro.

Quel giorno però lo strano signore d’alloro crinito era appena sceso da un taxi giallo fiammante porgendo al conducente, barba lunga, aspetto demoniaco ed occhi di bragia, quanto richiesto dal tassametro in monete da due euro.
-Ciao Caro’, ti squillo tra un po’. Dio t’assita!- disse con un’invocazione non troppo dissimile, nei toni, a una bestemmia, brandendo uno smartphone di ultima generazione.
E mentre il losco figuro lasciava buona parte del retrotreno sull’asfalto di via della Speranza, il singolare passeggero entrò senza salutare, ordinò due negroni e scartò un pacco di toscani appena sotto il cartello “no smoking”.
-Pago io, Virgi’, non fare troppe commedie- fece fermando con un cenno l’uomo che lo aspettava al tavolo appena questi accennò ad alzarsi.
-Quello delle commedie qui sei tu…- rispose l’uomo riguadagnando cauto la seduta mentre si accompagnava un rene -per quanto divine, intendiamoci!-
Non potevo crederci: era lui.
Seduto in quel bar del centro con poca luce, il poeta più luminoso che la letteratura d’ogni tempo avesse conosciuto, il geniale esecutore dei canti più straordinari mai letti, il padre del meraviglioso idioma che volgare modernità minaccia.
Ed io seduto lì, con una tazzina ed un taccuino vuoti a implorare ispirazione. Ad un palmo dal suo naso. Metaforicamente. Che dato la prominenza del suo setto non è che avrebbe significato tutta ‘sta vicinanza.
Ne avevo appena compiuti trentatré, e non parlo di canti.
E non pensavo nemmeno che, nei due anni che mancavano al mezzo del cammin, potessi inventarmi chissà cosa.
Io ero uno scrittorino in attesa dell’editore che ricercasse il talento che sapevo di non avere, ma che magari fosse vittima d’una fortunata svista. Da una vita inseguendo il romanzo perfetto, tutti i giorni a rincorrerlo nelle stesse vie, sulle stesse spiagge, negli stessi ricordi, sullo stesso tavolino, dentro lo stesso caffè corretto.
Senza mai trovare altro che bozze balbuzienti, bic mordicchiate e pagine accartocciate vicino alle mie gazzelle grigie, che non correvano più.
M’alzai. Di scatto. Iracondo pronto ad offrire candidatura al quinto cerchio. I resti della mia penna stretti nella mano che delle due non colpì con furia il tavolino. Il frangersi della tazzina non fece in tempo a far rumore…
-E ora dimmelo, ti prego: come hai fatto tu, Alighieri, a fare quella cosa che hai fatto?!?-
-Ma smettila…- disse lui sufficiente mentre schiacciava pulsanti a caso al videopoker.
-Cioè ma… ti rendi conto di quanto è difficile scrivere cose che sembrino geniali, o anche soltanto belle, dopo quella cosa che ti sei inventata tu? No ma, dico, lo sai che casino hai fatto tra tutti noialtri che si scrive, tra tutti i poeti dopo di te Poeta? Non ti viene vertigine a star così in alto?
Non ti girava la testa a girare gironi?-
– Ma fammi il piacere… gli unici gironi che mi interessano sono quelli di europa league, ché quest’anno la viola vince!-
-E Beatrice che dice?- incalzai- Hai idea che invidia le altre? Non potevi scrivere cose così, come tutti… Io impazzisco se so come hai messo in riga i numeri a forma di parole. Se so come hai parlato tu della morte. E tu dell’amore.-
Lo schermo infilò quattro donne ed un nugolo di monete tintinnò fuori dal videopoker.
– Quattro donne… altro che Beatrice, ragazzo: si deve andare sulla quantità!-
– Va’ all’inferno!- sbottai facendo attenzione a mettere al posto giusto l’apostrofo.
– Ma che tu dici, bischero? L’inferno non esiste…-
– Come non esiste? Se lo hai inventato tu! E non fare il modesto, ché sarebbe di pessimo gusto!-
Lui s’alzo, cambiò le monetine, pagò il mio caffè corretto, prese due gratta e vinci.
-Ed ora dimmi- provai ancora io per rallentare il commiato – per tutto ciò che hai fatto a noi scrittori normali, quale sarebbe il contrappasso che tu meriti?-
Mi strappò dalle mani il taccuino in cui si inseguivano i miei pochi appunti potabili e i miei innumerevoli dubbi…
-Leggerti- sentenziò guadagnando l’uscita col compagno di bevute.
Il tassista appena allertato passò alitando imprecazioni e cognac, e qualche sportello sbatté poco prima che il traffico lento dell’ora di punta inghiottisse i tre.


Mediterraneo

Ogni bambino che muore è un fiore che non sboccerà.
Penso che ancora a più della metà dei nati non sia riservata la possibilità di esistere.
Penso alla beffa di un genio che nessuno mai saprà.
Penso al quieto riparo della nostra responsabilità.
Penso alla tempestosa via di fuga,
tra le braccia provate di una madre.
Fuggire.
Da ciò che non hai, da ciò che non sarai.
Fuggivano senza sapere quegl’occhi di bambino,
nell’iride ultima istantanea impressa,
sottratti da un’onda al destino monco nelle proprie terre.