Chissà dove

Dove vanno le luminarie finita la festa patronale

Dove va l’alba degli spazzini quando restano soli a guardarla

Dove vanno i granelli di sabbia dei tappetini delle auto

Dove vanno i fili spezzati delle lenze

Dove vado io quando vanno tutti

Dove va la luce degli appartamenti al mare quando provi a chiudercela dentro

Dove va l’odore dell’asfalto quando piove, quando spiove

Dove va quest’altra Estate

Dove va Bruno Martino, d’Inverno

Dove vanno le vele ammainate orfane di vento

Dove va il rumore di bimbi che strillano alle onde

Dove vanno tutte le cose che in fondo non ritorneranno

Eri molto bella ieri in barca
mentre guardavi cose
che vedevo nel riflesso
dei tuoi occhiali scuri

Dove va il tuo mal di pancia quando non ti piaccio più.


I Mondiali ci raccontano (stralcio)…

Ogni 4 anni, ogni fischio d’inizio è anche la fine di un percorso.
Un fotogramma da lì immutabile che ferma, fissa ciò che sei, ciò che hai, i posti e le persone che quel percorso lo hanno percorso con te.
Quelle che ci sono ancora, e quelle che non ci sono più.
Ogni 4 anni un appuntamento con ciò che si è intrapreso e ciò che si è abbandonato, con i propri traguardi e la propria insoddisfazione.
4 anni.
In 4 anni scompare l’acne.
In 4 anni si perdono i capelli.
In 4 anni si finisce un ciclo di studi, se non si è troppo affezionati allo stile del fuoricorsismo.
In 4 anni si consuma un amore, benché prassi ci suggerisca spesso tempi ridotti.
Per chi ha vissuto nel sogno di dare calci al pallone, la maglia della nazionale non è solo fatta di stoffa, ma di appartenenza, riscatto, espressione del singolo, orgoglio…
Ed i mondiali non sono solo un avvenimento sportivo, ma la cadenza delle nostre vite, i rintocchi del nostro tempo.
Credo che chi ha la fortuna di correre dietro a quel pallone mondiale abbia anche la responsabilità di rappresentare tutti gli appassionati che non ce l’hanno fatta, tutti coloro che sudano di fronte alle difficoltà del quotidiano…
Senza orpelli né cuffie da TeleMike,
senza 560 ore di spocchia ignorante del tridente Varriale – Zazzaroni – Xavier Jacobelli,
senza la fulgida criniera di Paletta e Thiago Motta naturalizzati calciatori in Italia, perché in patria avrebbero fatto la terza riserva al magazziniere,
senza le scarpe bigusto fragola e puffo della puma per far distinguere ad alcuni destro da sinistro,
senza Giuliano Sangiorgi che canta Claudio Villa al karaoke,
senza il cattivo gusto di Suarez che, recidivo, assaggia Chiellini,
senza Moreno che si reincarna e ci arbitra ancora,
senza l’umidità assurta a causa della fame nel mondo.
Le lacrime che si piangono per un mondiale sono le lacrime che per pudore non riusciamo a versare negli altri ambiti della nostra vita.

Il primo mondiale di cui ho nitido il ricordo fu quello del 1990. Quando ancora ero certo che, i successivi, li avrei giocati…

Portato in scena con musiche di Domenico Pròtino e Marco Scarciglia, letture di Piergiorgio Martena, video a cura di Alessio Quarta.
Alle mie parole piace stare in buona compagnia.


Storia dell’Estate. Almanacco illustrato

Capitolo I
5 ANNI (e zone limitrofe)

A quanto mi dicono ero nato da un lustro. Non nel senso che mi defenestrarono subito dopo il primo vagito, ma nel senso di quinquennio.
L’influenza anglofona e l’imbastardimento latino avevano prodotto fenomeni musicali dalla fortuna abnorme: Spagna spopolava con “Easy lady”, Raf con “Self control”. I Righeira con “Vamos a la playa”. Addirittura.
Io non sapevo leggere né scrivere, né far di conto. Ancora. Ma ero intelligente assai. Già. Di un’intelligenza bambina, di quelle sottovalutate, che se penso a cosa pensavo dei pensieri dei grandi, ero di una sensibilità retrospettiva che ora, che anch’io sono diventato un adulto supponente e superficiale, mi pare surreale. Ma tant’era. Tenetelo a mente, quando avete e/o avrete a che fare con i vostri figli, che i scemi siamo noi.
La colonna sonora dei miei salti sul lettone era “Bandiera bianca”.
Facevo anche cose da bambini. I gelati, per esempio. Nel senso di mangiarli. Al lido “Catapane” il suono del carillon annunciava l’arrivo di Angelo, il gelataio col camioncino:
-Che gelato vuoi?-
-Cioccolato-
-No, finito-
-Nocciola-
-Finito-
-Stracciatella?-
-Finito-
-Tartufo…-
-Seee, tartufo… ma abbiamo pistacchio e ghiacciolo alla menta-
-Va bene pistacchio-.

Capitolo II
10 ANNI (e zone limitrofe)

Da qualche parte era caduto un muro. A bastanza grande, dicevano.
Era l’Estate delle “Notti magiche” di Bennato e la Nannini. Io infatti non dormivo mai, come adesso, ma non ero mai stanco, non come adesso. Ero quadripolmonare, credo, e giocavo col Super Tele (Super Santos e Tango: variazioni sul tema per i più fortunati) sulla spiaggia dalle 8 alle 20, e pescavo dalle 20 alle 8. E conoscevo tutti i nomi dei calciatori e tutti i nomi dei pesci: Giannini, Stojkovic, Baggio, Valderrama, Ope, Merule, Sparioli, Sparamazzi. Giocavo scalzo o, al più, in confortevoli scarpe di plastica. Non quelle avvolgenti da scogliera Defonseca, ma quelle con la fibbia già arrugginita all’atto dell’acquisto, quelle che lasciavano l’abbronzatura a scacchiera sui piedi. Ed un simpatico misto di sudore e terra negli interstizi tra le dita che elegantemente si era soliti rimuovere con le dita rimaste, quelle delle mani.
Ma non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…
Non mi fermavo mai, facevo rovesciate immaginandomi istantanea da album Panini, incurante del ghigno di scogli acuminati, che a ripensarci ora… è una parola farlo, Parola Carlo.
Pescavo cefali coi vasetti di vetro e parasaure a strascico, vietato, che la paura della finanza rendeva tutto più adrenalinico di un adulterio tra le mura di casa.
E mi succedevano cose da viaggi di Gulliver: una volta ho visto uno squalo di oltre tre metri in mare. Una volta mi sono conficcato in un piede una siringa abbandonata. Una volta, quando ero piccolo, sono anche morto.
No, no, non è vero, ma solo quest’ultima cosa.

Capitolo III
15 ANNI (e zone limitrofe)

Mi sarebbe piaciuto dire che ascoltavo “Wind of change”, “Smell like teen spirit”, “Losing my religion”. Invece no: colonna sonora di quell’Estate fu “The rhythm of the night”, di una cantante che si dimenava tra le sue treccioline afro e che si faceva chiamare come una birra.
Si consumava l’asfalto torrido in vespa PK Rush, con pilota ed un numero variabile di passeggeri da uno a tre, di cui l’ultimo in posizione aerodinamica di massima raccolta stile galleria del vento con le suole delle Reebok Pump sopra le sacche laterali.
Si andava in spiaggia in boxer parigamba neri e canotta bianca rigorosamente a costine, per mettere in mostra una prima faticosa bozza di spalle e natiche, le uniche cose già cresciute oltre ai peli sotto le ascelle.
Io millantavo nell’incedere gambe arcuate da calciatore, sicuro del mio sarà mestiere. Avevo una passione sfrenata per tutto ciò che richiamasse la rotondità d’un pallone: andavano molto le tette, infatti. Il mondo era solo pallone e tette. A volte neppure li distinguevo.
Io non avevo pensieri, a quindici anni, figuriamoci gli altri.
Erano i primi falò sulla spiaggia, climax di gioia ed ingenuità ormonale. Se capitava di stendersi sullo stesso asciugamano (il telo mare te-lo sognavi) della ragazza più carina della comitiva, l’intensità emotiva suggeriva l’anticoncezionale.
Le altre sere, tutte, si camminava, tutti, lungo i muretti dello Scoglio. E poi quando ci si stancava si camminava lungo i muretti dello Scoglio. Se intanto non era troppo tardi potevi anche camminare lungo i muretti dello Scoglio.

Capitolo IV
20 ANNI (e zone limitrofe)

Di lì a poco sarebbero collassate due torri molto popolari di un quartiere molto popoloso di una città molto popolata.
Io “scendevo” dalle sudate carte universitarie abbattuto da dieci ore incondizionate di Espresso. Che secondo me, Murphy, quando teorizzò la sua legge ed i suoi corollari, era su un treno delle FS.
Giungevo con barba eremitica, portamento ascetico e forma fisica simil-aracnide: una palla da cui dipartivano un numero indefinito di arti (credo quattro, due alla volta simili) ipotonici.
Avevo fatto due esami, o tre. A casa mi si accoglieva come un premio Nobel dopo un decennio di stenti in Ruanda. Tutto il mio albero genealogico fino al sesto grado in via agnatizia si dava appuntamento ogni mezzodì per rimpinguare le mie membra provate. Provate voi, appunto, a mangiare polpette, fritte, patate, fritte, polpo, fritto, peperoni, fritti, zucchine, fritte, mugnulu, fritto, e maccheroni, cullusugurussu (ricco condimento a base d’olio con tracce di salsa), lasagne, cullusugurussu, orecchiette, cullusugurussu, pasta con le cozze, cullusugurussu, pasta in bianco, cullusugurussu, frutta, cullusugurussu, gelato. Cullusugurussu.
Per regolamento interno non ci si poteva alzare da tavola prima delle 17.30. Poi, maglietta bianca tono su tono, mi trascinavo, anemico e con una respirazione tra la decompressione e l’asma bronchiale, presso i soliti lidi. Er Piotta stonava “Il supercafone”, con una tempestività che presto mi convinse che la fonte d’ispirazione fossi io.
Mandavo a mollo i miei resti al tramonto, a circa 3/5 della mia digestione; puntino d’una tavolozza tra cielo e mare che fortuna geografica mi suggeriva normale. Raccoglievo le ultime energie per superare il limbo del bagnasciuga, dove onde che cancellavano orme dovevano passare tre o quattro volte per sfrattare il mio passo pesante. Perdevo i sensi residui abbandonandomi in spiaggia.
E’ capitato che mi ritrovassero al mattino seguente, gridandomi –E’ pronto, a tavola!-.
Dammi “Tre parole”: sole, cuore, amore.

Capitolo V
25 ANNI (e zone limitrofe)

Grosso non era ancora il Fabio più famoso d’Italia dopo Caressa, perché ancora non era blu il cielo sopra Berlino. Lo sarebbe diventato.
L’Estate era ancora il ritorno dall’afa universitaria, solo che io non ero più lo studente modello, ed anche per il Nobel le speranze si erano affievolite.
Non restava che cavalcare l’onda della beltà ed estetizzare l’etica: fu l’Estate dei bermuda da surfer senza surfare, degli infradito da beacher senza schiacciare. Il bulbo capillifero rigoglioso mi consentiva l’uso smodato di orpelli e coroncine equivocanti mascolinità. Ma potevo permettermelo. Io potevo permettermi tutto, a venticinque anni: quando entravo in mare dovevo solo decidere se camminare sulle acque, o accontentarmi di dividerle (credevo molto in me, prima di diventare ateo). Potevo decidere, a venticinque anni. E non solo quello. Potevo decidere quale ragazza avere, o quante, o anche nessuna, ché intoccabile a volte è meglio. A volte.
Il culo aveva soppiantato le tette nei miei favori d’esteta d’Estate. E il culo andava molto, infatti. Ed anche sedicenti suore non si esimevano dallo spaziare (al più) dalla culotte perizomata al filo interdentale: spettacoli incisivi, gusti canini.
Eravamo un po’ tutti Bob Sinclar al ritmo di “Love generation”.

Capitolo VI
30 ANNI (e zone limitrofe)

È l’era di feisbuc, delle palestre, dei centri benessere. Di feisbuc nelle palestre dei centri benessere.
Le ragazze, dall’età prescolare a quella prepensionamento, si fanno fotografare ammiccanti. Tutte con la stessa posa studiata d’inverno nei bagni. Il gap tra percezione del sé e realtà sensoriale è ai massimi storici: si sentono sirene sinuose, sono spesso capodogli spiaggiati. Più costrette alla panatura che legate a un granello di sabbia.
I ragazzi sono unti d’abbronzante e gonfi, tutti, che aldilà di facili riferimenti a carenze pelviche, non si possono non conservare riserve circa le loro capacità dinamico-motorie, vista la manifesta impossibilità anche di avvicinare le braccia, causa massa in esubero, che insinuerebbe il dubbio persino dell’uso del pollice opponibile. Che quand’anche talvolta riuscissero ad abbracciarla, una donna, schizzerebbe in aria tipo shuttle per il troppo olio.
Ma io non ci sto! Il lutto per il diradamento è ormai quasi elaborato, non ho la forma fisica dei miei giorni più floridi, ma ho un trascorso troppo da “bello” per aver potuto curare nel tempo le mie maldisposte doti di simpatia. Così, da affascinante disadattato, la butto sul culturale, non per particolari meriti, quanto per il termine di paragone contumace, che mi si pensa come pensatore quando sono a malapena pensante.
Alla spiaggia preferisco gli scogli, ed affino il mio gusto estetico per il particolare femmineo: una schiena sensuale può molto, per esempio. E’ l’Estate dei pantaloni tailandesi, la tracolla di cuoio, “Garota de ipanema” nelle orecchie ed il libro tascabile. E’ facile, dagli scogli, fingersi avulsi dal circondario. O forse è solo un modo per controllarlo meglio. Che sennò, perché propenderei per i libri in formato pocket?

Capitolo VII
35 ANNI (e zone limitrofe)

Nel mezzo del cammin di nostra vita… Non ci sono ancora, ma voglio essere ottimista visto che, con ‘sto fisico, già è molto se c’arrivo.
L’anticonformismo è omologazione etica. L’omologazione estetica presta il fianco alle controindicazioni del tempo.
L’abusivismo edilizio ci permette di tuffarci in mare da casa, ma guai a chi pesca più di dieci ricci cadauno. I lidi privati hanno concessioni in virtù di colpi di genio dei legislatori che neppure Salvador Dalì. O Zinedine Zidane.
Ci si finge divertiti ad oltranza per essere accettati dalla platea dei felici. Platea di se stessi, appunto. E dobbiamo essere felici di bere prosecco a 40 euro la bottiglia, della MD discount (2 euro), che nei lidoclub più in voga diventa acronimo di Must Dominus, che nessuno sa cosa cazzo possa significare, e difatti non significa un cazzo, ma suona di magnificenza e lusso, e quindi siamo VIP e felici. Very Important People. Person è un’altra cosa.
I vari iPhon, iPod, iPad, sono tutti provvisti di apparecchio iAmplifon incorporato, dopo decenni di musica house sparata a decibel sovrumani.
I muscoli raggrinziti dei palestrati di terza età discutono con le labbra al collagene e botulino della sacrosanta verità della vecchiaia. La leggiadra farfalla che la ragazza più corteggiata della spiaggia aveva fatto tatuare sul suo decollete dieci anni prima, è diventata un condor mastodontico sulle mammelle del troione.
Ogni tanto passa di lì la rotta del mio Sandalò (essere mitologico metà sandalino e metà pedalò). Ogni tanto mi chiamano e mi fermo. Ogni tanto, fortunatamente, perdo il cellulare.


La solitudine del tricheco

Tremendo ammasso di grasso
stremato sui ghiacci dell’artico
al sole viola di un altro giorno
senza tramonto
ad aspettar paziente il canto
di chi s’amorerà della sua calma

Tra distese ipotoniche di mammiferi
allungò più lunga la sua ombra
trascinandosi verso di lei
ché furon occhi negli occhi.

Nelle avoree zanne la condanna
d’impedire il bacio senza ferirsi.



Solecismo

Te sei Beatrice, ed io Dante
Te sei Laura, ed io Petrarca
Te sei me, ed io Dorian Gray
Te sei Jenny, ed io Forrest Gump
Te sei Ornella Muti in innamorato pazzo, ed io Barnaba
Te sei Ursula Andress, ed io Bond, James Bond
Te sei Tom Becker, ed io Oliver Hutton
Te sei Puffetta, ed io tutti gl’altri
Te sei mutandine bianche, ed io Gigi la trottola
Te sei il salmone più gigante del Canadà, ed io Sampei
Ma è mai possibile che si incominci coi sacri crismi e si finisca poi sempre a schifio?!?

N.B.: se non vi piace il titolo potete preferirvi “Te ed io”, anche in forma contratta.


Varie forme di-vento

Volontà intorpidite dalla prima calura

Musiche intonate dai percorsi del vento

Sopra un sentiero schiaffeggiato da una vecchia auto
le convulsioni di una pagina scaduta

Sono (sei) radici profonde che fanno ombra alle chiome

L’anima muove poco aldilà delle fronde

S’apre di più il vento

Dentro i luccichii delle due
sbatte le ali un gabbiano per star fermo

Ehi, ti sei già scordata di me?


Era ieri

Come quando nelle tv in bianco e nero i colori ce li dovevi mettere tu.
Come quando l’eurovisione chiamava a raccolta l’intero isolato.
Era ieri.
O molto di più.
Accalcati accaldati dietro una finestra secondaria a sbirciare dentro una cucina d’un ristorante un vecchio 14 pollici.
Andrea Pirlo non interrompe la rincorsa, solo rallenta l’incedere e sfiora di pazzia la sfera di cuoio, ora docile, ammansita. Che ci si soffia dentro insieme per sconfiggere la calura e per spingerla oltre la linea d’uno sgraziato omone figlio della regina.
Il genio, il fuoriclasse fa la cosa più difficile nel momento più impensabile. Ti sgrana gli occhi e ti secca la bocca. E poi scompare, come fosse normale, senza infierire sulla tua sopravvenuta inabilità all’articolare suono.
Nessuna vittoria sportiva, non illudiamoci, cancellerà i brandelli di un popolo stremato dalla propria stessa malcoscienza.
Nemmeno però potrà mai esserci infamia che cancelli il genio umano, che si manifesterà puntuale, su una tela, dentro un libro, su di un rettangolo verde, sopra un marciapiede ogni volta che ne saremo dimentichi.


Racconto di fantasia

C’era una volta…
-Un re!- anticiperanno i lettori dalla curiosità più affamata.
Un re? Ma voi siete pazzi! Parlare di monarchia, di totalitarismo… voi siete pazzi, ad esprimere questi concetti così prossimi all’apologia della tirannide! Qui siamo in democrazia: il punto di massimo splendore politico-ideologico che il globo terracqueo abbia mai conosciuto. Democrazia. demos: popolo… crazìa: governo… governo del popolo!
Po-po-lo… certo, un po’ cacofonico.
Po-po-lo… sembra che tu abbia ingerito cinque plumcake allo yogurt del Mulino Bianco e non riesca a deglutire.
Ed effettivamente certe cose sono difficili da ingoiare…
D’accordo, la smetto… questo non deve avere certo i contorni di un’invettiva, d’un J’accuse alla Zola, scrittore francese e poi grande trequartista del Napoli.
Questo è un racconto, maledetti saggi!
Solo un racconto! (Po-po-lo… mha!?!)
C’era una volta, dicevo, due fratelli…
-Ma se i fratelli erano due bisogna dire “c’erano”, “c’erano una volta”- sottolineerà il lettore attento.
Sì, d’accordo, ma questa è una licenza poetica.
E comunque non voglio essere più interrotto, fatemi il piacere.
C’era una volta due fratelli, di nome Nello e Tonino…
-Ma come fanno due fratelli ad aver lo stesso nome?- interromperà aggrottando il sopracciglio in favor di luce il lettore affianco a quello attento, anch’esso attento per osmosi d’attenzione.
Questo è un racconto di fantasia, cazzo! Un racconto di fantasia! Capito? Di fantasia.
E nella fantasia succede di tutto. Succede che Marco, per esempio, Carta vince Sanremo, che Renzo, per esempio, Bossi diventa consigliere regionale, che Simone, per esempio, Barone vince i mondiali di calcio, che uno, per esempio, con 4 televisioni diventa primo ministro, che il presidente, per esempio, degli Stati Uniti prende il Nobel per la pace.
Simone Barone è quello a cui, dopo 50 metri di corsa, Filippo Inzaghi non passò la palla quando segnò il 2-0 contro la Repubblica Ceca il 23 giugno 2006.
Un racconto di fantasia, ecco.
Allora: c’era una volta due fratelli, di nome Nello e Tonino, nati in un piccolo paese rispondente al nome di Onarevel, ridente cittadina agricola dalla terra brulla ed arsa dal sole della Norvegia equatoriale.
L’uno, Nello, era di un’ignoranza catodica.
Non aveva mai letto un libro: pensava che “Io lessi” fosse l’autobiografia del noto quadrupede del piccolo schermo,che cappuccetto rosso fosse un preservativo alla fragola, e che la rosa dei venti fosse una ragazza dedita alle gang bang.
Un’ignoranza con la “I” maiuscola, ed anche con un’altra, minuscola, tra la “gn” e la “o”.
L’altro, Tonino, era di una cultura pragmatica.
Credeva che essere “colto sul fatto” volesse dire conoscere vitamort’emmiracoli circa il tossicomane del paese.
Nello proveniva dalla classica famiglia del Mulino Bianco, che non faceva che tirare acqua al proprio.
Era un giuovine rampollo di belle speranze, sorriso sbottonato e Lacoste aperta. Bianchi.
Onarevel, pur non affacciandosi sul mare, viveva di reti, fittissime, da non far passare neppure il più piccolo pesce senza intervenire sul suo corso.
Che se Steve Jobs fosse nato a Onarevel, avrebbe fatto domanda di trasferimento-residenza a Napoli… ma questa è stata già scritta, più o meno.
Di certo non sarebbe stato questo il Tempio delle Mele.
Sta di fatto che Steve Jobs non vi nacque, ad Onarevel. Ma vi nacque Nello.
E non si trovò poi così male, anzi: mele o non mele, il primogenito dal nome rotondo raccolse presto i frutti di oculata semina. Si trovò a frequentare la Onarevel-bene, i suoi circoli culturali, i personaggi di rango. Fino a diventare presto il punto di riferimento nel partito dei Conservattori.
Tonino, detto così anche perché faticava a darsi un tono, proveniva dalla stessa famiglia, ma si era sempre vantato di lottarci, contro i mulini a vento.
Anche a 40 anni con la maglietta di Ernesto Guevara de la Serna. Che, troppo facile comandante, se René Lacoste fosse stato così fotogenico di certo non si sarebbe preferito un coccodrillo, tra le lacrime.
Tonino aveva la faccia svampita e buona. Gli occhi scavati e buoni. Tonino era buono.
Ed è incredibile come i buoni si trovino a gestirsi i cazzi propri con irreprensibile puntualità. Casualmente nel posto giusto. Casualmente al momento giusto.
I buoni non sanno “come”, sanno solo “Chi”.
E ad Onarevel i “Chi” erano pochi e sempre gli stessi, a loro volta buoni, credo.
Tonino si ritrovò così a rivestire importanti ruoli nel partito dei Riinvoluzionari.
La campagna elettorale di quell’anno fu un caso unico nelle democrazie moderne: Nello e Tonino, novelli Romolo e Remo, si trovarono ad affrontarsi per l’ambita poltrona di primo cittadino di Onarevel. L’un contro l’altro armato, del solo saper politico.
Si ricordano momenti di frizione dialogica di straordinaria intensità. Battiti da più dibattiti, palpiti da più pulpiti. Tribune politiche sotto il campanile del paese in cui l’eloquio dell’uno ed il sapere dell’altro si confondevano tra folle di fauci spalancate d’ammirazione.
Pare che Nello esordì con -Non ci sono più le mezze stagioni-, e Tonino prontamente ribattè con un sonante -La gatta frettolosa fa i figli ciechi-.
Nello incalzò arguto -Tira più un pelo di fica che un carro di buoi-.
-Sì ma, mogli e buoi dei paesi tuoi- rispose sciovinista Tonino.
Generalmente, cari lettori, sono assai fantasioso anche nella chiusa finale, nell’epilogo sorprendente.
Ma ‘sta volta no: è scialbo, vecchio, ritrito. Ve lo lascio, anzi. Ché tanto, vinca l’altro o l’uno, poco cambia. Decidetelo voi in che modo non si debba cambiare, come si fa ogni maggio/giugno, in ogni Onarevel limitrofo.
Oddio… in realtà un terzo personaggio ci sarebbe ancora: tale signora Bianca, di cui ben non ricordo il cognome. Una tipa piuttosto taciturna che partecipa ad ogni tornata elettorale senza aver la platea dei comizi.
Non tira acqua al proprio mulino.
E più che contro i mulini a vento lotta contro l’avvento dei muli.
Ma non supera mai il 3% e riceve scarsa considerazione presso l’elettorato attivo e presso le parole di menestrelli di questa o quella corte e le penne di piccoli autori che rincorrono finali plausibili.


Mi contengo

Contengo idee. 
Che lume fioca agli altri non traduce. 
Costrette nel mio ventre senza parto 
da mondi troppo ripidi e veloci.
Avverto solo l’eco del passaggio, 
che corpo denso più forte propaga. 
Sorrido d’incompiuto ed alimento 
girovaghi pensieri seminudi.

(endecasillabo sciolto)


19.72

Ci sono atleti che, per le loro imprese, saranno ricordati come i grandi delle proprie discipline.
Ci sono atleti, i grandissimi, che con le loro gesta hanno impresso dei segni incancellabili nella storia di quelle discipline.
E poi ci sono atleti che sono diventati le loro discipline.
Quando nell’immaginario collettivo non c’è più quella disciplina senza il suo simbolo.
E, forse, nel suo simbolo, è la disciplina a poter sopravvivere a se stessa.
Giocare come Rivera.
Pedalare come Coppi.
Guidare come Ayrton.
E quando la disciplina sportiva è la regina di tutte, quando ripercorre un gesto atavico nato con l’istinto all’umana sopravvivenza, nell’uomo non si identifica solo la disciplina ma il gesto primordiale che la sussume.
Correre.
Come Mennea.
Tutti abbiamo corso come lui.
Scalzi. Controvento. Anche solo ad occhi chiusi, sorpresi con le braccia levate in segno di vittoria.
Pietro Mennea da Barletta si laurea in scienze politiche, scienze dell’educazione motoria, giurisprudenza e lettere. È autore di numerosi titoli pubblicati. È avvocato, commercialista, giornalista pubblicista. È baluardo scomodo nella lotta al doping prima della sua stessa esistenza burocratica.
Ha poco tempo, Mennea, tra tutto questo: gli restano solo 19 secondi e 72 centesimi.
Per percorrere 200 metri del tartan di Città del Messico.
Per sconfiggere il naturale razzismo della velocità.
Era il 1979.
D’allora, per 17 anni, più nessuno avrebbe corso come lui.
D’allora, per sempre, tutti avremmo corso come lui.